ROMA - Adesso andiamoci piano con il ragazzo. E' una preghiera, detta sottovoce e con il massimo della gentilezza possibile. Cominciamo già con il dirlo, quasi sussurrato: un italiano ha vinto a Wimbledon. Gianluigi Quinzi s'è laureato campione nel torneo juniores, a diciassette anni. E' la seconda volta: c'era già riuscito Diego Nargiso nel 1987.
Perché il profilo basso? Perché di Gianluigi Quinzi, basta farsi un giro sui vari motori di ricerca, trovate qualunque notizia possibile e immaginabile. Con un unico comune denominatore: la definizione di Promessa del tennis italiano. Una parola (promessa...) che ha già frustrato almeno una decina di talenti azzurri, nel recente passato della disciplina sportiva della racchetta. Perché l'Italia aspetta con ansia un nuovo Panatta, un altro Pietrangeli. Con una avidità che brucia qualunque giovane mostri le sue doti. Inutile fare nomi, non sarebbe giusto. La fame s'è placata solo perché ci hanno pensato le ragazze, a tirar su (e come...) il patrio orgoglio. Ma un maschio, un trionfo maschio, sarebbe un'altra cosa (scusate ragazze, sapete qual è il mio affetto).
Premesso tutto ciò, torniamo a Quinzi. E' da quando aveva quattordici anni, numero uno della categoria, che lo si celebra come futuro Federer-Nadal e Djokovic. Beh, tre anni dopo si è laureato campione a Wimbledon. Che cosa significa? Che le potenzialità sono rimaste intatte, che il lavoro svolto finora è stato perfetto. Ma anche che nulla deve cambiare, che questo trionfo - questa coppa - devono essere il trampolino di lancio, non il punto di arrivo. Come, per esempio, ammise qualche anno fa proprio Diego Nargiso. "Il successo a Wimbledon mi diede alla testa: tanti sponsor, tanto rilievo mediatico, sembrava già che ce l'avessi fatta". Nargiso ha capito dolo, troppo tardi, quali erano gli ingredienti necessari per continuare la scalata. Quinzi, con la sua famiglia, sembra già averlo capito.
Ho conosciuto sua mamma, Carlotta. Ho parlato al telefono più volte con il papà, Luca. So bene quale catenaccio abbiano formato intorno al figlio per evitare di vederlo bruciato. So bene quali sacrifici abbiano fatto per sostenerlo: basti pensare che la mamma, ed il fratello minore, si sono trasferiti negli Usa - quando Nick Bollettieri - un talent scout (scusate, IL talento scout) che vede oltre il proprio naso - lo ha invitato alla sua Accademia a Bradenton, in Florida. Certo, i Quinzi se lo potevano permettere economicamente, ma la solidità finanziaria non è garanzia di Slam futuri.
Per fortuna questo ragazzo, curioso della vita (e meno male...), ha compreso che il sacrificio, il sudore, sono l'abc del tennis odierno. E' italiano al cento per cento, ma è anomalo in tutta la sua formazione. In campo si autoincita una volta in inglese, una volta in spagnolo. Poi è mancino (come Nargiso), un altro fatto in controtendenza.
Per la cronaca Gianluigi Quinzi ha battuto il coreano Chung 7-5, 7-6. Ha mostrato un buon servizio (altra cosa anomala), ha confermato una forza mentale che in altri suoi colleghi senior non è dato vedere ( o solo dopo una certa maturità).
Per tutto questo facciamo festa, oggi. Brindiamo a questo marchigiano di Porto san Giorgio, che recentemente si è accordato con la Federtennis per sviluppare un programma che lo porti dove tutti noi speriamo. Questo exploit incoraggerà le parti, era il dato agonistico che tutti speravano. Ma che il brindisi sia più spartano possibile, troppe sono state le delusioni del passato per sopportarne un'altra.
Perché il profilo basso? Perché di Gianluigi Quinzi, basta farsi un giro sui vari motori di ricerca, trovate qualunque notizia possibile e immaginabile. Con un unico comune denominatore: la definizione di Promessa del tennis italiano. Una parola (promessa...) che ha già frustrato almeno una decina di talenti azzurri, nel recente passato della disciplina sportiva della racchetta. Perché l'Italia aspetta con ansia un nuovo Panatta, un altro Pietrangeli. Con una avidità che brucia qualunque giovane mostri le sue doti. Inutile fare nomi, non sarebbe giusto. La fame s'è placata solo perché ci hanno pensato le ragazze, a tirar su (e come...) il patrio orgoglio. Ma un maschio, un trionfo maschio, sarebbe un'altra cosa (scusate ragazze, sapete qual è il mio affetto).
Premesso tutto ciò, torniamo a Quinzi. E' da quando aveva quattordici anni, numero uno della categoria, che lo si celebra come futuro Federer-Nadal e Djokovic. Beh, tre anni dopo si è laureato campione a Wimbledon. Che cosa significa? Che le potenzialità sono rimaste intatte, che il lavoro svolto finora è stato perfetto. Ma anche che nulla deve cambiare, che questo trionfo - questa coppa - devono essere il trampolino di lancio, non il punto di arrivo. Come, per esempio, ammise qualche anno fa proprio Diego Nargiso. "Il successo a Wimbledon mi diede alla testa: tanti sponsor, tanto rilievo mediatico, sembrava già che ce l'avessi fatta". Nargiso ha capito dolo, troppo tardi, quali erano gli ingredienti necessari per continuare la scalata. Quinzi, con la sua famiglia, sembra già averlo capito.
Ho conosciuto sua mamma, Carlotta. Ho parlato al telefono più volte con il papà, Luca. So bene quale catenaccio abbiano formato intorno al figlio per evitare di vederlo bruciato. So bene quali sacrifici abbiano fatto per sostenerlo: basti pensare che la mamma, ed il fratello minore, si sono trasferiti negli Usa - quando Nick Bollettieri - un talent scout (scusate, IL talento scout) che vede oltre il proprio naso - lo ha invitato alla sua Accademia a Bradenton, in Florida. Certo, i Quinzi se lo potevano permettere economicamente, ma la solidità finanziaria non è garanzia di Slam futuri.
Per fortuna questo ragazzo, curioso della vita (e meno male...), ha compreso che il sacrificio, il sudore, sono l'abc del tennis odierno. E' italiano al cento per cento, ma è anomalo in tutta la sua formazione. In campo si autoincita una volta in inglese, una volta in spagnolo. Poi è mancino (come Nargiso), un altro fatto in controtendenza.
Per la cronaca Gianluigi Quinzi ha battuto il coreano Chung 7-5, 7-6. Ha mostrato un buon servizio (altra cosa anomala), ha confermato una forza mentale che in altri suoi colleghi senior non è dato vedere ( o solo dopo una certa maturità).
Per tutto questo facciamo festa, oggi. Brindiamo a questo marchigiano di Porto san Giorgio, che recentemente si è accordato con la Federtennis per sviluppare un programma che lo porti dove tutti noi speriamo. Questo exploit incoraggerà le parti, era il dato agonistico che tutti speravano. Ma che il brindisi sia più spartano possibile, troppe sono state le delusioni del passato per sopportarne un'altra.