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Da Djokovic alla Griffith, lo sport non può unire

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ROMA - Questo o quella per me impari sono. Artefice di una serie di colpi proibiti, l'improvvisato doppio Djokovic-Moore, n.1 del mondo e amministratore delegato del "combined" di Indian Wells, che spara palle contro i limiti mediatici del tennis femminile, apre forse una voragine sportiva nei rapporti fra uomo e donna? E guarda caso proprio negli Stati Uniti dove la parità dei sessi è molto sentita? Un po'. Ma più che altro è cattivissima comunicazione, è abbondante e inapprezzabile uso di parole sbagliate, con corollario di pentimenti tardivi e parziali correzioni di tiro. Williams e Azarenka s'infuriano. Dov'è il problema se proprio Indian Wells è l'esempio opposto, ossia una manifestazione in cui i montepremi maschili e femminili sono identici? Il problema è che lo sport professionistico esaspera le naturali differenze fra me e te. Per sua natura lo sport ha bisogno di steccati, regole, ordine, categorie, altrimenti non sarebbe mai stata sollevata la querelle sulle protesi di Pistorius, non esisterebbero i controlli anti-doping né le "under", e la Griffith (che non aveva rivali tra le donne) avrebbe potuto chiedere di correre contro gli uomini e qualcuno glielo avrebbe permesso.

Se nella fantasia della gente lo sport passa come modello d'uguaglianza, come "territorio unificante", un luogo fisico ma anche dello spirito in cui la gente si ritrova affratellata, una specie di religione fisica in cui il piccolo maratoneta corre accanto al campione kenyano, in realtà non c'è niente di più sperequante dello sport agonistico. Non si fanno prigionieri. Lo sport è tutto classifiche di merito a cominciare dagli "esordienti", basta un millesimo per arrivare secondo, basta un giudice che vede il tuo mignolo fuori posto per perdere all'ultimo tuffo una finale dalla piattaforma, basta un gol nel recupero per cambiare il risultato di una partita fra giovanissimi e da quel momento magari, casualmente in tribuna, un procuratore si mette in contatto con il bambino che ha sbloccato il risultato e da quel momento crea uno spartiacque definitivo. Da quando è governato dal denaro lo sport è diventato un'altra faccia del capitalismo. Come il cronometro, i montepremi e gli sponsor creano soltanto ulteriori pareti divisorie fra chi è più "marketable", ossia più appetibile per il mercato, e chi non lo è o lo è di meno. Fra chi è più richiesto e cercato attraverso la vendita dei biglietti di una partita di tennis o anche di polo, e persino di curling, e chi invece fa addormentare gli impiegati ai botteghini. Fra chi fa alzare i diritti televisivi di un torneo e chi li mantiene a un livello più basso.

Non si può avere tutti lo stesso appeal. Anzi nessuno ha l'appeal dell'altro, per quanto possa essergli vicino quanto a prestazioni o filosofia agonistica. Però è brutto dirlo, anzi proprio non si sa come dirlo. Il circuito femminile del tennis è, purtroppo, meno richiesto, anche se ha ragione la Williams a dire che lei e sua sorella Venus hanno fatto molto per avvicinare il pubblico al tennis femminile. Ma non basta. Il prodotto vende meno, così come il doppio vende meno del singolare. Anche se Djokovic e Moore se ne fossero stati zitti, o avessero usato altri vocaboli, la verità sarebbe rimasta questa, quasi immorale. Lo sport è, per principio, ingiusto perché si basa su un concetto che teoricamente potremmo combattere ogni giorno nella vita sociale: io sono migliore di te. E adesso i soldi stanno peggiorando le cose, stanno devastando l'ansia di accumulo dei campioni. Forse è questo il messaggio più acido e sgradevole dell'esternazione di Djokovic: quello che guadagnano non gli basta mai? Il dibattito è aperto.
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