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Tennis, la Vinci nella top ten. L'allenatore: "Roberta è una dura, ormai fa parte della mia famiglia"

Francesco Cinà, tcnico della tennista tarantina, spiega un rapporto non sempre facile ma costruttivo. "Io devo conoscere a fondo l'atleta, la persona. Perché se quando va in campo non mi ascolta, allora io non servo"

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ROMA - Roberta Vinci si è dunque tolta un altro sfizio, entrare nella Top Ten della classifica Wta. Della talentuosa giocatrice di Taranto sappiamo ormai quasi tutto, un po' meno del suo allenatore, che forse è la chiave dei suoi successi: Francesco Cinà, 40 anni, palermitano.

Cinà, ci riveli il suo segreto.
"La bravura di un allenatore è ovviamente fondamentale, ma non solo".
Cos'altro occorre?
"Il rapporto con l'atleta. Come ci si porge con la giocatrice, nel mio caso".
Le donne, si sa, sono più sensibili.
"Si, sono diverse. Però tu coach devi avere il tuo metodo di lavoro".
E se non funziona?
"Ti devi abituare a loro. Per questo dico che un allenatore deve essere bravo a capire con chi ha a che fare".
Plasmare...
"Sul piano umano e poi tecnico".
Lei e Roberta Vinci costituite un connubio indissolubile.
"Questo nostro rapporto dura da 7-8 anni. Ma con alti e bassi".
Quindi avrete pur litigato.
"Ovvio, è il campo che parla. Se vinci vai d'amore e d'accordo, ma è nei periodi brutti che si vede se il rapporto funziona".
E voi siete ancora qua.
"Siamo ancora qua. Per stima reciproca. La cosa fondamentale è la stima".
Vero?
"Nel momento difficile bisogna stare più attaccati. Così è stato negli ultimi due anni, per far sì che superassimo i problemi".
E questo ha aiutato le soluzioni?
"Le sono stato accanto ancora di più, e questo ha portato al fatto che lei si allenasse sempre e di più".
E contraccolpi niente?
"La verità? Ci sopportavamo poco. Troppo insieme: pesantezza generale, ma fa parte del gioco".
C'è o non c'è il problema dei dialoghi?
"Certo che c'è. Io vengo dall'esperienza maschile...".
E con Roberta?
"Devi pensare dieci volte prima di dire una cosa, le parole che usi, come ti porgi".
Complicato, eh?
"Si. Con un uomo basta uno spintone, una parolaccia. E dieci minuti dopo è tutto finito".
E con le ragazze?
"No, con le donne no. Per questo l'unica è il lavoro continuo, giornaliero. L'organizzazione".
Che tipo è Roberta Vinci?
"Roberta ha un carattere difficile. Una dura, una tipa nervosa che ti parla addosso mentre le parli. Ma mi segue. Mi vuole bene, mi stima. Mi ascolta, questo mi rende orgoglioso"
Altre proposte?
"No. Ho ascoltato, ma non ho mai pensato di lasciarla. Mai abbandonare la nave che affonda".
Il segreto di Roberta?
"Venire a Palermo, al Country. Qui ha trovato la famiglia, la serenità. Credetemi, questo fa tanto".
Perché?
"Perché loro sono sole nei tornei, le ragazze. Una vita solitaria... invece Palermo, il circolo, l'ha accolta alla grande".
Quindi ci sono anche i lati oscuri...
"Ci sono tanti lati oscuri... alla fine, la vita di una vita di una tennista è dietro l'allenatore".
Non sono tutte rose e fiori.
"Resta un lavoro meraviglioso. Ma in realtà sai cosa succede nella pratica?".
No.
"Ti alzi, ti alleni e poi ci sono molti tempi morti. E quando si perde, primo turno, fai i bagagli e riparti. I tifosi devono capire le difficoltà di queste ragazze".
Che saltano dal volo all'altro.
"Con situazioni diverse, campi diversi. E non sai come rendono. E' uno sport con troppi elogi, anche esagerati. Come le critiche".
E' lo sport, baby.
"Sì, capisco, ma il tennis non è uno sport di squadra. E sono sempre loro che vanno in campo. Difficoltà estrema, la bellezza unica di questo sport".
Il momento chiave del vostro rapporto?
"Estate 2015, quando le ho fatto un discorsetto, che ha funzionato".
Davvero?
"Sì, ha capito. Ora mentalmente sta meglio di quando era numero undici".
All'inizio non era così?
"Anni fa vidi c'era feeling, che voleva imparare, che voleva lavorare, che era umile".
E nasce il progetto.
"Esatto, e non si deve cambiare subito, alla prima difficoltà. Io ci metto me, la mia famiglia, i miei bambini".
In che senso?
"Sono stato più con Roberta che con la mia famiglia".
E quindi?
"Per questo ho voluto che entrambi si incontrassero, faceva bene a tutti e due. Creava fiducia".
Certo, poteva anche finire male.
"Poteva finire il rapporto, e non succede nulla".
Ma, alla fine, come lavora Francesco Cinà?
"Io devo conoscere a fondo l'atleta, la persona. Perché se vado in campo e dico 35 volte la stessa cosa ma lei ha litigato con la mamma e allora non ascolta, allora io non servo".
Non tutti i coach fanno così.
"Forse ad altri non interessa, ma io la vedo così. Mi piace questo tipo di rapporto: non per sapere i fatti dell'atleta ma per conoscerla".
Sa che forse ha trasmesso a Roberta la voglia di insegnare?
"Ha detto così? Mah, è una fase difficile quando le forti smettono. Si apre una vita dura, difficile. Glielo auguro, penso sarebbe capacissima a tutti i livelli. Ma dovrà ricordarsi che ci vuole passione e amore".
Ma tanto non smette, no?
"Per ora...".
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