ROMA - L'uomo che scambiò Federer per un cappello, messo lì a occupare l'altra metà del campo, è un uomo spietato, perfetto, che non conosce vergogna. Mescola e confonde, al suo interno, un corpo e un'anima che raramente lo sport, almeno da quando lo sport esiste come alternativa professionistica ai mestieri tradizionali, ha avuto l'onore di ammirare con così tanta eccitazione e di intercettare con malcelato imbarazzo, forse con una certa impreparazione culturale. Forse l'ambiente non era pronto per l'uomo che avrebbe ridefinito, senza volere, le regole del tennis. Novak Djokovic ha fisico, al top della sua crescita organica ha più fisico di prima. La sua resistenza aerobica, la sua indifferenza agli attacchi dell'acido lattico, da quanto ha scoperto di essere celiaco, sono aumentate in modo esponenziale. Non puoi attaccarlo su quel fronte. Ha mano per variare gli scambi a suo piacimento, può restare sulla diagonale del rovescio per anni, può spaccare anche col dritto, che spesso usa anomalo o lungolinea, sa condire lo spettacolo con smorzate che non servono a uscire dallo scambio ma, più banalmente, a risolverlo, concluderlo. Quando era giovane dicevano che usava il drop-shot troppo spesso e spesso da posizioni incongrue. Adesso quando cambia l'impugnatura e manda la palla a morire sotto la rete fa quasi sempre punto: è come se un pezzo di avversario si staccasse per correre negli spogliatoi a preparare gli asciugamani per ciò che di lui resta in ancora campo. Djokovic ha tattica per decidere cosa proporre all'avversario, sempre guidato dall'umiltà di non sapere mai se l'altro ha qualcosa in più di lui (in una giornata singola, o magari in un set, può sempre succedere).
Ha velocità di gambe per diventare un muro da fondo campo. Ma Djokovic è un muro creativo, un muro che mentre ribatte pensa, mentre colpisce trasforma il colpo difensivo in attacco terminale. A confronto il "muro" del migliore Nadal sembrava fatto di marzapane, sembrava l'esito spettacolare e vincente di un lungo lavoro di costruzione dell'atleta, sembrava la metamorfosi dorata dell'evoluzione di un pallettaro. Djokovic ha gli occhi (umani?) per rispondere a qualunque servizio, anche a 230 km/h, offrendo una risposta aggressiva, cattiva, d'attacco. Ha l'intelligenza di non credersi mai arrivato. Ma soprattutto, forse sopra ogni altra cosa, Djokovic, con quella sua drammatica completezza, sta chiudendo un'epoca del tennis. Quelli come lui, se sono al top, o se anche sono all'80%, possono temporaneamente chiudere l'epoca del tennis che cambia a seconda della superficie su cui si gioca, su cui si soffre. Nell'era open, Djokovic è il primo campione multitasking. Dicevano che la terra rossa fosse il suo cruccio, perché non si sentiva come sul cemento, sul tappeto indoor, sul'erba. In fondo non gli è ancora riuscito di vincere Roland Garros, quindi sono valutazioni sensate. Lo stesso Federer, prima della finale di Roma ha detto: "Djokovic è diverso dal migliore Nadal sulla terra". Diverso fino a un paio d'anni fa. Più forte adesso? La storia del 2015 raconta che dei quattro Atp 1000 vinti nel 2015 (mai successo nella storia che un solo tennista vincesse i primi quattro Atp 1000 dell'anno, senza contare l'ultimo del 2014 e le Atp Finals), due sono stati vinti sulle tennisoliti di Montecarlo e Roma, diverse fra loro. Qualcosa dunque è cambiato. Il Djokovic è cambiato. La terra come l'erba, il tappeto indoor come il cemento outdoor. La sua esaltante efficienza, la sua creativa diversità, la sua inattaccabile capacità di snodarsi, hanno cancellato le differenze. Ma le hanno cancellate soltanto per lui. Solo lui sa come fare. Siamo pronti per il Grande Slam? Lui probabilmente sì.
Ha velocità di gambe per diventare un muro da fondo campo. Ma Djokovic è un muro creativo, un muro che mentre ribatte pensa, mentre colpisce trasforma il colpo difensivo in attacco terminale. A confronto il "muro" del migliore Nadal sembrava fatto di marzapane, sembrava l'esito spettacolare e vincente di un lungo lavoro di costruzione dell'atleta, sembrava la metamorfosi dorata dell'evoluzione di un pallettaro. Djokovic ha gli occhi (umani?) per rispondere a qualunque servizio, anche a 230 km/h, offrendo una risposta aggressiva, cattiva, d'attacco. Ha l'intelligenza di non credersi mai arrivato. Ma soprattutto, forse sopra ogni altra cosa, Djokovic, con quella sua drammatica completezza, sta chiudendo un'epoca del tennis. Quelli come lui, se sono al top, o se anche sono all'80%, possono temporaneamente chiudere l'epoca del tennis che cambia a seconda della superficie su cui si gioca, su cui si soffre. Nell'era open, Djokovic è il primo campione multitasking. Dicevano che la terra rossa fosse il suo cruccio, perché non si sentiva come sul cemento, sul tappeto indoor, sul'erba. In fondo non gli è ancora riuscito di vincere Roland Garros, quindi sono valutazioni sensate. Lo stesso Federer, prima della finale di Roma ha detto: "Djokovic è diverso dal migliore Nadal sulla terra". Diverso fino a un paio d'anni fa. Più forte adesso? La storia del 2015 raconta che dei quattro Atp 1000 vinti nel 2015 (mai successo nella storia che un solo tennista vincesse i primi quattro Atp 1000 dell'anno, senza contare l'ultimo del 2014 e le Atp Finals), due sono stati vinti sulle tennisoliti di Montecarlo e Roma, diverse fra loro. Qualcosa dunque è cambiato. Il Djokovic è cambiato. La terra come l'erba, il tappeto indoor come il cemento outdoor. La sua esaltante efficienza, la sua creativa diversità, la sua inattaccabile capacità di snodarsi, hanno cancellato le differenze. Ma le hanno cancellate soltanto per lui. Solo lui sa come fare. Siamo pronti per il Grande Slam? Lui probabilmente sì.