QUANDO, ogni mattina, Haile Satayin esce dal piccolo appartamento di un condominio scalcinato, il suo viso non è certo l’immagine della felicità. Lo attendono ore di allenamento nelle strade di Hadera, città operaia al centro di Israele. Dietro la porta lascia una notte cadenzata dal fragore dei treni che passano sulla vicina ferrovia e una famiglia di dieci persone da mantenere con il proprio lavoro:l a corsa. "Non capisco perché un uomo debba scegliere di soffrire per così tanti chilometri. Però è il mio lavoro, il mio unico lavoro". Chilometri e chilometri di asfalto, con una sola parentesi di sterrato sotto i platani nel parco della città.
Haile ha iniziato la carriera di runner molto tardi, a trent’anni, e continua a farlo con la stessa intensità oggi che ne ha quasi cinquanta e alterna le gare con l’attività di allenatore: è stato nella nazionale israeliana di maratona, con alle spalle un paio di Olimpiadi (ventesimo ad Atene) e altre competizioni internazionali. Spinge sulle gambe ogni giorno a un’età che, per tutti gli altri, trasforma lo sport nell’hobby della domenica o nel racconto di glorie passate."Una sofferenza che mi fa odiare la maratona…" ripete spesso.
Secondo Roberto Weber, tutti i corridori conservano dentro di sé "l’impronta di quell’andare inconsiderato e leggero del tempo dell’infanzia, legato alla gioia pura che il semplice atto di accumulare una lunga serie di ripetuti balzi donava loro. L’impronta cioè di un correre fine a se stesso, immediato. Nella maratona la sofferenza e la perdita della condizione endemica di armonia sono più evidenti. Lungo i 42 chilometri, la sfida perduta contro la gravità, il peso che trascina in basso e il dolore che si rende improvvisamente manifesto appaiono più nitidamente. Come colpito da una divinità maligna, in breve tempo – talvolta in qualche centinaio di metri – il corridore smarrisce il suo privilegio e ridiventa umano. Il passo leggero si accorcia, una smorfia di sofferenza prende a segnargli il volto, il busto si irrigidisce e lo spazio e il tempo – pareva se ne fosse liberato – irrompono a segnalare il suo destino mortale".
Ma Haile è il primo a sapere che nella vita le vere sofferenze sono altre. Come quelle incarnate dalla sua pelle scura: perché lui è un "beta Israel", un falasha, un ebreo etiope. E come le migliaia di appartenenti a questa comunità, ha dovuto lasciare l’enclave africana dove il suo popolo viveva da millenni. Discendenti del re Salomone e della regina di Saba, gli "ebrei neri" hanno sempre convissuto con carestie, discriminazioni e repressioni: etiopi a tutti gli effetti, ma unici nel loro ebraismo. Fino alla fuga in Israele iniziata nel1979 e completata nel 1991: il regime del colonnello Menghistu minacciava la sopravvivenza dei beta Israel e così Gerusalemme organizzò tre ponti aerei che hanno consegnato i falasha a un’altra improbabile integrazione, quella con il popolo israeliano. "In Etiopia - ha spiegato Shlomo Akalè, direttore dell’Istituto di Cultura Etiope di Tel Aviv - nonostante nelle grandi città ci fossero scuole e ospedali, per paura di essere assimilati agli etiopi abbiamo preferito vivere isolati in campagna, in piccoli villaggi. Gli uomini erano per la maggior parte fabbri o tessitori, le donne lavoravano la ceramica e le stoffe". Oggi i 62mila falasha presenti in Israele vivono nella povertà e nell’emarginazione.
