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Mezzofondo, 50 anni fa la settimana che sconvolse il mondo: così è nato il dominio infinito dell'Africa

Kip Keino insieme ad un compagno di squadra dopo la vittoria dell'oro nei 1500 a Citta del Messico 
Un'epopea iniziata nello stadio olimpico di Città del Messico, nella settimana olimpica tra il 13 e il 20 ottobre del 1968. Negli stessi giorni in cui Tommie Smith e John Carlos si rendevano protagonisti del più clamoroso gesto di protesta nella storia dello sport mondiale, alzando il pugno sul podio dei 200 metri, nelle gare più lunghe si stava realizzando un altro passaggio storico. Per otto giorni l'Africa prese letteralmente a schiaffi il resto del mondo, in tutte le gare dai 1.500 metri in su.
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BOLOGNA - Un dominio lungo mezzo secolo. In alcune fasi, una dittatura. Il mezzofondo, da cinquant'anni a questa parte, è quasi solo Africa. Lo dicono i numeri, impietosi: dal 1968 a oggi, nel corso di 13 Olimpiadi, il mezzofondo su pista (800, 1.500, 3.000 siepi, 5.000, 10.000) ha assegnato 110 medaglie d'oro. Di queste, 57 sono andate all'Africa. Il calcolo non tiene conto degli atleti di atleti di origine africana che hanno vinto sotto altre bandiere. E considera anche edizioni olimpiche che furono pesantemente boicottate dai Paesi africani: quella del 1976, dove l'Olimpiade "perse un cerchio", come dissero i titoli dei giornali di tutto il mondo, e quella del 1980.

In questo monologo la voce più grossa l'ha fatta il Kenya che ha conquistato 26 medaglie d'oro e sfornato decine di campioni, trasformando i 3.000 siepi in una specie di campionato nazionale. Il Paese della Rift Valley è la più grande fucina di talenti al mondo, per quanto riguarda la corsa di resistenza. A livello di quantità, ha prodotto più campioni di chiunque, anche degli acerrimi rivali etiopi. E interrogando gli esperti su come ciò fosse possibile. C'è chi parla di predisposizione fisica, chi dell'importanza di vivere fin dalla nascita oltre i duemila metri di altitudine. C'è la leggenda dei bambini che fin da piccoli vanno a scuola di corsa o fanno chilometri per andare a raccogliere l'acqua. Più prosaicamente, c'è chi ricorda come la corsa sia spesso l'unico modo per uscire dalla povertà e che quindi fin da piccoli siano moltissimi i giovani che si dedicano all'atletica. Ci sono le voci, e purtroppo assai spesso le condanne, legate al doping. E probabilmente molti di questi aspetti hanno il loro peso. Intanto che gli esperti li studiano, il Kenya continua a sfornare decine di talenti ogni anno. Molti si perdono, alcuni aggiungono il loro contributo a un'epopea che dura da mezzo secolo.

