Us Open, il sogno infranto dell'America che pensa al dopo Williams
dal nostro inviato ENRICO SISTILa sconfitta di Serena di fronte all'outsider italiana mostra tutta la fragilità della stagione tennistica americana. Una grande autocritica collettiva investe il settore, in cerca di nuovi talenti che possano risollevare lo sport individuale più amato e ricercato degli Usa
NEW YORK - L'America non guarda. Lasciamola soffrire ancora un po'. La testa è china sulle proprie ferite sportive. C'è chi angosciato s'interroga sullo strano caso di Benjamin Vinci e Benjamin Pennetta, le due "unseeded italians" ultratrentenni (non che Serena sia una ragazzina), ossia le due non teste di serie venute da un altro mondo che hanno spazzato via le numero uno e due del tennis mondiale.
In America vige una regola: se fai audience sei un amico, se spengono la tv vuol dire che puoi anche accomodarti, questa è l'uscita. Roberta ha bruscamente interrotto la corsa all'oro, il "milestone" era a un passo, sembrava già raggiunta, e invece sono bastati un po' di rovesci in "back" per trasformare la più grande tennista di tutti i tempi in una signora goffa. In campo c'era una che correva, correva, correva. Non trovando gli appoggi si è persino schiantata contro una p…
In America vige una regola: se fai audience sei un amico, se spengono la tv vuol dire che puoi anche accomodarti, questa è l'uscita. Roberta ha bruscamente interrotto la corsa all'oro, il "milestone" era a un passo, sembrava già raggiunta, e invece sono bastati un po' di rovesci in "back" per trasformare la più grande tennista di tutti i tempi in una signora goffa. In campo c'era una che correva, correva, correva. Non trovando gli appoggi si è persino schiantata contro una p…
NEW YORK - L'America non guarda. Lasciamola soffrire ancora un po'. La testa è china sulle proprie ferite sportive. C'è chi angosciato s'interroga sullo strano caso di Benjamin Vinci e Benjamin Pennetta, le due "unseeded italians" ultratrentenni (non che Serena sia una ragazzina), ossia le due non teste di serie venute da un altro mondo che hanno spazzato via le numero uno e due del tennis mondiale.
In America vige una regola: se fai audience sei un amico, se spengono la tv vuol dire che puoi anche accomodarti, questa è l'uscita. Roberta ha bruscamente interrotto la corsa all'oro, il "milestone" era a un passo, sembrava già raggiunta, e invece sono bastati un po' di rovesci in "back" per trasformare la più grande tennista di tutti i tempi in una signora goffa. In campo c'era una che correva, correva, correva. Non trovando gli appoggi si è persino schiantata contro una postazione di fotografi. Ma era l'altra, quella che non t'aspetti, era la campionessa, declassata a camionessa, pesante e macchinosa.
Roberta spostava Serena come se non avesse mai fatto altro in vita sua. A ogni passaggio a vuoto le urla e la disperazione di un intero stadio. Oggi il Serena Day sarà l'Italian Day. New York, Italia. Arriva Renzi, al quale potrebbe far piacere un ex-aequo. Potrebbe non essere semplice convincere gli organizzatori a cambiare le regole. Oggi alle 21 italiane, nella finale meno attesa, o attesa quanto poteva esserlo lo scorso anno quella fra Cilic e Nishikori, nella finale più "vecchia" dell'era open (65 anni la coppia) una delle due Benjamin di Puglia conquisterà il suo primo titolo Major e il pubblico avrà pazienza, sorriderà forzatamente, forse però si divertirà perché le due Benjamin a tennis sanno giocare sul serio. Ma non basterà a scacciare i demoni.
La partita di Serena ieri è stata un colpo mortale all'orgoglio nazionale, nei momenti finali i picchi di share stavano facendo esplodere le macchinette dei rilevamenti (immaginiamo per un momento che esistano). Era un'attenzione composita: un misto di stupore, rabbia, di "e adesso che succede?" di "io lo sapevo", di "si è capito subito che Serena non ce l'avrebbe fatta". John McEnroe aveva profetizzato sperando di essere smentito: "Serena è grande, ma temo soltanto fuori...". Persino il coach della campionessa, Patrick Mouratoglou, si è scoperto che aveva avuto pessime sensazione: "Quando ho guardato in faccia Serena appena uscita dalla macchina che ci aveva portato al campo ho capito che sarebbe andato tutto storto". Bel modo di cominciare una giornata storica.