Nel 1991 anche Haile, insieme a una parte della sua famiglia, salì a bordo di uno degli aerei dell’"Operazione Salomone" diretti verso Israele. Trentaquattro veivoli con la stella di David, riempiti all’inverosimile. In un Boeing 747 addirittura più di mille persone: 1087 registrate ufficialmente più decine di bambini nascosti nei bagagli a mano delle madri. Quando arrivò in Terra Santa, all’ufficio immigrazione Haile dichiarò di essere nato nel 1955, dimenticandosi però di specificare che si trattava della data del calendario etiope e che, in realtà, in base al calendario gregoriano, il suo vero anno di nascita era il 1962. Sarà questo disguido burocratico a farlo passare alla storia, nel 2004, come uno degli atleti più anziani delle Olimpiadi di Atene.
Ma nel 1991 l’unica corsa conosciuta da Haile era quella che emergeva ogni tanto dai ricordi dell’infanzia, quando correva per andare e tornare da scuola. In Etiopia aveva lavorato come carpentiere e ora si trovava a doversi inventare una nuova vita in un Paese straniero. Provò a fare il contabile, ma la cosa non funzionò. L’idea di tentare con l’atletica venne a un suo amico che, qualche mese prima, l’aveva convinto a fare jogging per buttare giù i chili di troppo accumulati nel complicato approccio con la nuova cucina. Nel 1994 Satayin è campione israeliano dei 10.000, però soldi non se ne vedono. Passa così alla maratona, spinto dalla promessa di un sostegno da parte dell’Associazione dell’atletica israeliana. La sua carriera decolla, fino al record israeliano della specialità, 2h 14’ 21”, fatto segnare a Venezia nel 2003 e alle qualificazioni alle Olimpiadi di Atene e di Pechino, intervallate dalla partecipazione ai mondiali di Helsinki del 2005 (dove giunse ventunesimo).
"Dopo ogni corsa torno a casa pieno di dolori - ha raccontato al Jerusalem Post - per questo odio la maratona. Tra l’altro non ho guadagnato molti soldi correndo e, a questo punto sto cominciando a pensare al domani mio e dei miei figli. Credo che mi metterò a studiare economia…". Un cinquantenne che progetta il proprio futuro e che intanto continua a correre e a sbuffare nelle strade di Hadera. "La vita per Haile non è facile", ha detto ad Abc News il suo allenatore,Yehiam Skittel. La vita di un falasha nato nella terra di Bikila e Gebrselassie.
Testo tratto da "Maratoneti, storie di corse e di corridori" di Marco Patucchi (Baldini&Castoldi, 2010)
Haile ha iniziato la carriera di runner molto tardi, a trent’anni, e continua a farlo con la stessa intensità oggi che ne ha quasi cinquanta e alterna le gare con l’attività di allenatore: è stato nella nazionale israeliana di maratona, con alle spalle un paio di Olimpiadi (ventesimo ad Atene) e altre competizioni internazionali. Spinge sulle gambe ogni giorno a un’età che, per tutti gli altri, trasforma lo sport nell’hobby della domenica o nel racconto di glorie passate."Una sofferenza che mi fa odiare la maratona…" ripete spesso.
Secondo Roberto Weber, tutti i corridori conservano dentro di sé "l’impronta di quell’andare inconsiderato e leggero del tempo dell’infanzia, legato alla gioia pura che il semplice atto di accumulare una lunga serie di ripetuti balzi donava loro. L’impronta cioè di un correre fine a se stesso, immediato. Nella maratona la sofferenza e la perdita della condizione endemica di armonia sono più evidenti. Lungo i 42 chilometri, la sfida perduta contro la gravità, il peso che trascina in basso e il dolore che si rende improvvisamente manifesto appaiono più nitidamente. Come colpito da una divinità maligna, in breve tempo – talvolta in qualche centinaio di metri – il corridore smarrisce il suo privilegio e ridiventa umano. Il passo leggero si accorcia, una smorfia di sofferenza prende a segnargli il volto, il busto si irrigidisce e lo spazio e il tempo – pareva se ne fosse liberato – irrompono a segnalare il suo destino mortale".
