C’è chi progetta il ritorno (Roger Federer) e c’è chi medita il passo indietro, il ritiro dal tennis: Andy Murray. In fondo il tennis è per sua natura un’esperienza intima, e Murray aveva già reso straordinaria la sua vita andando molto più in là dell’orizzonte, ben oltre quel Dunblane 1996. Pensare che questo tennista, all’epoca bambino alle Elementari, sia sopravvissuto a quell’orribile tragedia (un pazzo entrò con un fucile e sparò all'impazzata nella scuola) e abbia vinto Wimbledon è una delle storie sportive più straordinarie.
Ora però è stanco, nudo e dolorante alla meta. La protesi all'anca è stata un palliativo, non la soluzione a tutti i mali. I titoli finali sono imminenti, e allora possiamo riavvolgere il nastro, perchè Andy merita il racconto sportivo, anche se non è mai stato il massimo della simpatia. Ma si è guadagnato il rispetto perché ha mostrato il suo spirito combattivo di fronte alle avversità: non si è mai lamentato per essere capitato nella stessa epoca di tre dei più grandi giocatori di questo sport (Federer, Nadal e Djokovic) ma ha cercato di migliorare. Ha pian piano scoperto di cosa fosse capace. Oggi, nel Regno Unito, è un ufficiale della regina, Cavaliere dell’Ordine Britannico, che può andare serenamente in pensione. Ma non è sempre stato così. Gli hanno fatto ingoiare di tutto, i suoi connazionali. Chi si ricorda la ‘Andy Murray tennis’? Era una commedia tv, in onda tra il 2009 e il 2011, il cui momento top era uno sketch in cui si sfidavano gli utenti a raggiungere il livello massimo di una sorta di videogioco: la semifinale (Murray non era riuscito a oltrepassarla a Wimbledon). Cose che fanno male, che posso lasciare segni indelebili. Ma anche cose per cui Andy ha cercato di trasformarsi, rischiando di non riconoscersi. Perché nel tennis si combatte in due, ma si lotta anche contro i propri sentimenti.
E, purtroppo, anche con il proprio fisico: l’anca ha tradito il trionfatore di Wimbledon 2013, primo britannico dai tempi del leggendario Fred Perry nel 1936. Aspettavano da 77 anni, questo era il peso che Murray posrtava sulle spalle. Un vero macigno, non solo psicologico. “Gli anni del tennis sono pesanti, quando invecchi ogni anno ti sembra doppio. Spesso il mattino è il presentimento del nostro destino, ho pianto molto in tutti questi anni, ma non ho mai sofferto di depressione. Mai finito in un buco, dentro un pozzo. I match che ricordo più volentieri sono quelli che stavo perdendo e sono stato capace di ribaltare” disse anni fa.
Ha ribaltato il destino, Andy. Ma non da solo. Ci sono sempre state delle donne accanto, e buon per lui: in primis Judy, sua mamma e primo coach. Poi Amelie Mauresmo, ex collega. “Quando si tratta di attitudini, capacità, intelligenza non c’è ragione al mondo per cui una donna non possa essere brava quanto un uomo. Spero che le cose cambieranno quando ci saranno più opportunità per le donne”. Anche per questo ha giocato il doppio misto a Wimbledon con Serena Williams. Ma la donna più importante resta Kim Sears: compagna prima, moglie poi e infine mamma dei loro figli. È stata lei la spinta motivazionale, sin da quando gli disse: “devi scegliere: o me, o la Ps4”. L’acerbo Murray ebbe il sussulto giusto. Lei, Kim - figlia di ex tennista poi diventato maestro – ha saputo smussarne gli angoli, renderlo più reattivo. “Cosa sarei stato senza Kim? È lei che mi ha sempre spronato, giocato un ruolo grande nella mia rinascita. È stata così brillante, mi ha permesso di proseguire la mia carriera e mi ha incredibilmente supportato. Quindi sono stato molto fortunato”.
