ROMA - Non solo Borg e McEnroe. Sarebbe riduttivo. Del resto basta guardarsi dietro e spulciare qualche vecchio film. C'è abbastanza tennis anche nelle cose di ieri. E non solo battaglie fra i sessi, con Emma Stone che si cala nei panni di Billie Jean King e che cade sul set perché con gli occhiali non vede niente e la King che accetta con una smorfia sospetta, forse era contenta forse no, il fatto che qualcuno l'avesse immortalata senza chiederle un parere. Il cinema iniziò la sua storia sentimentale col tennis tanti anni fa. E precisamente in un giorno d'estate del 1950 per volere di uno straordinario mestierante. I soci del West Side Tennis Club di Forest Hills, dove si disputavano gli allora US Championships, lo Us Open di oggi, videro delinearsi all'orizzonte l'ingombrante, solenne sagoma di Alfred Hitchcock: "Ma che vuole questo qui? Non si sarà mica messo in testa di giocare a tennis! Siamo al completo". Ma le richieste erano altre. Non esisteva nulla. Non si potevano vedere partite di tennis se non dal vivo e sul posto, tennis di qualsiasi livello. La televisione era impegnata in altre faccende, inclusa quella già evoluta dell'american system. Così l'unico modo per apprezzare l'amato sport in rigoroso bianco, ben lontano dalla popolarità del baseball, era di piazzarsi sulla tribunetta del circolo in cui si disputavano le partite di un torneo.
Un circolo qualsiasi, un torneo qualsiasi. Oppure bisognava iniziare a praticarlo con un maestro. Ma costava caro. Però era tutto a dimensione più umana. Comprese le racchette. Piatto corde ridottissimo, flessibilità nulla. Quando si dice: sei di legno! Ebbene le racchette erano di legno. Non esisteva nemmeno Rod Laver, che aveva appena 12 anni. Hitchcock era molto curioso, come sempre, e si fece spiegare tutto. A quell'epoca era di base a Los Angeles. Erano più di dieci anni che aveva abbandonato l'Inghilterra. Aveva da poco celebrato il decennale del suo primo film americano, "Rebecca", e stava faticosamente mettendo in piedi la squadra per riscrivere e per adattare allo schermo il primo romanzo dell'allora giovane e sconosciuta Patricia Highsmith. Uno dei due protagonisti di "Strangers on a train" (in Italia il film è circolato con due titoli, "Delitto per delitto" e "L'altro uomo), è un tennista professionista, Guy Haines, che per provare la sua innocenza deve sbrigarsi a battere l'avversario e anticipare le mosse dello psicopatico che gli ha ucciso la ex-moglie facendo ricadere la colpa su di lui. Bisognava trovare una location adatta per quelle poche, ma fondamentali scene della parte conclusiva della storia. E Hitchcock la trovò.
E già sapeva dove sarebbe andato a parare. Non gli sarebbero bastate le scene dei primi piani in cui Farley Granger, l'attore che interpretava Haines e che aveva già lavorato con Hitchcock in "Nodo alla gola", cerca di dare credibilità al suo tennis (fu anche ingaggiato un allenatore per evitare che i gesti fossero ridicoli), e neppure sarebbe stata sufficiente l'inquadratura della tribuna fittizia in cui tutti gli spettatori muovono la testa per seguire il gioco tranne l'assassino Bruno, che guarda soltanto Haines. Hitchcock aveva bisogno di altro "footage" e così, visto che ci si trovava, filmò alcune sequenze della finale di Coppa Davis del 1950 (che si chiamava Coppa Davis da soli cinque anni) fra Stati Uniti e Australia (vinse l'Australia 4-1). Quella del tennis nel cinema fu un'entrata nobile anche se alla fine Hitchcock si servì soltanto di una minima parte di girato. Anni dopo gli inglesi vollero celebrare il tennis come chiave di volta in una love story (agli occhi di una donna Terry Thomas cerca di ridicolizzare sul campo da tennis il suo rivale in amore, "La scuola dei dritti"). Abbastanza leggendaria la partita senza racchette né palline in "Blow up" di Michelangelo Antonioni, che ha il suo apice quando David Hemmings restituisce ai giocatori una pallina che non esiste.