La parola "slam" è tornata improvvisamente al suo significato originario: sbattere, chiudere con violenza, schiantarsi contro. Roberta Vinci ha sbattuto la porta in faccia a Serena, le ha chiuso la porta del Grande Slam: "Slam! Tu non entri!". Almeno per quest'anno. Ieri, tornando in città, nascosta dai vetri sfumati del suo Suv Chevrolet, Serena pensava a una cosa soltanto: a niente. Aveva avuto l'occasione, l'occasione si è trasformata in una delle più grandi sorprese della storia del tennis. Avrà un'altra occasione? Federer glielo ha augurato davanti a 20 mila persone, dopo aver schiantato Wawrinka in semifinale, ma sono sembrate parole molto dolci e molto di circostanza.
La manifestazione tennistica più vista del mondo, con i suoi 700 mila spettatori di media e i più di 100 milioni di dollari di ricavi con i soli biglietti (l'indotto complessivo supera i 230 milioni di dollari e per la sola città di New York si stima che l'evento generi un traffico di quasi un miliardo), è in questo momento l'occasione perfetta per convincere una volta per tutte il movimento tennistico americano a rivolgersi a uno psicanalista per lunghe sedute di gruppo. Dirigenti, giocatori, preparatori, responsabili delle università, allenatori dei ragazzi, pensatori assortiti, ex campioni. Sono tutti sono accusa. Non si può vivere di sola Williams. Il tennis americano è in cerca di se stesso da anni. Da anni subisce l'imposizione dei quattro sport dominanti, basket, baseball, football e hockey, che prelevano sistematicamente dai college i pezzi migliori.
Amano tutti il tennis, in America, un recente studio ha spiegato che soprattutto in alcuni degli stati guida del paese, dalla California al Texas, dall'Iowa al Connecticut (importanti guarda caso anche per le elezioni), il pubblico ama lo Us Open, fra gli sport individuali, il tennis è quello più cercato e lodato, forse è ciò che la boxe era sino a Muhammad Ali, e sogna di riavere un grande protagonista, soprattutto maschile, che manca da secoli. E guarda ai ragazzi, non c'è tecnico federale che non abbia passato ore del suo tempo a dichiarare: "Questa è la volta buona". Però, per un motivo o per un altro, i ragazzi americani da junior fanno sperare, poi rallentano e non sfondano. Sono bravi, sparano pallate, ma non hanno abbastanza talento per entrare nei primi 10 o per vincere qualcosa di importante da senior. Jack Sock non riesce a perdere peso, Donald Young è rimasto al rango di promessa (esaltante però la sua doppia rimonta contro Bedene e Troicki), ora si parla di Tommy Paul, che tutti giudicano un predestinato. E di Fratangelo. Ma lo psicanalista avrà molto da lavorare. Parliamo di un paese che ha dominato la scena, per anni l'America "è stata" il tennis mondiale, l'America è stata, senza tornare troppo indietro, la madre di Connors, McEnroe, Agassi, Sampras, e mettiamoci pure Roddick. E poi Arthur Ashe, campione e modello culturale, simbolo del pensiero evoluto, moderno, aperto, simbolo dell'America che sconfigge le sue paure e le sue debolezze. Con Serena che sempre a bordo del Suv sta correndo verso i suoi 34 anni (li compirà il 26 settembre), l'America sogna un nuovo Ashe, un Obama del tennis. Con un occhio seguirà le due Benjamin e con l'altro guarderà i cancelli del College Park del Maryland, dove si allena e vive Frances Tiafoe, figlio di genitori nati in Sierra Leone e i cui procuratori sono legati all'agenzia del rapper Jay-Z, e di Temple Hills, sempre Maryland, da dove potrebbe uscire Michael Mmoh, un sangue misto, nigeriano e irlandese. Il futuro dovrebbe essere loro. Il tennis americano aspetta, sogna, e intanto piange.
In America vige una regola: se fai audience sei un amico, se spengono la tv vuol dire che puoi anche accomodarti, questa è l'uscita. Roberta ha bruscamente interrotto la corsa all'oro, il "milestone" era a un passo, sembrava già raggiunta, e invece sono bastati un po' di rovesci in "back" per trasformare la più grande tennista di tutti i tempi in una signora goffa. In campo c'era una che correva, correva, correva. Non trovando gli appoggi si è persino schiantata contro una postazione di fotografi. Ma era l'altra, quella che non t'aspetti, era la campionessa, declassata a camionessa, pesante e macchinosa.
Roberta spostava Serena come se non avesse mai fatto altro in vita sua. A ogni passaggio a vuoto le urla e la disperazione di un intero stadio. Oggi il Serena Day sarà l'Italian Day. New York, Italia. Arriva Renzi, al quale potrebbe far piacere un ex-aequo. Potrebbe non essere semplice convincere gli organizzatori a cambiare le regole. Oggi alle 21 italiane, nella finale meno attesa, o attesa quanto poteva esserlo lo scorso anno quella fra Cilic e Nishikori, nella finale più "vecchia" dell'era open (65 anni la coppia) una delle due Benjamin di Puglia conquisterà il suo primo titolo Major e il pubblico avrà pazienza, sorriderà forzatamente, forse però si divertirà perché le due Benjamin a tennis sanno giocare sul serio. Ma non basterà a scacciare i demoni.
