Stenmark: “Per vincere mi serviva il silenzio, oggi verrei distrutto dai social”
dal nostro inviato Maurizio CrosettiIngemar Stenmark nel gigante dei Mondiali 1989 a Vail
MADONNA DI CAMPIGLIO — Ingo è diventato un chiodo da legno, uno di quelli lunghi e stretti con la capocchia grossa. Ma assomiglia anche a una lampadina, o alla capocchia di uno zolfanello. Sembra uno di quei ghirigori che il ghiaccio disegna sugli aghi degli abeti: il ghiaccio, dentro e fuori. Il gelo dei suoi silenzi, ora che il tempo ha in parte scongelato Ingemar Stenmark, 68 anni, e il suo mondo. Sono trascorsi cinquanta inverni dalla prima vittoria in Coppa del mondo, proprio qui, sotto la cima Brenta, e altrettanti dal famoso slalom parallelo contro Thoeni in Val Gardena. Lo slalom parallelo di una vita.
Stenmark oggi con Giorgio Rocca e Alberto Tomba
Stenmark, cosa significa vivere in compagnia della propria leggenda?
"Per me, proprio niente. Perché era un’altra vita e non ci penso, non ne parlo mai. Nessuno, a Stoccolma dove abito, me ne domanda, e io sono felice così".
Non ha sof…
MADONNA DI CAMPIGLIO — Ingo è diventato un chiodo da legno, uno di quelli lunghi e stretti con la capocchia grossa. Ma assomiglia anche a una lampadina, o alla capocchia di uno zolfanello. Sembra uno di quei ghirigori che il ghiaccio disegna sugli aghi degli abeti: il ghiaccio, dentro e fuori. Il gelo dei suoi silenzi, ora che il tempo ha in parte scongelato Ingemar Stenmark, 68 anni, e il suo mondo. Sono trascorsi cinquanta inverni dalla prima vittoria in Coppa del mondo, proprio qui, sotto la cima Brenta, e altrettanti dal famoso slalom parallelo contro Thoeni in Val Gardena. Lo slalom parallelo di una vita.
Stenmark oggi con Giorgio Rocca e Alberto Tomba
Stenmark, cosa significa vivere in compagnia della propria leggenda?
"Per me, proprio niente. Perché era un’altra vita e non ci penso, non ne parlo mai. Nessuno, a Stoccolma dove abito, me ne domanda, e io sono felice così".
Non ha sofferto l’addio a quello che era stato?
"All’inizio ero distrutto ma contento di avere smesso. Dopo un anno ho avuto qualche problema di adattamento, però adesso posso dire in tutta sincerità di essere molto più felice e più quieto di quand’ero un campione. La seconda vita è stata certamente migliore della prima".
Il più grande sciatore di tutti i tempi: ne ha consapevolezza?
"No, perché non mi considero un talento naturale. Ho solo lavorato tanto, fin da bambino. Il mio amico Stig Strand aveva più classe di me, ma poca voglia di faticare".
Che bambino era, Ingemar?
"Felice, perché non dovevo gareggiare mai, solo giocare sugli sci. È stato il mio tempo migliore".
Eppure lei diventò campione molto presto.
"Finché non vinsi la prima gara di Coppa, qui a Madonna di Campiglio, pensavo che non ci sarei mai riuscito. Mi sentivo un vincitore potenziale ma non un vincente. Al massimo, uno da podio: cominciavo a crederlo, finché quel primo posto fece scattare il clic".
Però lei è stato anche un ragazzino capace di grandi sacrifici.
"Schiacciavo il bottone dello skilift per allenarmi, e accendevo le luci la sera, ma era già quasi un lavoro".
Ingemar Stenmark e Gustavo Thoeni a Val Gardena nel 1975
Che parte ha avuto Thoeni in tutto questo?
"Quando avevo 15 anni, lui era già il mio idolo. Non avrei mai pensato di batterlo, nemmeno in sogno".
Dal punto di vista tecnico, pensa di essergli debitore in qualcosa?
"Fino a un certo punto. Forse agli inizi, quando piegavo di più le gambe e andavo su e giù. Poi è stata una storia mia".
Lei chiuse l’era della Valanga Azzurra. Grazie eh, proprio un bel regalo, bastava una cravatta.
"Allora non ci pensavo, ma se sono diventato Stenmark lo devo anche a quei vostri campioni: mi aiutarono a essere più famoso, in Italia di sicuro".
Slalom parallelo del marzo 1975: 50 mila tifosi sulla pista Ronc e 20 milioni a casa. Tutti per Thoeni. Dica la verità: si sentì intrappolato?
"No, sciai come sempre e vinse lui. Fu strano giocarci la Coppa del mondo nella gara che era stata pensata solo per divertimento, ma andò così. Avevo 19 anni, non sono diventato triste e ho avuto le mie occasioni".
I suoi silenzi fecero epoca, come quelli di Thoeni. Carattere o barriera linguistica?
"Ero e resto un introverso, è molto semplice".
Lo sarebbe anche essere Stenmark nello sci di oggi?
"Ma sarebbe impossibile! Ne uscirei a pezzi, mi obbligherebbero a parlare, i social mi demolirebbero. Non potrei mai raggiungere la calma e la concentrazione che erano essenziali alle mie vittorie, così come l’assenza di rumore intorno. Oggi Stenmark non vincerebbe niente".
Lei salì una sola volta sul podio accanto a Tomba: le dispiace non averlo incontrato prima?
"Dal punto di vista del carattere è stato il mio esatto contrario, ma ha fatto del bene al mondo dello sci perché lo ha raccontato a tutti, ha portato questo sport fuori dalle piste. È stato anche il primo sciatore grosso e potente a livelli altissimi negli slalom".
Nello sci di oggi ci sono troppi muscoli?
"Forse sì. La potenza e la velocità causano anche più infortuni, ma forse si sta un po’ tornando indietro, alla tecnica pura, che è anche più redditizia sui tracciati meno ghiacciati".
Oggi gli sciatori sono diventati più brutti da vedere?
"Non direi, ce ne sono ancora di molto belli, ad esempio Shiffrin, Emma Aicher, Lara Colturi e Clément Noël, e non solo loro".
Lei è stato una sintesi mirabile di grazia e leggerezza: anche questo è fuori tempo massimo?
"Io, soprattutto, sentivo la neve. Che è come quando cammini sul ghiaccio, e devi compensare i movimenti per non cadere: lo sciatore deve farlo di continuo e io lo facevo molto bene".
Scia ancora?
"Pratico il fondo con passione. Invece scendo ormai pochissimo, a volte per un’oretta la mattina presto, quando sulle piste non c’è quasi nessuno. Mi guardo continuamente intorno, ho paura che gli altri mi vengano addosso facendo queste curve così ampie, quelli con le tavole, dico".
Lei ha avuto tre mogli. Molto amore?
"Moltissimo, oltre a due figli fantastici e un nipote. Anche se la Svezia sta diventando una nazione di single".
Perché si è messo a saltare con l’asta a quasi settant’anni?
"Perché è difficile, perché da ragazzino avevo provato con l’asta di legno e mi era rimasta la curiosità per quella che si piega: il fascino di imparare una tecnica nuova. E poi anche il grande Duplantis è agile, veloce, alto, magro e svedese".
Primato personale?
"Tre metri, ma migliorerò".