E' un thriller quello che comincia e finisce con una pallina che colpisce il nastro: "Match point" di Woody Allen in realtà diventa omicidio durante una partita di ping pong, lì cominciano a delinearsi le cattive intenzioni dei protagonisti. Allen si era già fatto riprendere in passato con la racchetta (era "Io e Annie"): gli faceva gioco per raccontare la vita, le passioni e gli hobby dell'upper New York. Russell Crowe gioca una vera e propria "accanita" contro un vignaiolo in "Un'ottima annata", mentre Paul Bettany vince Wimbledon in "Wimbledon" e qualche anno prima Ali McGraw rovinava la carriera a un tennista che le moriva dietro ("L'ultimo gioco"). Più pratici Billy Wilder e Jack Lemmon nel mitico "L'appartamento": usarono la racchetta come scolapasta per gli spaghetti. Mentre Shirley McLaine aspettava nell'altra stanza.
Un circolo qualsiasi, un torneo qualsiasi. Oppure bisognava iniziare a praticarlo con un maestro. Ma costava caro. Però era tutto a dimensione più umana. Comprese le racchette. Piatto corde ridottissimo, flessibilità nulla. Quando si dice: sei di legno! Ebbene le racchette erano di legno. Non esisteva nemmeno Rod Laver, che aveva appena 12 anni. Hitchcock era molto curioso, come sempre, e si fece spiegare tutto. A quell'epoca era di base a Los Angeles. Erano più di dieci anni che aveva abbandonato l'Inghilterra. Aveva da poco celebrato il decennale del suo primo film americano, "Rebecca", e stava faticosamente mettendo in piedi la squadra per riscrivere e per adattare allo schermo il primo romanzo dell'allora giovane e sconosciuta Patricia Highsmith. Uno dei due protagonisti di "Strangers on a train" (in Italia il film è circolato con due titoli, "Delitto per delitto" e "L'altro uomo), è un tennista professionista, Guy Haines, che per provare la sua innocenza deve sbrigarsi a battere l'avversario e anticipare le mosse dello psicopatico che gli ha ucciso la ex-moglie facendo ricadere la colpa su di lui. Bisognava trovare una location adatta per quelle poche, ma fondamentali scene della parte conclusiva della storia. E Hitchcock la trovò.
E già sapeva dove sarebbe andato a parare. Non gli sarebbero bastate le scene dei primi piani in cui Farley Granger, l'attore che interpretava Haines e che aveva già lavorato con Hitchcock in "Nodo alla gola", cerca di dare credibilità al suo tennis (fu anche ingaggiato un allenatore per evitare che i gesti fossero ridicoli), e neppure sarebbe stata sufficiente l'inquadratura della tribuna fittizia in cui tutti gli spettatori muovono la testa per seguire il gioco tranne l'assassino Bruno, che guarda soltanto Haines. Hitchcock aveva bisogno di altro "footage" e così, visto che ci si trovava, filmò alcune sequenze della finale di Coppa Davis del 1950 (che si chiamava Coppa Davis da soli cinque anni) fra Stati Uniti e Australia (vinse l'Australia 4-1). Quella del tennis nel cinema fu un'entrata nobile anche se alla fine Hitchcock si servì soltanto di una minima parte di girato. Anni dopo gli inglesi vollero celebrare il tennis come chiave di volta in una love story (agli occhi di una donna Terry Thomas cerca di ridicolizzare sul campo da tennis il suo rivale in amore, "La scuola dei dritti"). Abbastanza leggendaria la partita senza racchette né palline in "Blow up" di Michelangelo Antonioni, che ha il suo apice quando David Hemmings restituisce ai giocatori una pallina che non esiste.
E' un thriller quello che comincia e finisce con una pallina che colpisce il nastro: "Match point" di Woody Allen in realtà diventa omicidio durante una partita di ping pong, lì cominciano a delinearsi le cattive intenzioni dei protagonisti. Allen si era già fatto riprendere in passato con la racchetta (era "Io e Annie"): gli faceva gioco per raccontare la vita, le passioni e gli hobby dell'upper New York. Russell Crowe gioca una vera e propria "accanita" contro un vignaiolo in "Un'ottima annata", mentre Paul Bettany vince Wimbledon in "Wimbledon" e qualche anno prima Ali McGraw rovinava la carriera a un tennista che le moriva dietro ("L'ultimo gioco"). Più pratici Billy Wilder e Jack Lemmon nel mitico "L'appartamento": usarono la racchetta come scolapasta per gli spaghetti. Mentre Shirley McLaine aspettava nell'altra stanza.