Tema: giocare da fermo nello sport più fulmineo e multi-direzionale. Svolgimento: proibito. A meno di non essere Nole. La natura del problema è che pare ci siano, conclamate, due nature: Djokovic e gli altri, Djokovic e i suoi fratelli minori, che non sono Djordie e Marco, i due registrati ufficialmente all’anagrafe serba, bensì tutti gli altri campioni delle più svariate nazionalità, con numeri d’alta scuola da proporre, tutti gli altri, da Federer in giù, che gli passano davanti, al primo turno come in finale. Si presume che abbiano carte in regola per cimentarsi, per lasciare una traccia almeno, e invece non ce l’hanno, non più. Dov’è il problema? Cos’è cambiato in questo 2015, al punto che Djokovic sembra non tanto aver accentuato le difficoltà degli avversari quanto aver trovato un modo per negargli la speranza? Dove sta il trucco? A parte la finale di Roland Garros, Djokovic ha espresso un tennis marziano per due motivi: la continuità con cui ha giocato e sta giocando, ai suoi livelli, cioè da incontrastato numero uno, e la condizione fisica, che non sembra onestamente quantificabile con i dati del tennis fin qui vissuto dall’umanità.
Fermiamoci su questa, sulla condizione fisica. Forse la soluzione del rebus è nei polmoni di Nole, che nutrono le gambe di ossigeno infinito e che fanno letteralmente sparire tre elementi: la tenuta degli avversari, sul breve e sul lungo termine, nei Major come nei 1000, nei 500, al meglio dei tre o dei cinque set (ormai le distanze dei tornei di tennis sono “al meglio di Djokovic”), gli effetti delle diverse superfici e l’antica differenza fra primi turni e finali. Quando gioca Djokovic primi turni e finali cominciano a somigliarsi, è spesso tanto a poco anche in finale o in semifinale (ricordate come in semifinale trattò Cilic, campione uscente, a New York?). La sensazione, confermata dall’ora e mezzo che un pur splendido Nadal è riuscito a ritagliarsi nella vita del collega durante la finale di Pechino, sicuramente il miglior Nadal degli ultimi mesi (nonostante questo è andato a casa con un eloquente 6-2 6-2), è che la velocità dei colpi, la potenza delle accelerazioni, la sicurezza della prima palla, siano state completate da un movimento orizzontale più rapido di prima, così rapido che nessuno, se non per brandelli di game, è più in grado di farlo correre sul serio (tanto poi quando corre scivola anche sul cemento…): salvo rari casi, rare circostanze, magari una palla (s)centrata o una risposta meno lunga del solito, Djokovic arriva prima, ecco il punto, arriva prima mettendosi nella condizione unica, privilegiata e irriproducibile, di effettuare nell’90% dei casi colpi da fermo.
Giocare da fermi, nel top tennis, vuol dire avere il tempo necessario per devastare, trovare qualunque angolo, concepire il cross corto più corto di sempre, allontanare per sempre l’avversario dalla linea di fondo. Un martellamento d’arte pura, un muro affrescato da un pittore che solo con quest’opera fa mostre in tutto il mondo, registrando sold out, incassando applausi, qualcuno paga il biglietto e si commuove. Nel 2015 Nole ha vinto otto tornei, ha disputato tutte le finali Major vincendone tre. A Pechino ha perso talmente pochi game che nessuno, dall’altra parte della rete, è riuscito a vedere il numero “tre”. Vediamo se a Shanghai qualcuno lo sposta. Avrà cali. E’ umano, anche se marziano. Ma quando e come non è dato sapere. Anche se gli altri, i fratelli, è l’unica cosa che vorrebbero tanto sapere. Così, giusto per organizzarsi con l’umore.
Fermiamoci su questa, sulla condizione fisica. Forse la soluzione del rebus è nei polmoni di Nole, che nutrono le gambe di ossigeno infinito e che fanno letteralmente sparire tre elementi: la tenuta degli avversari, sul breve e sul lungo termine, nei Major come nei 1000, nei 500, al meglio dei tre o dei cinque set (ormai le distanze dei tornei di tennis sono “al meglio di Djokovic”), gli effetti delle diverse superfici e l’antica differenza fra primi turni e finali. Quando gioca Djokovic primi turni e finali cominciano a somigliarsi, è spesso tanto a poco anche in finale o in semifinale (ricordate come in semifinale trattò Cilic, campione uscente, a New York?). La sensazione, confermata dall’ora e mezzo che un pur splendido Nadal è riuscito a ritagliarsi nella vita del collega durante la finale di Pechino, sicuramente il miglior Nadal degli ultimi mesi (nonostante questo è andato a casa con un eloquente 6-2 6-2), è che la velocità dei colpi, la potenza delle accelerazioni, la sicurezza della prima palla, siano state completate da un movimento orizzontale più rapido di prima, così rapido che nessuno, se non per brandelli di game, è più in grado di farlo correre sul serio (tanto poi quando corre scivola anche sul cemento…): salvo rari casi, rare circostanze, magari una palla (s)centrata o una risposta meno lunga del solito, Djokovic arriva prima, ecco il punto, arriva prima mettendosi nella condizione unica, privilegiata e irriproducibile, di effettuare nell’90% dei casi colpi da fermo.
Giocare da fermi, nel top tennis, vuol dire avere il tempo necessario per devastare, trovare qualunque angolo, concepire il cross corto più corto di sempre, allontanare per sempre l’avversario dalla linea di fondo. Un martellamento d’arte pura, un muro affrescato da un pittore che solo con quest’opera fa mostre in tutto il mondo, registrando sold out, incassando applausi, qualcuno paga il biglietto e si commuove. Nel 2015 Nole ha vinto otto tornei, ha disputato tutte le finali Major vincendone tre. A Pechino ha perso talmente pochi game che nessuno, dall’altra parte della rete, è riuscito a vedere il numero “tre”. Vediamo se a Shanghai qualcuno lo sposta. Avrà cali. E’ umano, anche se marziano. Ma quando e come non è dato sapere. Anche se gli altri, i fratelli, è l’unica cosa che vorrebbero tanto sapere. Così, giusto per organizzarsi con l’umore.