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LA STORIA

"Ehi stai andando a 20 km orari...", quando Pantani incontrò il maratoneta

Il 14 febbraio è l'anniversario della morte di Marco Pantani che ci lasciò nel 2004. La Repubblica dei runner vuole ricordare il grande campione italiano con un articolo e una foto pubblicati nell'aprile del 2015 su Repubblica.it e dedicati ad un incontro occasionale ed emozionante tra il ciclista e il runner spagnolo Fabian Roncero Dominguez
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ROMA - Quando la vedi, pensi ad un fotomontaggio. Oggi si direbbe un photoshop, ma quelli erano ancora gli anni della pellicola, delle diapositive, della stampa. Una foto che emerge dall'oblio del tempo per approdare in qualche angolo dei social network. Mai vista, se non di sfuggita. Tempo neanche troppo lontano, che però sembra un'altra era geologica. Nell'istantanea due atleti affiancati: un podista evidentemente nella fase di massimo sforzo, con il pettorale della gara sulla maglia. E un ciclista in tenuta tecnica sponsorizzata, ma con lo sguardo più rilassato del runner, quasi fosse lì per una gita. Due campioni che le strane traiettorie della vita hanno fatto incontrare in quella strada, per pochi momenti. Due uomini estranei ma in qualche modo affini. Come le scie di due stelle cadenti che si incrociano nello splendore di una notte d'estate.

Ma estate non era: 13 ottobre 1996, l'obiettivo del fotografo inquadra Fabian Roncero Dominguez che è al trentacinquesimo chilometro della Maratona d'Italia. Di lì a poco il runner spagnolo taglierà il traguardo di Carpi da vincitore con un tempo di 2h 09:43, primo tassello di una bella carriera che lo porterà, un paio di anni dopo, a pochi secondi dal primato mondiale della distanza. Il clic della macchina fotografica lo fissa mentre viene affiancato da un uomo in bicicletta da corsa. E' lo stesso Fabian a raccontare l'incontro: "Mi sono ritrovato vicino un ciclista. Lo guardo e mi accorgo che è il grande Marco Pantani. Gli chiedo cosa stia facendo lì e lui mi dice solo poche parole, facendomi notare che sto andando a venti chilometri all'ora... poi se ne va".

Un'istantanea e niente più. Qualche secondo e Pantani tornerà al suo allenamento mentre Roncero correrà verso l'appuntamento con la vittoria. Due  mondi che si sono toccati solo per un attimo, eppure non troppo diversi nella loro anima. L'essenza degli sport della fatica: sacrificio, perseveranza, disciplina...
Fabian, nella foto, ha lo sguardo sicuro del vincitore: a ventisei anni è una delle promesse dell'atletica spagnola, si è appena laureato campione nazionale della mezza maratona e dopo la vittoria a Carpi collezionerà risultati in crescendo, fino al primo posto nella Maratona di Rotterdam del 1998 (2h 07:26, un soffio dal primato mondiale), al record europeo della mezza (59:52 a Berlino nel 2001, battuto solo dopo quattordici anni, qualche giorno fa, da Mo Farah), alle vittorie nel cross (tre volte campione nazionale) e nei diecimila (dove detiene ancora il record spagnolo).

Marco Pantani, in quella domenica mattina di ottobre, si allena lungo le strade che dalla Romagna arrivano in Emilia. Sta uscendo da uno dei tanti tunnel della sua esistenza. I postumi di una caduta, colpo durissimo per l'atleta, ma niente a confronto dell'ultima galleria che imboccherà nel 2004 per non uscirne mai più. Nell'ottobre del '96, dunque, gli hanno svitato da poco i perni del fissatore dell'osso della gamba sinistra, il "ferro" - così lo chiama lui - che per sei mesi è rimasto conficcato nella carne, da quando alla Milano-Torino del '95 un Suv spuntato improvvisamente lungo il percorso, lo ha travolto facendogli esplodere le ossa. Marco è l'astro nascente del ciclismo italiano, dopo la stupenda vittoria alla tappa dell'Aprica nel Giro del '94, il terzo posto finale al Tour dello stesso anno e le grandi imprese al Tour del '95.

La paura di perdere la gamba, la riabilitazione faticosissima in piscina e in palestra, le prime uscite di nascosto in bici spingendo solo con la gamba destra... Pantani si sta rialzando e da quell'autunno del '96 inizierà la breve, entusiasmante corsa che lo porterà a vincere Giro e Tour. Ma anche all'inferno di Madonna di Campiglio, all'umiliazione della squalifica, al baratro della depressione, della droga. Alla morte disperata. "Pantani è andato fino al fondo della sofferenza  -  dice Gianni Mura -. C'è andato come fosse un dovere. E non è più risalito". Fabian Roncero, invece, la sua corsa è riuscito a farla tutta. Vittorie, sconfitte, la fisiologica uscita di scena, la strada del dopo-carriera tra l'attività di allenatore e quella di commentatore televisivo. Addirittura la "normalità" di un contratto a tempo determinato in un negozio di articoli sportivi a Santander: "Per una mia vittoria sono stato premiato anche dal Principe delle Asturie. Ma per vivere la gente deve comunque lavorare", spiega lui senza tradire alcun rammarico.

Fabian e Marco, quasi vent'anni fa, si sono sfiorati per un attimo in una strada italiana. Si sono guardati e riconosciuti come due fratelli di fatica. Quel momento  -  ha detto una volta Pantani parlando della sofferenza del corridore  -  nel quale "non esiste più nessuno, non pensi più. E' il momento dello sforzo al limite. Allora è come gettare un secchio in un pozzo quasi prosciugato per cercare le ultime gocce d'acqua. E' un momento bellissimo e terribile. Bisogna esserci arrivati per capire".
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