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Girardelli: “Con mio padre sui ghiacciai scoprii la neve e la solitudine. Tomba? Come Ali e Jordan”

Marc Girardelli in una foto del 1991

 

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Gli allenamenti severi in famiglia, il cambio di nazionalità per il Lussemburgo e una carriera più forte degli infortuni: il campione (5 coppe del mondo, 4 ori mondiali) si racconta
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Per salutare, Marc Girardelli allunga la mano sinistra e si scusa. “Mi sono fatto male ieri, preparando gli sci”. La destra è avvolta da bende e cerotti. Ci sono corpi che trasmettono forza, energia e mistero. Quello di Girardelli, il più grande sciatore polivalente di tutti i tempi, 5 Coppe del mondo generali, 4 ori mondiali, 61 anni non databili a occhio, si è frantumato e ricomposto molte volte ma non ci sono segni visibili, a parte la mano. Altri dolori meno evidenti ma non meno profondi stanno sotto la pelle, e Marc non li nasconde. Il sole, oltre le finestre dell’hotel (ci siamo sistemati come vecchi amici in una saletta tiepida e deserta) fa brillare un mondo di vetro.

Marc, quante volte è entrato in sala operatoria quand’era un campione?
“Quattordici, per interventi più o meno gravi. Al Sestriere, nel 1989, dopo la tremenda caduta dentro un canalone rischiai di diventare paraplegico. A quel tempo non avevamo protezioni, né barriere né airbag: eravamo trapezisti senza rete. Curv…

Per salutare, Marc Girardelli allunga la mano sinistra e si scusa. “Mi sono fatto male ieri, preparando gli sci”. La destra è avvolta da bende e cerotti. Ci sono corpi che trasmettono forza, energia e mistero. Quello di Girardelli, il più grande sciatore polivalente di tutti i tempi, 5 Coppe del mondo generali, 4 ori mondiali, 61 anni non databili a occhio, si è frantumato e ricomposto molte volte ma non ci sono segni visibili, a parte la mano. Altri dolori meno evidenti ma non meno profondi stanno sotto la pelle, e Marc non li nasconde. Il sole, oltre le finestre dell’hotel (ci siamo sistemati come vecchi amici in una saletta tiepida e deserta) fa brillare un mondo di vetro.

Marc, quante volte è entrato in sala operatoria quand’era un campione?
“Quattordici, per interventi più o meno gravi. Al Sestriere, nel 1989, dopo la tremenda caduta dentro un canalone rischiai di diventare paraplegico. A quel tempo non avevamo protezioni, né barriere né airbag: eravamo trapezisti senza rete. Curvavamo sulle lamine ghiacciate, picchiavamo contro i muri a bordo pista. Per la sicurezza, lo sci ha fatto passi enormi”.

Si sente una leggenda?
“Addirittura? Leggenda sa di vecchio. Io scio ancora, faccio alpinismo, a inizio aprile ho in mente la scalata del Rosa dal versante svizzero”.

L’alpinismo è solitudine: anche la sua vita lo è stata?
“Quando avevo appena dodici anni, mio padre Helmut decise che avrei gareggiato per il Lussemburgo, anche se sono austriaco. Ma l’Austria non mi voleva in nazionale. Da allora, la mia squadra siamo stati io e mio padre. Mi sono inventato le motivazioni, ho solo potuto immaginare il mio vero livello. La solitudine è un destino”.

Le è mancato il rapporto con gli altri?
“Da ragazzino facevo atletica leggera, era bello allenarsi con i compagni. Ma la solitudine è più reale, perché a questo mondo siamo soli. Io ho una compagna da appena sei anni. Per lo sport ho dovuto rinunciare a quasi tutto”.

Com’è riuscito, quel bambino, a diventare Marc Girardelli?
“Con mio padre salivamo in cima alle montagne trascinando l’attrezzatura, i pali, il trapano per piantarli nel ghiaccio, tutto. Borsoni pesantissimi. Si partiva all’alba o nel cuore della notte, ero lo schiavo di me stesso. D’estate, papà mi portava a cercare la neve sui ghiacciai in elicottero, ho anche preso il brevetto. Penso che gli sciatori di oggi non sappiano neppure tracciare una pista da slalom”.

Non poteva rifiutarsi?
“Non io. Non ho mai pensato che la mia vita potesse essere più facile o diversa. Semplicemente, non avevo scelta”.

In cambio, però, ha vinto tutto.
“I miei veri trofei non sono quelle stupide coppe che ho messo negli scatoloni in garage, ma le persone che ho conosciuto, soprattutto negli ospedali e nelle cliniche. Medici, infermieri, fisioterapisti: gente meravigliosa. Anche la solitudine non è stata poi solo un male: mi ha insegnato a pensare, ad ascoltare, a giocare bene a scacchi, a leggere. Posso restare per ore in una biblioteca, e mi sento a casa”.

