ROMA - Ricordare per tramandare le gesta dei maratoneti italiani, è il modo migliore per confrontarsi con la realtà odierna che mette a nudo il declino della specialità. Il paragone dei risultati è impietoso. E non si tratta solo di una questione sportiva, visto che l'attività motoria e lo sport sono indici di valutazione importanti dello stato sociale del Paese. Così le Federazioni sportive italiane diventano lo specchio di una Italia al collasso: basti pensare alle Olimpiadi in Brasile della scorsa estate nelle quali l'atletica italiana è tornata a casa con il solo bronzo della marciatrice Antonella Palmisano o, caso altrettanto eclatante, il fallimento della nazionale di calcio rimasta fuori dal mondiale 2018 che si svolgerà tra poche settimane in Russia.
Il paradosso, rimanendo al campo del running, è che nel nostro Paese ogni week-end si corrono moltissime competizioni su strada, su pista, nei trail: ma tutte prive di risultato tecnico. Aumentano in misura esponenziale i numeri dei tesserati alle società sportive e alla Federeazione, degli appassionati, degli amatori della disciplina; le organizzazioni e i partecipanti alle grandi maratone in Italia e all'estero. Ma quando si tirano le somme e quando sono i tempi a parlare, emerge a tutto tondo la differenza con anni nei quali gli atleti italiani hanno scritto pagine di atletica indelebili.
Le statistiche parlano chiaro: nella top ten dei maratoneti italiani sotto le 2h10' ci sono Stefano Baldini, Giacomo Leone, Alberico Di Cecco, Gelindo Bordin, Danilo Goffi, Francesco Ingargiola, Daniele Caimmi, Ottaviano Andriani, Migidio Bourifa, e Gianni Poli. Tra le donne, sotto le 2h30' abbiamo Valeria Straneo, Maura Viceconte, Franca Fiacconi, Bruna Genovese, Anna Incerti, Maria Guida, Rosaria Console, Nadia Ejjafini, Laura Fogli e Ornella Ferrara. Nell'ambito femminile si è registrato un progressivo miglioramento delle prestazioni solo tra il 1998 e il 2012, mentre in campo maschile i risultati di valore si fermano al 2006.
Perché questa riduzione di risultati di qualità nel mezzofondo e nella maratona? Fermo restando il condizionale d'obbligo, la lista delle possibili motivazioni (nessuna esclusiva) è lunga: si va dalle caratteristiche genetiche alla diffusa sedentarietà; dall'educazione alle responsabilità di tecnici e allenatori incapaci di riconoscere e allenare un talento. Probabilmente, e lo dico anche sulla base delle mie esperienze, il "vero talento" è quello cresciuto giocando liberamente per strada, abituato a lottare ogni giorno per raggiungere un obiettivo, piccolo o grande che sia.
Credo che non sia un caso che parallelamente al miglioramento (sacrosanto, intendiamoci) della qualità della vita nel corso degli anni, in Italia si sia ridotta la dinamicità sportiva delle generazioni. E fa riflettere la contestuale scomparsa dei nostri podisti dalle scene delle competizioni mondiali. Tutto questo, mentre la nuova sfida dei maratoneti di èlite mondiali (guarda caso, tutti africani) è addirittura il quasi utopico abbattimento del muro delle due ore. L'atletica leggera, è bene ricordarlo, come tutti gli sport è sinonimo di divertimento ma anche di sacrificio: e la fatica, come sintetizzò mirabilmente Pietro Mennea, "non è mai sprecata. Soffri ma sogni".
Il paradosso, rimanendo al campo del running, è che nel nostro Paese ogni week-end si corrono moltissime competizioni su strada, su pista, nei trail: ma tutte prive di risultato tecnico. Aumentano in misura esponenziale i numeri dei tesserati alle società sportive e alla Federeazione, degli appassionati, degli amatori della disciplina; le organizzazioni e i partecipanti alle grandi maratone in Italia e all'estero. Ma quando si tirano le somme e quando sono i tempi a parlare, emerge a tutto tondo la differenza con anni nei quali gli atleti italiani hanno scritto pagine di atletica indelebili.
Le statistiche parlano chiaro: nella top ten dei maratoneti italiani sotto le 2h10' ci sono Stefano Baldini, Giacomo Leone, Alberico Di Cecco, Gelindo Bordin, Danilo Goffi, Francesco Ingargiola, Daniele Caimmi, Ottaviano Andriani, Migidio Bourifa, e Gianni Poli. Tra le donne, sotto le 2h30' abbiamo Valeria Straneo, Maura Viceconte, Franca Fiacconi, Bruna Genovese, Anna Incerti, Maria Guida, Rosaria Console, Nadia Ejjafini, Laura Fogli e Ornella Ferrara. Nell'ambito femminile si è registrato un progressivo miglioramento delle prestazioni solo tra il 1998 e il 2012, mentre in campo maschile i risultati di valore si fermano al 2006.
Perché questa riduzione di risultati di qualità nel mezzofondo e nella maratona? Fermo restando il condizionale d'obbligo, la lista delle possibili motivazioni (nessuna esclusiva) è lunga: si va dalle caratteristiche genetiche alla diffusa sedentarietà; dall'educazione alle responsabilità di tecnici e allenatori incapaci di riconoscere e allenare un talento. Probabilmente, e lo dico anche sulla base delle mie esperienze, il "vero talento" è quello cresciuto giocando liberamente per strada, abituato a lottare ogni giorno per raggiungere un obiettivo, piccolo o grande che sia.
Credo che non sia un caso che parallelamente al miglioramento (sacrosanto, intendiamoci) della qualità della vita nel corso degli anni, in Italia si sia ridotta la dinamicità sportiva delle generazioni. E fa riflettere la contestuale scomparsa dei nostri podisti dalle scene delle competizioni mondiali. Tutto questo, mentre la nuova sfida dei maratoneti di èlite mondiali (guarda caso, tutti africani) è addirittura il quasi utopico abbattimento del muro delle due ore. L'atletica leggera, è bene ricordarlo, come tutti gli sport è sinonimo di divertimento ma anche di sacrificio: e la fatica, come sintetizzò mirabilmente Pietro Mennea, "non è mai sprecata. Soffri ma sogni".