ROMA - Da qualche anno raccontiamo che nel nostro Paese quello dei runner è il partito di maggioranza. Sondaggi e analisi statistiche, per ultima una ricerca dell'Istituto Piepoli, hanno certificato che un italiano su due corre all'aria aperta almeno una volta al mese e un consistente 17% lo fa 2-3 volte alla settimana. Poi vai a vedere i dati del confronto con gli altri Paesi europei e, come succede in politica con lo studio puntuale dei flussi elettorali, ti accorgi che le chiavi di lettura sono varie e che probabilmente il movimento podistico nazionale va declinato in un altro modo.
Così il "partito di maggioranza" si trasforma in una sorta di "maggioranza dell'astensionismo", dove per astensione non si intende la rinuncia alla pratica sportiva, ma la difficoltà ad organizzare e implementare una passione così grande.
Prendiamo ad esempio i dati della prima European Running Business Conference di Francoforte e, in particolare, la classifica della popolarità del podismo in percentuale sulla popolazione misurata con le partecipazioni alle gare omologate.
Ebbene, la graduatoria delle ventotto nazioni Ue è guidata dalla Danimarca a quota 31%, poi la Germania al 25%, Belgio Francia e Lussemburgo al 19%, l'Olanda al 18% e via via tutte le altre. L'Italia non c'è nelle posizioni di testa, è "persa" nel mare magnum dei Paesi sotto il 10% (il tasso è intorno al 6%). Come dire, insomma, che da noi esiste una grande passione per la corsa che non sfocia però in analoga propensione verso l'agonismo e la pratica "strutturata". Una sorta di approccio indipendente e naif. Forse. Perchè in realtà un'altro dato sembra contraddire questa interpretazione, visto che nella graduatoria relativa alla percentuale di corridori non iscritti a società sportive (definiamoli runner "indipendenti") in proporzione al totale dei podisti, ancora una volta l'Italia scompare: si va, infatti, da un 96% del Regno Unito a un 60% della Grecia, passando per il 95% della Francia, il 94% della Germania, il 93% della Danimarca e dell'Olanda, l'88% del Belgio, l'80% dell'Ungheria. Dunque l'apparente paradosso di runner italiani pronti ad aderire ai club, ma meno interessati alle gare ufficiali.
Interessanti, in questo senso, altri dati della European Running Business Conference: il running è lo sport più popolare in Belgio, ed è al secondo posto in Danimarca (dopo il walking), in Germania (dopo il ciclismo) e in Polonia (anche qui preceduto dalla bicicletta); in Italia (come in Francia, Regno Unito e Svizzera) è al quinto posto, preceduto nell'ordine dal fitness, dal calcio, dal nuoto e dal ciclismo.
Si tratta di indicazioni da collocare nel contesto più complessivo della crescita esponenziale del movimento del running non solo in Europa: considerando, per dire, il dato delle maratone ufficiali nel mondo e del relativo numero di partecipanti che hanno concluso la gara, si è passati dalle cifre sostanzialmente insignificanti degli anni Sessanta dello scorso secolo ai quasi 4000 eventi attuali e agli oltre 1,5 milioni di "finisher". La crescita continua c'è stata a partire dalla fine degli anni Settanta e, in particolare, dall'inizio del nuovo millennio, con due "ondate" rilevanti tra metà anni Settanta e fine anni Ottanta, e poi dall'inizio dal 2000 ad oggi (questa ancora più eclatante con uno scatto da 300mila al milione e mezzo recente). Una progressione statistica esponenenziale senza grandi differenze tra "finisher" europei e nordamericani arrivati quasi parallelamente ad una quota di circa 600mila persone sia nel vecchio che nel nuovo continente, mentre gli asiatici hanno fatto registrare uno scatto notevolissimo a partire dal 2000, passando da un livello inferiore a quota 100mila a oltre 300mila.
Tornando all'Italia, Carlo Capalbo (responsabile della Road Running Commission della Iaaf, l'associazione internazionale delle federazioni di atletica leggera) ha una sua chiave di lettura: "I numeri dimostrano che nel nostro Paese c'è un mercato potenzialmente enorme, che organizzatori e istituzioni, in particolare la Fidal, non riescono ad ingaggiare per colpa della complessità delle norme, come ad esempio quelle sulla sacrosanta certificazione medica ma differenti dagli altri Paesi europei, dei costi, della burocrazia...Insomma esistono milioni di runner frenati da regole, tasse, multe. Un limite che si riverbera anche sulla capacità di attrarre persone e investimenti dall'estero: è assurdo che le maratone in straordinarie città come Roma, Firenze o Venezia, non riescano a raggiungere neanche lontanamente i numeri di iscritti registrati da città nel mondo molto meno attraenti". E' assurdo, ma forse non irreversibile.
