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L'intervista

L'orgoglio di Rachik: "Dal Marocco alla maratona, così sono finito nella stanza dei sogni"

(reuters)
Intervista all'atleta azzurro che è salito sul podio della 42km degli Europei di Berlino. "Un professionista non dovrebbe correre più di tre maratone all'anno. E così dovrebbero fare anche gli amatori. La maratona attira, è una seduzione continua, ma bisogna stare attenti: stritola"
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ROMA - Vinceva campionati italiani a raffica su tutte le distanze eppure quello che vinceva, lui, il ragazzino di Calcinate e poi di Castelli Calepio non era italiano: "Mi sentivo orgoglioso e al tempo stesso fragile, il mio paese era questo qui, però non lo era del tutto...". Yassine Rachik, bronzo europeo nella maratona a Berlino, ha 25 anni, è arrivato in Italia nel 2004. Suo padre Said aveva lasciato il Marocco nell'89, cercava fortuna, un lavoro, lo trovò due anni dopo ed è lo stesso ancora oggi: fa l'operaio. "La fabbrica è la seconda casa di mio padre, che ha 52 anni e che ora è diventato il mio primo tifoso".

Come fu arrivare qui?
"Non semplice. All'inizio non mi piaceva, ero spaventato, avevo lasciato in Marocco mio nonno cui ero legatissimo. Non capivo una parola d'italiano. Non ricordo se ho imparato prima a capire o a parlare. So solo che un giorno è successo. Poi l'atletica grazie a Arrigo Fratus, il mio scopritore".
E la vera svolta nel 2015, quando in pochi mesi è arrivata l'agognata cittadinanza...
"Mi sento un privilegiato perché la burocrazia è lunga e io avevo saltato la possibilità di diventare italiano con mio padre. C'erano mille complicazioni, legittime per carità, ma a un certo punto sembrava che niente fosse più sufficiente, c'era sempre un cavillo a bloccare tutto".

Poi si è mosso addirittura il presidente Mattarella.
"Dalla paura di non farcela sono passato alla stanza dei sogni. Mi hanno conferito la cittadinanza nel giorno del mio compleanno e pochi giorni dopo, per la prima volta in nazionale, ho vinto il bronzo nei 10 mila agli Europei U23. Non ho mai incontrato il presidente, ma era presente dietro le quinte. E devo dire grazie alla petizione di change.org e a chi si è "sbattuto" per me, come il deputato del Pd Khalid Chaouki".
Lei è più da strada che da pista.
"Difficile da spiegare ma è così. La pista ha qualcosa che mi respinge, ne ho fatta tanta, ma non è la mia 'strada'. E approdare alla maratona (ne ha corse appena quattro, ndr), ti apre nuovi scenari emotivi e agonistici. La maratona è un romanzo che scrivi ogni volta daccapo e per il quale devi conoscere tutte le parole necessarie, non una di meno, devi essere pronto a usarle e anche a metterle da parte. Sono parole che impari durante l'allenamento, a volte massacrante. A luglio, per preparare Berlino, io e il mio allenatore Alberto Colli abbiamo calcolato che in un mese ho corso 850 chilometri".

Quando ha iniziato a sentirsi un professionista?
"Tre giorni fa".
Prima di questa medaglia cos'era?
"Uno che stava lavorando per capire cosa fare da grande. Adesso cominceremo a selezionare gli eventi. Forse correrò un'altra maratona entro l'anno, mi piacerebbe tanto fosse quella di New York, ma dobbiamo ancora decidere. E adesso anche se ho al collo una medaglia che prima non avevo, correrò lo stesso una 10 km che organizzano dei miei amici in Sicilia fra due settimane. È vero, mi sento un altro, ma ho bisogno di restare con i piedi per terra".

Quanto ci vuole a preparare una maratona?
"Fra i tre e i quattro mesi, per questo un professionista non dovrebbe correrne più di tre all'anno. E così dovrebbero fare anche gli amatori. La maratona attira, è una seduzione continua, ma bisogna stare attenti: stritola".
Correre sotto le due ore?
"Da marziani, assurdo, ma chissà, qui tutto diventa possibile...".
Un ricordo di domenica.
"Nessuno si aspettava che andassi sul podio, quando mi sono messo davanti mi urlano: stai indietro! E io: ma che dite, io voglio una medaglia".
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