Ma Haile è il primo a sapere che nella vita le vere sofferenze sono altre. Come quelle incarnate dalla sua pelle scura: perché lui è un "beta Israel", un falasha, un ebreo etiope. E come le migliaia di appartenenti a questa comunità, ha dovuto lasciare l’enclave africana dove il suo popolo viveva da millenni. Discendenti del re Salomone e della regina di Saba, gli "ebrei neri" hanno sempre convissuto con carestie, discriminazioni e repressioni: etiopi a tutti gli effetti, ma unici nel loro ebraismo. Fino alla fuga in Israele iniziata nel1979 e completata nel 1991: il regime del colonnello Menghistu minacciava la sopravvivenza dei beta Israel e così Gerusalemme organizzò tre ponti aerei che hanno consegnato i falasha a un’altra improbabile integrazione, quella con il popolo israeliano. "In Etiopia - ha spiegato Shlomo Akalè, direttore dell’Istituto di Cultura Etiope di Tel Aviv - nonostante nelle grandi città ci fossero scuole e ospedali, per paura di essere assimilati agli etiopi abbiamo preferito vivere isolati in campagna, in piccoli villaggi. Gli uomini erano per la maggior parte fabbri o tessitori, le donne lavoravano la ceramica e le stoffe". Oggi i 62mila falasha presenti in Israele vivono nella povertà e nell’emarginazione.
Nel 1991 anche Haile, insieme a una parte della sua famiglia, salì a bordo di uno degli aerei dell’"Operazione Salomone" diretti verso Israele. Trentaquattro veivoli con la stella di David, riempiti all’inverosimile. In un Boeing 747 addirittura più di mille persone: 1087 registrate ufficialmente più decine di bambini nascosti nei bagagli a mano delle madri. Quando arrivò in Terra Santa, all’ufficio immigrazione Haile dichiarò di essere nato nel 1955, dimenticandosi però di specificare che si trattava della data del calendario etiope e che, in realtà, in base al calendario gregoriano, il suo vero anno di nascita era il 1962. Sarà questo disguido burocratico a farlo passare alla storia, nel 2004, come uno degli atleti più anziani delle Olimpiadi di Atene.
Ma nel 1991 l’unica corsa conosciuta da Haile era quella che emergeva ogni tanto dai ricordi dell’infanzia, quando correva per andare e tornare da scuola. In Etiopia aveva lavorato come carpentiere e ora si trovava a doversi inventare una nuova vita in un Paese straniero. Provò a fare il contabile, ma la cosa non funzionò. L’idea di tentare con l’atletica venne a un suo amico che, qualche mese prima, l’aveva convinto a fare jogging per buttare giù i chili di troppo accumulati nel complicato approccio con la nuova cucina. Nel 1994 Satayin è campione israeliano dei 10.000, però soldi non se ne vedono. Passa così alla maratona, spinto dalla promessa di un sostegno da parte dell’Associazione dell’atletica israeliana. La sua carriera decolla, fino al record israeliano della specialità, 2h 14’ 21”, fatto segnare a Venezia nel 2003 e alle qualificazioni alle Olimpiadi di Atene e di Pechino, intervallate dalla partecipazione ai mondiali di Helsinki del 2005 (dove giunse ventunesimo).
"Dopo ogni corsa torno a casa pieno di dolori - ha raccontato al Jerusalem Post - per questo odio la maratona. Tra l’altro non ho guadagnato molti soldi correndo e, a questo punto sto cominciando a pensare al domani mio e dei miei figli. Credo che mi metterò a studiare economia…". Un cinquantenne che progetta il proprio futuro e che intanto continua a correre e a sbuffare nelle strade di Hadera. "La vita per Haile non è facile", ha detto ad Abc News il suo allenatore,Yehiam Skittel. La vita di un falasha nato nella terra di Bikila e Gebrselassie.
Testo tratto da "Maratoneti, storie di corse e di corridori" di Marco Patucchi (Baldini&Castoldi, 2010)