Un'epopea iniziata nello stadio olimpico di Città del Messico, nella settimana tra il 13 e il 20 ottobre del 1968. Nairobi era indipendente da appena cinque anni. Negli stessi giorni in cui Tommie Smith e John Carlos si rendevano protagonisti del più clamoroso gesto di protesta nella storia dello sport mondiale, alzando il pugno sul podio dei 200 metri, nelle gare più lunghe si stava realizzando un altro passaggio storico. Per otto giorni l'Africa prese letteralmente a schiaffi il resto del mondo, in tutte le gare dai 1.500 metri in su. I mezzofondisti europei, americani e oceanici erano venuti in Messico convinti di dominare il panorama di 800, 1.500, 3.000 siepi, 5.000 e 10.000, come avevano sempre fatto fino a quel momento. Soffocati dall'aria rarefatta dell'Estadio Olimpico Universitario, dovettero accontentarsi delle briciole. In queste cinque gare maschili si assegnarono 15 medaglie, ne vinsero appena cinque. Le altre dieci andarono all'Africa. E sette le vinse il Kenya, che si issò al secondo posto nel medagliere di atletica grazie a tre ori. Perché portare a 2.250 metri di altitudine la selezione keniana equivaleva a portare un branco di squali in piscina: mentre il resto del mondo si interrogava sui rischi per la salute di un organismo costretto a correre chilometri in scarsità di ossigeno, gli atleti della Rift Valley in quelle condizioni ci erano nati e cresciuti.
La rivoluzione iniziò il 13 ottobre 1968, con la finale dei 10.000. E porta il nome di Naftali Temu. Non si sa quasi niente di questo atleta, che pure ha partecipato a tre edizioni dei Giochi. Aveva iniziato nel 1964, finendo nelle posizioni di rincalzo in maratona. Nel 1968 si presentò con una sola vittoria nel palmares, ma pesante: l'oro ai Giochi del Commonwalth 1966, battendo sulle sei miglia l'australiano Ron Clarke, uno che l'anno prima aveva portato il primato mondiale a 27'39''4 (quello precedente, sempre suo, era 36 secondi più alto). A Città del Messico si pensava che la lotta per la vittoria dei 10.000 dovesse essere una questione tra Clarke e il tedesco orientale Jürgen Haase. Mai previsione fu più sbagliata: Haase, messo ko dalla rarefazione dell'aria, concluse a quasi un minuto dai primi, in quindicesima posizione. Clarke lottò leggermente di più, ma non fece meglio che sesto. Salirono in cattedra gli africani e, a 400 metri dalla fine, rimasero in due: l'etiope Mamo Wolde, che poi avrebbe vinto l'oro olimpico della maratona nella gara del ritiro di Abebe Bikila, e Temu. Fu il primo atto di un duello epico che, 50 anni dopo, non è ancora finito.

Wolde provò a scappare via al suono della campana, ma Temu si incollò alle sue spalle. Dribblarono i doppiati, mentre il keniano rimaneva attaccato al battistrada per poi affiancarlo sull'ultimo rettilineo. Temu concluse il sorpasso a non più di 50 metri dalla fine e vinse con un distacco minimo: 29'27''40 contro 29'27''75. Tempi alti, per un finale mozzafiato e storico. Era la prima gara di mezzofondo che andava a un africano, otto anni dopo il trionfo di Bikila nella maratona di Roma. Ed era la prima volta che l'intero podio proveniva da questo continente: terzo arrivò il tunisino Mohamed Gammoudi. Proprio Gammoudi e Temu si invertirono le posizioni quattro giorni dopo, nei 5.000, in un'altra gara dal finale drammatico e dal podio interamente africano. Per Temu quel bronzo fu l'ultima impresa di rilievo. Partecipò, da comparsa, alle Olimpiadi del 1972. Poi di lui si persero le tracce fino alla morte: Naftali Temu si spense al Kenyatta National Hospital di Nairobi, il 10 marzo 2003. Non aveva ancora 58 anni, soffriva di un cancro alla prostata. Era un eroe nazionale, il capostipite di un'epopea che coinvolse decine di campioni e centinaia di meteore. Eppure non aveva 660 dollari per pagare le spese mediche, che gli furono offerte dal governo.

