✕

Brignone, lacrime di felicità: “Come sciare la prima volta”

Federica Brignone 

Ascolta l'audio

A nove mesi dall’infortunio è sesta in gigante a Plan de Corones. “Ho ritrovato l’amore e la neve, ai Giochi sarò davvero io”
3 minuti di lettura

San Vigilio di Marebbe – «Se ho più fiducia non lo so, certamente sono più felice». La Tigre è di nuovo fuori dalla gabbia e finalmente sorride. La solitudine e l’orgoglio: le prove generali di miracolo, a 17 giorni da Milano Cortina, rivelano una prima, impressionante verità. A 292 giorni dall’infortunio che il 3 aprile le aveva sfasciato la gamba sinistra, Federica Brignone è tornata e può sognare i Giochi da protagonista, non solo da portabandiera. Il prodigio, atletico e mentale, sulla sua pista: la Erta di Plan de Corones, tempio per poche, teatro di una indimenticabile vittoria in gigante nove anni fa. «Ritrovare l’amore e la neve delle gare — dice — è stata una sensazione unica. Come sciare per la prima volta in una vita nuova». Ci sono modi diversi per uscire dal buio. Il suo, ignorando i consigli conservativi, è stato l’unico accettabile per una fuoriclasse. Subito tra i pali, con soli tredici giorni di allenamento nelle gambe, non da apripista e nemmeno per una prudente manc…

San Vigilio di Marebbe – «Se ho più fiducia non lo so, certamente sono più felice». La Tigre è di nuovo fuori dalla gabbia e finalmente sorride. La solitudine e l’orgoglio: le prove generali di miracolo, a 17 giorni da Milano Cortina, rivelano una prima, impressionante verità. A 292 giorni dall’infortunio che il 3 aprile le aveva sfasciato la gamba sinistra, Federica Brignone è tornata e può sognare i Giochi da protagonista, non solo da portabandiera. Il prodigio, atletico e mentale, sulla sua pista: la Erta di Plan de Corones, tempio per poche, teatro di una indimenticabile vittoria in gigante nove anni fa. «Ritrovare l’amore e la neve delle gare — dice — è stata una sensazione unica. Come sciare per la prima volta in una vita nuova». Ci sono modi diversi per uscire dal buio. Il suo, ignorando i consigli conservativi, è stato l’unico accettabile per una fuoriclasse. Subito tra i pali, con soli tredici giorni di allenamento nelle gambe, non da apripista e nemmeno per una prudente manche da comparsa: in gara per vincere, giù a mille a competere comunque con le migliori «per mettermi alla prova e capire davvero dove sono».

Un sesto posto straordinario

Settima dopo la prima manche, sesta alla fine a 77 centesimi dal podio: a 37 centesimi dal mostro Mikaela Shiffrin, un secondo e 23 centesimi da Julia Scheib, prima austriaca a vincere qui. Entrambe le discese in accelerazione, segnale di una brillantezza fisica a cui mancano solo un po’ di confidenza e di velocità. «Si chiama allenamento — dice a fine gara — per andare veloci sugli sci serve fiducia. Per ora faccio due curve e ne freno una. Forse potevo spingere di più, ma per me è stata una ripartenza: all’inizio per l’emozione quasi mi scordavo di respirare. Adesso però so che posso giocarmela ancora: penso già a come scendere sempre più veloce».

La resistenza al dolore

Coraggio è guardare solo avanti: a 35 anni riemergere da quelle che potevano rappresentare le sue ceneri sportive significa però avere anche la lucidità di analizzare quella che definisce «la mia traversata del deserto durata nove mesi». «Solo io e chi mi è stato vicino — si commuove senza nascondere le lacrime — sappiamo cosa mi è costato arrivare fino qui. Mesi tostissimi, mai un giorno senza dolore: sono più matura, orgogliosa di aver resistito: mi fossi fatta così male prima, forse non avrei avuto la forza per crederci».

Il posto giusto per il rientro

Tra le Dolomiti, applausometro non solo sciovinista: tutti per la “regina della Coppa del mondo” i riflettori anche stranieri, l’entusiasmo perfino delle avversarie, l’ammirazione per un’impresa che per una volta è estranea al primato, ma più grande perché contigua con la fede necessaria per rialzarsi. «Rientrare a Tarvisio sarebbe stato più facile — dice — ma non ero pronta. Il posto giusto era la Erta: pista difficile, dura, con addosso il peso della pressione di un pubblico amico. L’importante era testarmi in condizioni paragonabili a quelle che troverò a Cortina per i Giochi: arrivarci senza riferimenti, priva di un test sul peso dell’adrenalina, mi avrebbe tolto la scorza che serve per tentare di arrivare in alto». Rotto il ghiaccio, programmi chiari. Da oggi allenamenti di velocità sulla pista olimpica tra le Tofane: superG e discesa libera «perché senza troppe curve sento meno dolore, faccio fiato e ritrovo il tono muscolare». Niente Repubblica Ceca nel weekend, in forse Crans-Montana a fine gennaio. «Quella svizzera — dice Federica — è un’altra pista esigente, con tante gobbe. Non è l’ideale per la mia gamba: devo pensare giorno per giorno, deciderò a poche ore dalle convocazioni».

L’uscita di Sofia Goggia

Messaggio inequivocabile: la missione è a cinque cerchi ed è cominciata. Gare veloci sicure, gigante «da valutare»: dopo l’exploit sulla Erta, difficile immaginare una rinuncia alla specialità che l’ha resa sovrana. A Cervinia, a fine novembre, solo un assaggio sulle lame. Da inizio anno lavoro sfiancante in Val di Fassa. A San Vigilio di Marebbe, accelerazione e svolta. Prima manche frenata da tensione al cancelletto e pettorale numero 13: disegnata invece alla Brignone sul muro del traguardo. Cattivi pensieri anche vedendo Sofia Goggia, partita subito prima, toccare la neve con uno scarpone e scivolare via («Il periodo non è dei più splendenti, devo fare un clic in avanti» dirà). Seconda prova più regolare e sciolta, rallentata in basso ma sempre a pochi centesimi dal podio. «Avevo paura di non andare abbastanza profonda — dice Federica — ho avuto addirittura il pensiero di fermarmi: avessi ceduto, mi sarei vergognata». Ultimo brivido, i complimenti di Jannik Sinner dall’Australia. «Io fenomenale? — risponde scossa — Lo dice un grande campione: conosce il prezzo dei risultati».

Leggi i commenti