ROMA - Non È l'atletica di pista, non è l'atletica di strada. È una terza dimensione. Si chiama cross. O campestre. È una corsa terra terra. A volte fango fango. Si sale, si scende. La lunghezza è variabile, come la superficie. Scorre lungo percorsi naturali, o leggermente aggiustati, ogni tanto si finisce negli ippodromi, ogni passo è una scoperta nuova, non esistono certezze, gli appoggi sono sempre precari, capita che uno si contenti di non finire per terra. È il suo bello, sta qui il suo inattaccabile e stremante fascino. Cross. Ossia attraversare. Un paese, una campagna, se stessi. È una disciplina faticosissima e nobile. Che affonda, proprio come i piedi di chi la frequenta, le sue radici nella storia, tingendosi spesso di leggenda.
Venerdì, sul circuito di San Giorgio sul Legnano, epico luogo e toponimo del cross italiano, si correrà la 60esima edizione del Campaccio, evento annuale da sempre organizzato dalla Us Sangiorgese e raccontato nei suoi due volumi da Ennio Buongiovanni, il primo uscito per i 50 anni della manifestazione ( Campaccio e dintorni: 50 anni di storia) e il secondo appena pubblicato che riassume gli ultimi 10, a cominciare dall'Europeo di cross vinto sullo stesso percorso nel 2006 da Mo Farah ( Sotto il cielo di San Giorgio... e dintorni). Libri che raccontano una storia di limpidezza agonistica. Sessant'anni di caotiche partenze, di inesorabili emozioni, di inevitabili spintoni, di sorrisi iniziali e di volti alla fine stravolti, sfigurati dagli schizzi di mota e dalla fatica che confonde il sudore con le lacrime, di campioni che s'illuminano come angeli (del fango), in una gioiosa ma sempre drammatica (per lo sforzo) mescolanza di categorie, dai ragazzi e ai master, dai sognatori di giornata agli africani che lentamente sono diventati i padroni assoluti della Lombardia podistica (come di tutto ciò che riguarda il mezzofondo), del Campaccio come della Cinque Mulini, entrambi appuntamenti cruciali del cross internazionale (Campaccio più lineare e con più curve, Cinque Mulini con più saliscendi). Non si affrontano campi ma campacci, nomen omen, campacci che non garantiscono, non proteggono, sfidano e basta, anche se non piove e se la terra è asciutta, campacci in cui c'è da preoccuparsi di tutto e di tutti, chi ti precede magari prende una pozzanghera oppure scatta e se per caso decidi di imitarlo finisci dritto nell'imbuto chimico dell'acido lattico, che non è esattamente il tuo migliore amico, mai, campacci che sfogliano le pagine dell'atletica più ruvida, in cui a lungo andare i chiodi delle scarpette a diventano inutili, non fanno più presa, la suola si riempie di poltiglia, più ci si corre sopra e più il percorso si deteriora, campacci che bisogna saper vivere, interpretare, erba, sterrato, duro morbido, neve, i più muscolati staranno attenti a non spingere troppo, i più leggeri potranno pagare il deficit di potenza.
"Io sono cresciuto con la corsa campestre", racconta Alberto Cova, campione olimpico e mondiale nei 10 mila, "il mezzofondo dei miei anni era costruito sulla campestre invernale, che ti portava poi alla pista estiva. La mia società, la Pro Patria, era nata sul cross. Tutto il mondo del mezzofondo, tra anni 70 e 80, correva i cross. Era anche un modo per non staccarsi dalle origini umili del correre, oltreché un sistema per evitare di allenarsi per sette mesi prima di fare una gara. Il cross ci faceva mettere fieno in cascina". Cova vinse il titolo italiano di cross nel 1980: "Allora il campionato italiano individuale era importante. Poi il sistema si è aggiornato, il cross è finito in un angolo, diciamo anche che l'atletica si è un po' imborghesita. Ricordo un terzo posto al Campaccio sotto una fitta nevicata, roba d'altri tempi...". In Italia il cross unisce dilettanti e professionisti, esiste un fitto calendario: "Dai noi manca la calma necessaria a far crescere i giovani mediante l'impegno, la fatica, gli allenamenti: si va troppo di corsa". Basta un risultato buono per far scattare il meccanismo divistico che fa considerare un atleta già maturo. Al via del Campaccio, oltre le decine di africani fra cui l'argento olimpico di Rio Tanui (nei 10mila), anche Crippa, bronzo U23 ai recenti Europei di cross di Chia, in Sardegna, e Chiappinelli, argento juniores. Il cross lega mondi lontani, nello spazio e nel tempo: Paavo Nurmi e Sebastian Coe, Bordin, Fava, Gebrselassie, Panetta, Mo Farah, Salazar, Dixon. "Vorrei che la federazione mostrasse la lucidità", prosegue Cova, "di non fermarsi alla contemplazione di chi fra i ragazzi vince una gara di cross. Perché magari dietro il primo arrivato c'è qualcuno che vale altrettanto e magari, in prospettiva, anche di più. Ma ci vuole pazienza". Come quella di chi sistemò le tracce di carta il 24 febbraio del 1877 per segnare il percorso del primo campionato di cross country della storia. Siamo a Londra, c'è nebbia, dal nulla spunta Peter Stunning, Percy per gli amici. Prima intervista: "Era proprio un campaccio...".
