Sport

La maratona di Gianni Morandi: "Corro finchè ce la faccio, divano e tv non fanno per me"

Reduce dall'ennesima corsa di New York, il cantante 74enne racconta la fatica e le soddisfazioni. "I selfie? Accetto di farli ma devono scattare di corsa, non mi fermo"
2 minuti di lettura
BOLOGNA - Andava a cento all'ora e adesso fa i sette virgola tre, ma a piedi e all'alba dei 74 anni che festeggerà l'11 dicembre. Forse partecipando quel giorno alla maratona di Carpi, meno suggestiva come scenario rispetto a quella di New York che Gianni Morandi ha percorso quest'anno in 5 ore 47 minuti e 36 secondi. Per la quarta volta nella vita, a distanza di vent'anni dalla prima. Nel frattempo il suo dottor Pietro, che interpreta su Canale 5, vinceva la prima serata televisiva italiana. Ma Gianni le fiction le recita e basta: "Se l'alternativa è stare sul divano con la copertina sopra le gambe a guardar la tv, finché riesco ad alzarmi io continuo a correre" sorride, fiero della sua impresa tra i grattacieli di Manhattan.

Quella della Grande Mela è stata la sua tredicesima maratona: "Tengo il conto: dal 1997 ho corso trentottomila chilometri. Faccio una media di trentacinque o quaranta alla settimana di allenamento. Stavolta ero preoccupato perché, tra fiction e concerti, negli ultimi sei o sette mesi ho lavorato come mai in vita mia e sono fuori forma. Non partecipavo a una maratona da quattro anni, quella di Boston. Quarantadue chilometri e 195 metri sono parecchi, eh. "Mal che vada, si cammina" ci siamo detti con gli amici prima di partire. E ben che vada, pensavo di metterci sette ore. Invece ce l'abbiamo fatta. Anche se la prima volta a New York rimane la più emozionante, questa è stata una giornata stupenda, un'esperienza bellissima".

Dice che la maratona è l'unico momento in cui, anche se si corre in tanti, si è veramente soli con se stessi. Si fa per dire, se sei Gianni Morandi e non neghi un selfie nemmeno quando sei ridotto uno straccio agli ultimi chilometri: "Farei più fatica a dire di no, però devono scattare in corsa, non mi fermo. C'erano oltre tremila italiani a New York".
Chi me l'ha fatto fare se l'è chiesto varie volte, dopo il trentesimo chilometro, pur mantenendo lo stesso passo iniziale (2 ore e 24 minuti l'intertempo a metà). "Mi ripetevo ma perché? perché? A un certo punto ho visto le stelle, lo ammetto, però poi dopo il traguardo dimentichi tutta la fatica. È l'incantesimo di questo sport, come spiega benissimo Haruki Murakami nel suo libro L'arte di correre. La sfida è superare la sofferenza, se lo leggi capisci perché un uomo possa innamorarsi della corsa".

E non averne mai abbastanza: di mezze maratone ne ha già macinate quasi un centinaio, e la prossima sarà ad Helsinki ("Ventuno chilometri son roba da ridere"), ma l'obiettivo - dopo New York, Boston, Parigi, Londra, Berlino - rimangono quelle di Tokyo e Chicago. Si entusiasma più a quell'idea che non all'ipotesi di girare una terza serie de L'isola di Pietro: "Me l'hanno chiesto, vediamo". Fosse Dorando Pietri, magari.  
I commenti dei lettori