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La storia

La fuga di Zaher: "Tornerò a correre nella Siria in pace"

Gareggiava nel mezzofondo con la squadra dell'esercito prima della repressione del regime di Damasco. Esule in Turchia, ora fa da guida e interprete per gli inviati di guerra occidentali che accompagna oltre il confine siriano: "Mi allenano con regolarità, per me correre è come una droga"
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GAZIANTEP (TURCHIA) - Zaher corre anche quando cammina. Lo fa per tenersi allenato, lui che non disputa una gara da più di cinque anni. Da quando, cioè, dovette improvvisamente scappare da Latakia, città sulla costa mediterranea della Siria, dopo che un amico l'avvisò che due macchine della feroce polizia del regime di Damasco l'aspettavano sotto casa. Da allora Zaher è in fuga, e vive da esule nella vicina Turchia, sempre a pochi chilometri dal confine siriano, prima ad Antakya e ora a Gaziantep, nella speranza che la guerra civile finisca e che lui possa finalmente riabbracciare i suoi cari. Lì l'ho conosciuto, e da quelle due città turche siamo partiti una decina di volte verso la Siria, io come cronista, lui come mia guida, mio interprete e soprattutto mio angelo custode.

Zaher ha trent'anni, è alto, smilzo e da un paio d'anni è anche molto depresso. Quando si scioglie il codino, la sua capigliatura assume un'acconciatura cristologica. Indossa spesso una tuta da ginnastica e ai piedi gli ho visto soltanto scarpe da runner. Come accadde al grande Emil Zatopek, la "locomotiva umana" cecoslovacca, anche lui ha scoperto i suoi talenti di mezzofondista per caso durante il suo servizio militare, quando il sergente che cronometrava gli allenamenti delle giovani reclute rimase allibito davanti ai suoi tempi da primato. "Non credeva ai suoi occhi, tanto che mi fece subito ripercorrere la stessa distanza e io lo stupii nuovamente", ricorda Zaher. "Da allora, venni sollevato da tutte le noiose e gravose incombenze del soldato semplice quale ero. Il mio solo compito per l'esercito diventò quello di correre. Non solo: per stimolarmi ulteriormente, se mai ve ne fosse bisogno, mi aiutarono economicamente e cominciarono a prepararmi alle competizioni dei tremila e dei cinquemila metri con grande professionalità".

Lui cominciò a vincere, tanto, sia pure soltanto in Siria. E ovviamente ci prese gusto: "Mi abituai in fretta ad arrivare primo. Era come una droga: non potevo farne a meno e ne volevo sempre di più - dice ancora il siriano -. E poi, nelle vesti di un atleta dell'esercito, per di più coccolato e stimato dai miei superiori, ebbi per la prima volta in vita mia l'impressione che stavo facendo la cosa giusta".
Ma da quando è fuggiasco, Zaher si allena soltanto quando può, ossia quando il suo lavoro glielo consente e quando la depressione non lo tormenta troppo. Da qualche mese, vede uno psicologo, a Gaziantep, e mi ha confidato che da queste sedute comincia a trarne beneficio. "Ho perciò ripreso a correre con più regolarità: riesco a fare anche 15 chilometri al giorno, 5 o 6 giorni la settimana". Lo scorso dicembre, la madre l'ha finalmente raggiunto per un mese a Gaziantep. La mancanza del suo adorato figlio s'era fatta troppo dolorosa. Ma per arrivare in Turchia ha sfidato immani pericoli, quali attraversare di nascosto le linee dell'esercito lealista, penetrare nella cosiddetta "Siria libera" nei giorni in cui cominciava a essere bersagliata dai raid russi, e infine entrare clandestinamente a Gaziantep. "Lo stesso ha fatto al ritorno. Con l'aggravante che una volta rientrata a Latakia rischiava di essere arrestata e torturata se i poliziotti del regime avessero scoperto che era venuta a trovarmi".

Quanto a me, a Zaher devo molto, perché almeno un paio di volte il suo intervento per tirarmi fuori dai pasticci in Siria è stato provvidenziale. Se quando camminiamo per le strade turche, ossia in terra sicura, ho l'impressione che mi presti appena attenzione, distratto o depresso com'è, appena attraversiamo il confine, il suo sguardo non mi molla più: divento per lui ciò che c'è di più prezioso al mondo. E ciò non solo perché sono il suo datore di lavoro, e quindi la sua fonte di guadagno, bensì per una tacita gratitudine, perché in Siria sono a casa sua, e lui è consapevole che da straniero sto rischiando la mia vita per raccontare la guerra che sta dilaniando il suo popolo.

Nel 2013, eravamo diretti a Idlib, città a ovest di Aleppo. I turchi avevano chiuso il confine e, come c'era già capitato altre volte, fummo costretti ad attraversarlo illegalmente. Bisognava scalare un monte, in un bosco di faggi e larici, e poi riscendere a valle dalla parte opposta dove a mezza costa una strada asfaltata segnava la frontiera. Una volta in cima, Zaher mi disse che da quel momento, ossia in discesa, dovevamo correre, perché se i doganieri ci avessero visto ci avrebbero sparato addosso. Già, correre in montagna. Per lui, nulla di più facile. Per me, un po' meno. Fatto sta, che dopo pochi minuti lui era avanti di duecento metri. E nel momento in cui arrivai sul linea del confine inchiodò a pochi metri da me una jeep dei doganieri turchi. Da sotto, Zaher comincia a gridarmi "corri, corri!", mentre i doganieri mi urlavano "alt, alt!". Non sapevo che cosa fare. Se avessi dato retta a questi ultimi, non solo rinunciavo al mio servizio in Siria ma magari avrei anche dovuto trascorrere 48 ore in un carcere di frontiera. Ma se non mi fossi fermato avrei trasgredito la legge, o quanto meno gli ordini delle autorità turche.
La radice di un vecchio abete su cui inciampai decise per me, perché cominciai a ruzzolare verso la valle. I turchi cominciarono a sparare (mi auguro in aria, sebbene non ne abbia la certezza), ma io anche volendo non potevo più fermarmi. Arrivai giù tutto infangato e anche un po' ammaccato. Ero in Siria ormai. Trovai Zaher con un filo d'erba in bocca che se la rideva. L'abbracciai e scoppiai a ridere anch'io.
 
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