Il secondo trionfo del Kenya arrivò il 16 ottobre 1968, nel giorno della vittoria e della protesta di Tommie Smith e John Carlos sui 200 metri. Mentre gli occhi del mondo erano fissi comprensibilmente da un'altra parte, in pista scendevano in pista anche i protagonisti dei 3.000 siepi. E nell'anno della consacrazione del Kenya, non è difficile immaginare come andò a finire. Dopo l'ultima riviera, ai primi tre posti ci sono il keniano Benjamin Kogo, l'americano George Young e l'australiano Kerry O'Brien. Quarto, leggermente scappato, un altro keniano, Amos Biwott. Una seconda linea, una scommessa per gli stessi allenatori keniani. I 3.000 metri siepi distruggono le gambe dei mezzofondisti già al livello del mare: saltare 35 ostacoli, uno ogni meno di 100 metri, nel corso di una gara di mezzofondo è estremamente faticoso, ma diventa un calvario ai 2.250 metri di Città del Messico. E alla fine vince quello che all'arrivo barcolla di meno. Kogo saltò l'ultima siepe meglio di tutti, guadagnando un piccolo vantaggio. Ma appena atterrato, Biwott mise le ali ai piedi. Seminò Young e O'Brien e superò al doppio della velocità anche il connazionale, andando a conquistare il primo oro keniano nella disciplina che Nairobi, nel mezzo secolo successivo, ha dominato come mai nessuno prima. Fu la prima doppietta nella storia del Kenya. Dal 1968 a oggi, i Biwott e i suoi successori hanno vinto l'oro maschile dei 3.000 siepi 11 volte su 13. Hanno mancato l'oro solo nel 1976 e nel 1980, semplicemente perché il Kenya non partecipò ai Giochi di Montreal e Mosca.

Ed è iniziato tutto con un campione olimpico sconosciuto (settantacinquesimo nel ranking mondiale di quell'anno), persino ai selezionatori della sua nazionale, che lo avevano portato in Messico tra mille dubbi. Biwott era tutt'altro che un predestinato: "Non mi piace correre, vorrei giocare a calcio", raccontò qualche tempo dopo a Max David, inviato del Corriere della Sera. David era impegnato in un'inchiesta: voleva capire come avesse fatto il Kenya a diventare la patria del mezzofondo. Lui, come tanti altri nel mondo, spiegava l'exploit con i vantaggi dell'altitudine e delle caratteristiche fisiche dei keniani. Motivazioni respinte dai diretti interessati, a partire da Temu: "Noi non siamo nati uomini da corsa. Noi non corriamo forte perché siamo africani o perché siamo nati sugli altipiani. Noi abbiamo studiato per correre, noi abbiamo imparato a correre e corriamo benissimo anche a livello del mare". Un elemento in particolare, tra quelli riportati da David, merita di essere considerato. Ed è lo sforzo collettivo, che coinvolse governo, industrie e offerte volontarie dalla cittadinanza, per recuperare la modesta somma necessaria a sostenere la spesa della trasferta olimpica. A dimostrazione che la "corsa al medagliere" non era solo una questione di interesse americano e sovietico, ma riguardava anche quella che, all'epoca, era la periferia dello sport mondiale.

La consacrazione definitiva del Kenya a capitale del mezzofondo arrivò con la terza vittoria. A trionfare, stavolta, non fu uno sconosciuto, ma l'uomo che aveva dato il via alla scalata del popolo della Rift Valley alla vetta della corsa. Kipchoge Keino aveva 28 anni a Città del Messico. Non era vecchio, ma per i tempi indubbiamente era un veterano. Era rimasto orfano di madre a quattro anni e a dieci faceva il guardiano di capre. Cominciò a gareggiare seriamente solo dopo l'entrata in polizia, come molti suoi colleghi. E da lì iniziò la scalata. A 24 anni, a Tokyo, arrivò quinto sui 5.000 ai Giochi Olimpici e fu eliminato in semifinale sui 1.500. Fece vedere molto del suo valore ai Giochi panafricani del 1965 e a quelli del Commonwealth del 1966, con quattro vittorie in un biennio. Non era un tipo da gare tattiche, preferiva mettersi in testa e correre senza guardare gli altri. Nel 1967, in una gara a Los Angeles, si trovò contro l'americano Jim Ryun, fresco primatista mondiale del miglio. Il ventenne del Kansas era una stella di valore assoluto e, quella sera, correva per cercare il primato mondiale. Keino provò a rendergli la vita impossibile e, per 1.200 metri, rimase in corsa per batterlo. Poi, con una volata straordinaria, Ryun mise la freccia e chiuse in 3'33''1, staccando di oltre quattro secondi Keino e sbriciolando il vecchio record.