Cosa legge?
“Storia, scienza, biografie. Mi sono appassionato alle vite di Giulio Cesare, Napoleone, Bismarck, Shakespeare, Churchill, Onassis…”.

Ci racconti ancora la solitudine: chissà quanta, in mezzo a tutta quella neve e in quel silenzio.
“Davvero non capisco come si faccia ad andare nei boschi con le cuffie per la musica. La vera musica è il fischio del vento, il canto degli uccelli, l’acqua dei torrenti”.

Suo padre è stato un carceriere? Oggi, che rapporto ha con lui?
“Ci vediamo poco ma è in forma, ha 85 anni, scia ancora e soprattutto c’è con la testa. Che devo dire, è mio padre”.

Marc, cos’è uno sci?
“Una creatura vivente. Prima della stagione di gara, ne testavo almeno cinquanta paia per poter scegliere i cinque o sei giusti: conoscevo la struttura di ogni attrezzo, che nel corso dei mesi cambia, assottigliandosi. Ogni sci ha un carattere diverso, come le persone. Non esiste un libro che lo spieghi. Ci pensavo ieri, quando per poco non mi sono tagliato un’arteria della mano per preparare una soletta. Guarda, ti mostro (sullo smartphone di Girardelli compare una mano che sembra un pezzo di carne dal macellaio). Sono andato in ospedale, dove mi hanno cucito e cauterizzato. Non ho voluto l’anestesia: è il cervello che deve dominare il dolore, non un farmaco. A Kranjska provai a correre con addosso il sacchetto e i tubicini del drenaggio, dopo la solita operazione. Fu atroce”.

Sa che i suoi racconti sono da pelle d’oca?
“In tedesco diciamo pelle di pollo, ma so cosa significa”.

Lei ha stravinto in ogni specialità: qual è il segreto della polivalenza?
“Il bisogno, la necessità. Se devi fare tutto, alla fine impari a fare tutto. La mente si accende in modo diverso, e il corpo la segue”.

Il podio dello slalom gigante alle Olimpiadi di Albertville del 1992. Da sinistra a destra: Girardelli, Tomba e Aamodt

 

Uno dei suoi grandi avversari è stato Alberto Tomba.
“Un uomo straordinario, il personaggio di cui lo sci aveva bisogno per diventare molto di più. Per questo sport, Tomba rappresenta quello che Muhammad Ali è per la boxe, Michael Jordan per il basket e Pelé per il calcio. Alberto era un campione enorme, ma anche un attore, una popstar, un playboy…”.

Cos’è oggi lo sci?
(Marc tira fuori di nuovo lo smartphone, e mostra una foto di sciatori in coda sulle piste di Livigno) “Visto? Sembra la vigilia di Natale in centro. Lo sci è proprio uno sport popolare. Però i ghiacciai si stanno sciogliendo, è una catastrofe epocale”.

Lei si sente austriaco o lussemburghese?
“Mi sento un cittadino d’Europa, anzi del mondo”.

A proposito di doppia scelta: cosa pensa dell’italiana Lara Colturi, che per volere della famiglia gareggia per l’Albania?
“Non conosco e non capisco la ragione del conflitto con la Fisi, ma credo che la vostra federazione farà di tutto per riportare Lara in Italia prima delle Olimpiadi di Milano Cortina. La mamma di Lara mi chiese un consiglio, conoscendo la mia storia, e io provai a far tesserare la ragazza per la federazione della Bulgaria, dove ho qualche amico. Però c’erano problemi di passaporto, così la famiglia Colturi ha scelto l’Albania. Di sicuro, Lara è un talento straordinario”.

La sua energia, Marc, sembra intatta.
“E lo è! Dopo il tempo delle gare, ha trovato altri sfoghi. All’inizio sono stato imprenditore, creando la prima pista di sci indoor del mondo, vicino a Düsseldorf. Avevo 120 dipendenti, ma forse i tempi non erano maturi. (Ecco di nuovo lo smartphone, che mostra il vecchio impianto visto dall’elicottero pilotato da Marc) Oggi, persino gli arabi sciano al coperto. Poi ho prodotto abbigliamento sportivo per bambini e adesso organizzo eventi in montagna, con un budget da mezzo milione di euro a botta. Due settimane fa, 35 persone hanno sciato con me a Kitzbühel: piste, hotel e vini da favola”.

Foto di gruppo: Girardelli, i suoi clienti e Arnold Schwarzenegger. Chissà che staff, per organizzare cose del genere.
“Faccio tutto da solo come quando sciavo: la mia squadra sono io. Datemi due ore, un telefono e un pc e vi preparo il giro del mondo. Conosco bene quattro lingue, compreso l’italiano: mio nonno era della Valsugana e l’Italia ce l’ho nel sangue. Oggi vivo in Liechtenstein”.

Nello sci, c’è stato qualcuno come Girardelli?
“Forse Zurbriggen”.

Marc, lei ha conosciuto la felicità?
“L’ho vista negli occhi del fisioterapista, quando un paziente che sembrava perduto torna a muovere il primo passo”.

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