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Teatro, in "28 battiti" il doping di Schwazer per raccontare l'ossessione del corpo

Una scena dello spettacolo "28 battiti" 
Lo scrittore e regista Roberto Scarpetti va oltre il fatto di cronaca della squalifica del marciatore, per analizzare il rapporto di amore e odio che ogni atleta di livello ha con la propria professione. Lo spettacolo, sul palco Giuseppe Sartori, andato in scena al Teatro India di Roma in novembre, sarà a Milano al No'hma di Milano il 29 e 30 marzo
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AMORE e odio, libertà e prigione, piacere e dolore. Questo è lo sport ad alto livello, raccontato da Roberto Scarpetti in "28 battiti", atto unico andato in scena al Teatro India di Roma a metà novembre e che sarà sul palco del No'hma di Milano il 29 e 30 marzo prossimi. Scarpetti, che ha scritto e diretto l'opera, è partito dalla vicenda del marciatore Alex Schwazer (che ha 28 battiti cardiaci al minuto), squalificato per doping alla vigilia delle Olimpiadi di Londra 2012 e di nuovo a Rio 2016, per raccontare, attraverso le parole e il corpo dell'attore Giuseppe Sartori, la sofferenza interiore di un atleta per il quale lo sport non è più il passatempo, l'hobby che è per buona parte degli esseri umani, ma diventa un lavoro, "la cosa che sa fare meglio" e una giostra malefica da cui non si può scendere.
 
Nello sport e nel teatro: l'ossessione del corpo. Scarpetti è riuscito a superare il racconto del fatto di cronaca, rinunciando a dare una spiegazione al perché e al come si è sviluppata la vicenda. "Ho scritto il testo nel 2013, Schwazer l'ho conosciuto quest'anno ma non ho fatto grandi cambiamenti per la messa in scena. Quello che mi interessava era raccontare l'ossessione del corpo, un elemento comune sia al mondo dello sport che a quello del teatro" spiega Scarpetti, che riesce a tradurre in immagini e in movimento questa ossessione, a portare sulla scena l'interiorità complessa di un atleta, quasi avesse vissuto sulla sua pelle quelle sensazioni. "In verità non ho mai fatto agonismo: ho cercato di comprendere qualcosa che non ho mai vissuto ma che era già in me", continua. "E le dinamiche sono simili a quelle che vive un attore: talento, professione, carriera, passano attraverso lo sfruttamento del corpo. Nel caso dell'atleta si sfruttano le doti fisiche, nel caso dell'attore l'apparenza. La differenza sostanziale è che l'attore sceglie la vita che vuole fare, da adulto; per lo sportivo la scelta avviene spesso da bambino e non è completamente sua. Nel caso dell'attore il rapporto di amore e odio con la professione viene dal fatto che spesso viene osteggiato dai genitori che pensano non si possa guadagnare con questo mestiere. In comune hanno l'insicurezza e l'incertezza del futuro".
 
L'atleta come un martire del sistema. Il corpo riempie la scena: Sartori (Schwazer) si rotola, si spoglia, si sdraia, corre, mentre racconta la sua storia, da quando, bimbo, passò dal rugby alla marcia per una lussazione alla spalla, fino alle Olimpiadi, al suo viaggio in cerca dell'Epo e la discesa agli inferi, con quelle siringhe infilate nel corpo a rappresentare un San Sebastiano moderno, un martire dello sport. Come in fondo sono tutti gli atleti, non solo quelli di élite ma anche quelli delle seconde linee, con questo corpo segnato, dentro e fuori, anima, carettere e vita forgiati dalla sofferenza, capaci di superare sforzi che un corpo "umano" non può accettare. "Dopo l'iniezione l'organismo ha una reazione inaspettata e Schwazer ha un rifiuto, si toglie le siringhe" continua Scarpetti. "Il richiamo a San Sebastiano è voluto, l'effetto è forte. Ma io credo che l'atleta a quel livello diventa un martire del sistema che sfrutta il corpo di una persona per ottenere dei riconoscimenti: l'atleta viene osannato quando vince le Olimpiadi ma poi cade nel dimenticatoio. L'obiettivo per un Paese è conquistare il maggior numero di medaglie e quello che resterà sarà questo, non il nome del singolo vincitore".
 
L'essere scoperto come liberazione. Scarpetti vede nell'essere stato scoperto una liberazione, uno stop obbligato che riporta l'atleta a essere una persona "normale", senza l'obbligo si alzarsi alle sei del mattino, fare colazione con una banana, uscire per allenarsi con qualsiasi condizione climatica, tra le montagne, sull'asfalto, sempre lo stesso. Per anni. Senza sgarrare mai, nell'alimentazione, nel sonno, nelle sedute dal fisioterapista, in una sorta di monacale ritiro, lontano da tutto e da tutti. E nell'obbligo l'atleta trova la propria dimensione, entrando nella bolla della fatica, quella fatica che dà la vita, in cui si riconosce perché "è la cosa che sa fare meglio", dice il regista. "Infatti lui afferma che tornerà a marciare perché 'è la sua natura' ma senza fare gare. Così lo sport e la dote fisica diventano strumento di inclusione, di integrazione, di benessere e non di esclusione e di dolore".
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