Venerdì, sul circuito di San Giorgio sul Legnano, epico luogo e toponimo del cross italiano, si correrà la 60esima edizione del Campaccio, evento annuale da sempre organizzato dalla Us Sangiorgese e raccontato nei suoi due volumi da Ennio Buongiovanni, il primo uscito per i 50 anni della manifestazione ( Campaccio e dintorni: 50 anni di storia) e il secondo appena pubblicato che riassume gli ultimi 10, a cominciare dall'Europeo di cross vinto sullo stesso percorso nel 2006 da Mo Farah ( Sotto il cielo di San Giorgio... e dintorni). Libri che raccontano una storia di limpidezza agonistica. Sessant'anni di caotiche partenze, di inesorabili emozioni, di inevitabili spintoni, di sorrisi iniziali e di volti alla fine stravolti, sfigurati dagli schizzi di mota e dalla fatica che confonde il sudore con le lacrime, di campioni che s'illuminano come angeli (del fango), in una gioiosa ma sempre drammatica (per lo sforzo) mescolanza di categorie, dai ragazzi e ai master, dai sognatori di giornata agli africani che lentamente sono diventati i padroni assoluti della Lombardia podistica (come di tutto ciò che riguarda il mezzofondo), del Campaccio come della Cinque Mulini, entrambi appuntamenti cruciali del cross internazionale (Campaccio più lineare e con più curve, Cinque Mulini con più saliscendi). Non si affrontano campi ma campacci, nomen omen, campacci che non garantiscono, non proteggono, sfidano e basta, anche se non piove e se la terra è asciutta, campacci in cui c'è da preoccuparsi di tutto e di tutti, chi ti precede magari prende una pozzanghera oppure scatta e se per caso decidi di imitarlo finisci dritto nell'imbuto chimico dell'acido lattico, che non è esattamente il tuo migliore amico, mai, campacci che sfogliano le pagine dell'atletica più ruvida, in cui a lungo andare i chiodi delle scarpette a diventano inutili, non fanno più presa, la suola si riempie di poltiglia, più ci si corre sopra e più il percorso si deteriora, campacci che bisogna saper vivere, interpretare, erba, sterrato, duro morbido, neve, i più muscolati staranno attenti a non spingere troppo, i più leggeri potranno pagare il deficit di potenza.
"Io sono cresciuto con la corsa campestre", racconta Alberto Cova, campione olimpico e mondiale nei 10 mila, "il mezzofondo dei miei anni era costruito sulla campestre invernale, che ti portava poi alla pista estiva. La mia società, la Pro Patria, era nata sul cross. Tutto il mondo del mezzofondo, tra anni 70 e 80, correva i cross. Era anche un modo per non staccarsi dalle origini umili del correre, oltreché un sistema per evitare di allenarsi per sette mesi prima di fare una gara. Il cross ci faceva mettere fieno in cascina". Cova vinse il titolo italiano di cross nel 1980: "Allora il campionato italiano individuale era importante. Poi il sistema si è aggiornato, il cross è finito in un angolo, diciamo anche che l'atletica si è un po' imborghesita. Ricordo un terzo posto al Campaccio sotto una fitta nevicata, roba d'altri tempi...". In Italia il cross unisce dilettanti e professionisti, esiste un fitto calendario: "Dai noi manca la calma necessaria a far crescere i giovani mediante l'impegno, la fatica, gli allenamenti: si va troppo di corsa". Basta un risultato buono per far scattare il meccanismo divistico che fa considerare un atleta già maturo. Al via del Campaccio, oltre le decine di africani fra cui l'argento olimpico di Rio Tanui (nei 10mila), anche Crippa, bronzo U23 ai recenti Europei di cross di Chia, in Sardegna, e Chiappinelli, argento juniores. Il cross lega mondi lontani, nello spazio e nel tempo: Paavo Nurmi e Sebastian Coe, Bordin, Fava, Gebrselassie, Panetta, Mo Farah, Salazar, Dixon. "Vorrei che la federazione mostrasse la lucidità", prosegue Cova, "di non fermarsi alla contemplazione di chi fra i ragazzi vince una gara di cross. Perché magari dietro il primo arrivato c'è qualcuno che vale altrettanto e magari, in prospettiva, anche di più. Ma ci vuole pazienza". Come quella di chi sistemò le tracce di carta il 24 febbraio del 1877 per segnare il percorso del primo campionato di cross country della storia. Siamo a Londra, c'è nebbia, dal nulla spunta Peter Stunning, Percy per gli amici. Prima intervista: "Era proprio un campaccio...".