La partita di Serena ieri è stata un colpo mortale all'orgoglio nazionale, nei momenti finali i picchi di share stavano facendo esplodere le macchinette dei rilevamenti (immaginiamo per un momento che esistano). Era un'attenzione composita: un misto di stupore, rabbia, di "e adesso che succede?" di "io lo sapevo", di "si è capito subito che Serena non ce l'avrebbe fatta". John McEnroe aveva profetizzato sperando di essere smentito: "Serena è grande, ma temo soltanto fuori...". Persino il coach della campionessa, Patrick Mouratoglou, si è scoperto che aveva avuto pessime sensazione: "Quando ho guardato in faccia Serena appena uscita dalla macchina che ci aveva portato al campo ho capito che sarebbe andato tutto storto". Bel modo di cominciare una giornata storica.
La parola "slam" è tornata improvvisamente al suo significato originario: sbattere, chiudere con violenza, schiantarsi contro. Roberta Vinci ha sbattuto la porta in faccia a Serena, le ha chiuso la porta del Grande Slam: "Slam! Tu non entri!". Almeno per quest'anno. Ieri, tornando in città, nascosta dai vetri sfumati del suo Suv Chevrolet, Serena pensava a una cosa soltanto: a niente. Aveva avuto l'occasione, l'occasione si è trasformata in una delle più grandi sorprese della storia del tennis. Avrà un'altra occasione? Federer glielo ha augurato davanti a 20 mila persone, dopo aver schiantato Wawrinka in semifinale, ma sono sembrate parole molto dolci e molto di circostanza.
La manifestazione tennistica più vista del mondo, con i suoi 700 mila spettatori di media e i più di 100 milioni di dollari di ricavi con i soli biglietti (l'indotto complessivo supera i 230 milioni di dollari e per la sola città di New York si stima che l'evento generi un traffico di quasi un miliardo), è in questo momento l'occasione perfetta per convincere una volta per tutte il movimento tennistico americano a rivolgersi a uno psicanalista per lunghe sedute di gruppo. Dirigenti, giocatori, preparatori, responsabili delle università, allenatori dei ragazzi, pensatori assortiti, ex campioni. Sono tutti sono accusa. Non si può vivere di sola Williams. Il tennis americano è in cerca di se stesso da anni. Da anni subisce l'imposizione dei quattro sport dominanti, basket, baseball, football e hockey, che prelevano sistematicamente dai college i pezzi migliori.
Amano tutti il tennis, in America, un recente studio ha spiegato che soprattutto in alcuni degli stati guida del paese, dalla California al Texas, dall'Iowa al Connecticut (importanti guarda caso anche per le elezioni), il pubblico ama lo Us Open, fra gli sport individuali, il tennis è quello più cercato e lodato, forse è ciò che la boxe era sino a Muhammad Ali, e sogna di riavere un grande protagonista, soprattutto maschile, che manca da secoli. E guarda ai ragazzi, non c'è tecnico federale che non abbia passato ore del suo tempo a dichiarare: "Questa è la volta buona". Però, per un motivo o per un altro, i ragazzi americani da junior fanno sperare, poi rallentano e non sfondano. Sono bravi, sparano pallate, ma non hanno abbastanza talento per entrare nei primi 10 o per vincere qualcosa di importante da senior. Jack Sock non riesce a perdere peso, Donald Young è rimasto al rango di promessa (esaltante però la sua doppia rimonta contro Bedene e Troicki), ora si parla di Tommy Paul, che tutti giudicano un predestinato. E di Fratangelo. Ma lo psicanalista avrà molto da lavorare. Parliamo di un paese che ha dominato la scena, per anni l'America "è stata" il tennis mondiale, l'America è stata, senza tornare troppo indietro, la madre di Connors, McEnroe, Agassi, Sampras, e mettiamoci pure Roddick. E poi Arthur Ashe, campione e modello culturale, simbolo del pensiero evoluto, moderno, aperto, simbolo dell'America che sconfigge le sue paure e le sue debolezze. Con Serena che sempre a bordo del Suv sta correndo verso i suoi 34 anni (li compirà il 26 settembre), l'America sogna un nuovo Ashe, un Obama del tennis. Con un occhio seguirà le due Benjamin e con l'altro guarderà i cancelli del College Park del Maryland, dove si allena e vive Frances Tiafoe, figlio di genitori nati in Sierra Leone e i cui procuratori sono legati all'agenzia del rapper Jay-Z, e di Temple Hills, sempre Maryland, da dove potrebbe uscire Michael Mmoh, un sangue misto, nigeriano e irlandese. Il futuro dovrebbe essere loro. Il tennis americano aspetta, sogna, e intanto piange.