Così il "partito di maggioranza" si trasforma in una sorta di "maggioranza dell'astensionismo", dove per astensione non si intende la rinuncia alla pratica sportiva, ma la difficoltà ad organizzare e implementare una passione così grande.
Prendiamo ad esempio i dati della prima European Running Business Conference di Francoforte e, in particolare, la classifica della popolarità del podismo in percentuale sulla popolazione misurata con le partecipazioni alle gare omologate.
Ebbene, la graduatoria delle ventotto nazioni Ue è guidata dalla Danimarca a quota 31%, poi la Germania al 25%, Belgio Francia e Lussemburgo al 19%, l'Olanda al 18% e via via tutte le altre. L'Italia non c'è nelle posizioni di testa, è "persa" nel mare magnum dei Paesi sotto il 10% (il tasso è intorno al 6%). Come dire, insomma, che da noi esiste una grande passione per la corsa che non sfocia però in analoga propensione verso l'agonismo e la pratica "strutturata". Una sorta di approccio indipendente e naif. Forse. Perchè in realtà un'altro dato sembra contraddire questa interpretazione, visto che nella graduatoria relativa alla percentuale di corridori non iscritti a società sportive (definiamoli runner "indipendenti") in proporzione al totale dei podisti, ancora una volta l'Italia scompare: si va, infatti, da un 96% del Regno Unito a un 60% della Grecia, passando per il 95% della Francia, il 94% della Germania, il 93% della Danimarca e dell'Olanda, l'88% del Belgio, l'80% dell'Ungheria. Dunque l'apparente paradosso di runner italiani pronti ad aderire ai club, ma meno interessati alle gare ufficiali.
Interessanti, in questo senso, altri dati della European Running Business Conference: il running è lo sport più popolare in Belgio, ed è al secondo posto in Danimarca (dopo il walking), in Germania (dopo il ciclismo) e in Polonia (anche qui preceduto dalla bicicletta); in Italia (come in Francia, Regno Unito e Svizzera) è al quinto posto, preceduto nell'ordine dal fitness, dal calcio, dal nuoto e dal ciclismo.
Si tratta di indicazioni da collocare nel contesto più complessivo della crescita esponenziale del movimento del running non solo in Europa: considerando, per dire, il dato delle maratone ufficiali nel mondo e del relativo numero di partecipanti che hanno concluso la gara, si è passati dalle cifre sostanzialmente insignificanti degli anni Sessanta dello scorso secolo ai quasi 4000 eventi attuali e agli oltre 1,5 milioni di "finisher". La crescita continua c'è stata a partire dalla fine degli anni Settanta e, in particolare, dall'inizio del nuovo millennio, con due "ondate" rilevanti tra metà anni Settanta e fine anni Ottanta, e poi dall'inizio dal 2000 ad oggi (questa ancora più eclatante con uno scatto da 300mila al milione e mezzo recente). Una progressione statistica esponenenziale senza grandi differenze tra "finisher" europei e nordamericani arrivati quasi parallelamente ad una quota di circa 600mila persone sia nel vecchio che nel nuovo continente, mentre gli asiatici hanno fatto registrare uno scatto notevolissimo a partire dal 2000, passando da un livello inferiore a quota 100mila a oltre 300mila.
Tornando all'Italia, Carlo Capalbo (responsabile della Road Running Commission della Iaaf, l'associazione internazionale delle federazioni di atletica leggera) ha una sua chiave di lettura: "I numeri dimostrano che nel nostro Paese c'è un mercato potenzialmente enorme, che organizzatori e istituzioni, in particolare la Fidal, non riescono ad ingaggiare per colpa della complessità delle norme, come ad esempio quelle sulla sacrosanta certificazione medica ma differenti dagli altri Paesi europei, dei costi, della burocrazia...Insomma esistono milioni di runner frenati da regole, tasse, multe. Un limite che si riverbera anche sulla capacità di attrarre persone e investimenti dall'estero: è assurdo che le maratone in straordinarie città come Roma, Firenze o Venezia, non riescano a raggiungere neanche lontanamente i numeri di iscritti registrati da città nel mondo molto meno attraenti". E' assurdo, ma forse non irreversibile.