Un anno dopo i due si trovarono di nuovo contro, nella finale dei 1.500. Tre giorni prima Keino era salito sul podio dei 5.000, dove aveva imboccato il rettilineo d'arrivo in seconda posizione, affiancando Gammoudi. Ma al termine di una volata drammatica, il tunisino era riuscito a mettere un po' di luce tra lui e il keniano. Nei 1.500, davanti all'ultima speranza di vincere l'oro, Keino non voleva rischiare. E decise di rischiare l'osso del collo, ignorando qualunque precauzione. Ne uscì una gara impressionante, con ritmi che si ritenevano impossibili a quell'altitudine. Per i primi due giri in testa si mise un suo connazionale, Ben Jipcho. Keino era rimasto attardato in partenza, per poi piazzarsi in terza posizione. Lasciò che Jipcho imponesse un ritmo da primato del mondo (56'' i primi 400) e, a 800 metri passò al comando. Ci mise un attimo a staccare tutti gli inseguitori, a partire da Ryun. A quel punto, restava solo da capire se sarebbe riuscito a mantenere il suo ritmo folle fino alla fine. Non solo ci riuscì, ma aumentò anche il distacco. Alla fine, tra lui e Ryun c'erano quasi tre secondi. Keino vinse in 3'34''91: non era il record del mondo, ma il primato personale. E probabilmente è l'unico caso di mezzofondista di vertice capace in grado di fare il proprio miglior crono in altura, dove fino a qualche tempo prima si pensava addirittura che fosse impossibile gareggiare.

Il trionfo del profeta fu la consacrazione del Kenya. Non ci volle molto per capire che non si era trattato di un fuoco di paglia: già a Messico 1972 fioccarono altre medaglie. Arrivarono l'oro della 4x400, l'argento di Keino nei 1.500 e soprattutto un'altra doppietta nei 3.000 siepi, con Keino a precedere Jipcho, lo stesso che lo aveva aiutato a vincere in Messico. Poi arrivarono i boicottaggi del 1976 e 1980 e un 1980 opaco. Ma ormai la strada era stata tracciata.
Oggi l'eredità di Temu, Biwott, Keino e dei loro compagni è nelle liste delle migliori prestazioni di sempre. Se si prendono i 30 atleti più veloci di ogni disciplina del mezzofondo, maschile e femminile (800, 1.500, 5.000, 10.000, 3.000 siepi), il 34% - oltre un terzo - è keniano. Se si limita l'analisi agli uomini, la percentuale sale al 48,7%. I 3.000 metri siepi maschili sono poco più di un campionato nazionale: sui 30 atleti più veloci di tutti i tempi 21 sono keniani e il primato del mondo è in mano a un ex-keniano (il qatariota Saif Saaeed Shaheen, già noto come Stephen Cherono). Purtroppo, sempre più spesso sono keniani anche gli atleti positivi all'antidoping.

L'ultimo, Asbel Kiprop, con tre ori mondiali e uno olimpico è uno dei più grandi mezzofondisti dell'ultimo decennio. Ma dietro di lui sono decine gli atleti squalificati per uso di sostanze illegali e centinaia quelli che sono scomparsi, dopo un qualche exploit inspiegabile, nell'anonimato da cui erano venuti. Altri ancora hanno cambiato nazionalità, scegliendo di gareggiare per bandiere più ricche. Diversi hanno fatto una fine tragica, qualcuno è tutt'ora un eroe nazionale. L'epopea del Kenya non è fatta solo dei Kipchoge Keino e degli Eliud Kipchoge, il fuoriclasse  che negli ultimi anni ha riscritto la storia della maratona. Ma tutto, sia gli aspetti più piacevoli sia quelli più drammatici del rapporto tra il Kenya e il mezzofondo, nacque un autunno di cinquant'anni fa, nella capitale del Messico, da una manciata di sconosciuti e da un grande campione che in pochi giorni sconvolsero per sempre la geografia dell'atletica leggera.
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