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Tennis, Us Open: tra Serena e la storia c'è Venus, la sorella inopportuna...

Ennesima contesa in famiglia a casa Williams. La numero uno del mondo è protesa verso il grande slam, ma la maggiore ha ritrovato una forma che le mancava da anni. Spesso nelle loro gare è mancato pathos, ma sulla carta la sfida è incerta come non accadeva da tempo

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NEW YORK  - – Il sassolino Venus nella scarpa della regina Serena. “Ma secondo voi c’è qualcuno al mondo cui piaccia rompere le uova nel paniere di qualcun altro?”. No, ma ci sono situazioni in cui lo sport ti costringe ad esserlo. La “yellow brick road” di Serena verso la storia passa per un incrocio obbligato e scomodo: sua sorella, che si troverà di fronte nei quarti a Flushing Meadows, parte alta del tabellone (chi andrà semifinale fra le due sorelle Guglielmi affronterà una fra Mladenovic e Vinci). Per meglio spiegare la situazione, per meglio definire la posizione di Venus, che è scomoda ma se vogliamo anche inaspettata e mediaticamente allettante, i meno giovani recuperano il nome di una vecchia band di heavy metal: i Twisted Sister. Ossia la sorella inopportuna, tennisticamente perversa. Un disco di quella non indimenticabile accozzaglia di capelloni col rossetto aveva un titolo adatto alle circostanze: Come out and play. Va’ e gioca. Quello che farà Venus, forse stanca di piegarsi al destino altrui, anche se altrui è proprio la sorella, quella che vive accanto a lei a Palm Beach Gardens, in Florida (Venus ha da poco venduto la sua vecchia abitazione a Bel Air), ma con la quale, fuori dal campo da tennis non è che abbia mai stabilito un rapporto così stretto, simbiotico. “L’età ravvicinata ha reso più difficile la complicità fra loro”, disse un giorno mamma Oracene. Lo scorso anno a Wimbledon, stufa di vedere le sue figlie prendersi a pallate, ammise: “Piuttosto andrei a visitare il Big Ben, la cosa ctedo più inutile del mondo!”.

Venus sta lì, sospesa nel cuore della gente che non sa davvero cosa augurarsi (ma è impossibile che gli americani non sperino nel Grande Slam di Serena, anche se sarebbe ugualmente suggestivo che Venus tornasse a vincere uno Slam sette anni dopo l’ultimo, Wimbledon 2008, ovviamente in finale contro Serena), dovrebbe mettere i bastoni fra le ruote a Serena proprio nel momento in cui Serena, forse grazie anche a Venus, sta per coronare il sogno di effettuare il primo Grande Slam dell’era moderna, un traguardo che sa di passato almeno quanto il nome degli ultimi tennisti che sono riusciti nell’impresa, che vorrebbe dire scrivere un romanzo con quattro capitoli senza perdere il filo del discorso agonistico: meno antica Steffi Graf, decisamente lontano Rod Laver. “Venus non è soltanto una grande tennista, è anche un’ispirazione, è un esempio di difesa permanente dei diritti della donna”, dice Serena che incassa i complimenti della sorella: “E’ la tennista con più testa che sia mai esistita”. Poi Venus aggiunge: “Una volta, forse qualcuno se lo ricorda, vincevo io contro Serena”.

Ma sono passati tanti anni, Serena è un fiume ancora in piena, nelle ultime stagioni Venus pareva un ruscello in secca estiva, con la sola eccezione della semifinale di Montreal, lo scorso anno, quando in tre set Venus riuscì a sconfiggere Serena a cinque anni dalla sua ultima vittoria (Dubai 2009). Eppure Venus è tornata. E mai come questa, sarà una sfida equilibrata, come usava un tempo. Insieme hanno vinto 115 tornei, 26 gli Slam portati a casa di papà Richard e mamma Oracene (uniti dalla vita e separati da una vita), negli scontri diretti sono 15-11 per Serena, quindi il prossimo sarà il 27° clash familiare. Hanno disputato 11 finali, 8 negli Slam (6-2 per Serena). Il loro primo incontro-scontro risale al ’98, 2° turno degli Australian Open: 7-6, 6-1 per Venus che non aveva ancora 18 anni mentre Serena ne aveva appena compiuti 16. E’ la quinta volta che si ritrovano a New York, le prime furono due finali (Venus vinse nel 2001, Serena l’anno successivo): complessivamente 2-2. Venus  può contare su un dato statistico che forse però non conta nulla: ha vinto due dei tre incontri disputati come quarti di finale. In molte partite s’è avuta la sensazione che mancasse il “pathos”, che lottare contro il proprio sangue non fosse mai semplice e che di conseguenza il risultato fosse deciso in partenza dalle misteriose oscillazioni del cuore e dalla conseguente maggiore o minore concentrazione. Loro hanno sempre smentito: “In campo ce la siamo sempre giocata”. Stavolta credergli è semplicissimo.
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