Dopo le umiliazioni, i trionfi. E, a seguire, arriva il dolore. E cambiano le prospettive. La percezione e il senso della vita. “Diventi consapevole che il tennis è solo uno sport, che stai arrivando alla fine del capitolo, anche se accettarlo è difficile”. Per queste ragioni arriva il ritiro, il primo. Gennaio 2019. Ma nemmeno il tempo dell’annuncio, lo shock del mondo, i tributi all’atleta, gli omaggi al tennista che arriva l’integrazione, il distinguo, il 'mi piacerebbe': “Vorrei salutare a Wimbledon”. Perché Wimbledon è un sogno obbligatorio, sempre. A volte una canzone straziante, una ballata languida e sconsolata che rappresenta ciò che del torneo spesso non si sopporta: la maestosità, e l'arroganza con gli ultimi arrivati o con i meno talentuosi. Ma Wimbledon resta una terra sacra, ben falciata e mantenuta, un sogno permanente la cui erba verde a volte rischia di accecare e far ammalare di nostalgia. Uno scozzese non può sfuggire a questo.
Ma non vi riesce: la condizione fisica, quella atletica, la classifica non glielo consentono. E allora vai con un'altra operazione chirurgica, ultimo ritrovato tecnologico. Andy ci prova, si sottomette. Ha ancora voglia. Torna in campo. Suda. Sbuffa. Soffre e resiste. Vince anche qualche partita. A New York gli danno una wild card, ma non supera il secondo turno. Wilander tuona contro di lui, Kyrgios insulta lo svedese. Il mondo si divide. Non era quello che immaginava questo scozzese. "Il tennis è bello, ma a tutto c'è un limite". Un altro Wimbledon sarebbe stato bello. Ma l'erba è troppo alta da saltare.
Ora però è stanco, nudo e dolorante alla meta. La protesi all'anca è stata un palliativo, non la soluzione a tutti i mali. I titoli finali sono imminenti, e allora possiamo riavvolgere il nastro, perchè Andy merita il racconto sportivo, anche se non è mai stato il massimo della simpatia. Ma si è guadagnato il rispetto perché ha mostrato il suo spirito combattivo di fronte alle avversità: non si è mai lamentato per essere capitato nella stessa epoca di tre dei più grandi giocatori di questo sport (Federer, Nadal e Djokovic) ma ha cercato di migliorare. Ha pian piano scoperto di cosa fosse capace. Oggi, nel Regno Unito, è un ufficiale della regina, Cavaliere dell’Ordine Britannico, che può andare serenamente in pensione. Ma non è sempre stato così. Gli hanno fatto ingoiare di tutto, i suoi connazionali. Chi si ricorda la ‘Andy Murray tennis’? Era una commedia tv, in onda tra il 2009 e il 2011, il cui momento top era uno sketch in cui si sfidavano gli utenti a raggiungere il livello massimo di una sorta di videogioco: la semifinale (Murray non era riuscito a oltrepassarla a Wimbledon). Cose che fanno male, che posso lasciare segni indelebili. Ma anche cose per cui Andy ha cercato di trasformarsi, rischiando di non riconoscersi. Perché nel tennis si combatte in due, ma si lotta anche contro i propri sentimenti.
E, purtroppo, anche con il proprio fisico: l’anca ha tradito il trionfatore di Wimbledon 2013, primo britannico dai tempi del leggendario Fred Perry nel 1936. Aspettavano da 77 anni, questo era il peso che Murray posrtava sulle spalle. Un vero macigno, non solo psicologico. “Gli anni del tennis sono pesanti, quando invecchi ogni anno ti sembra doppio. Spesso il mattino è il presentimento del nostro destino, ho pianto molto in tutti questi anni, ma non ho mai sofferto di depressione. Mai finito in un buco, dentro un pozzo. I match che ricordo più volentieri sono quelli che stavo perdendo e sono stato capace di ribaltare” disse anni fa.
Ha ribaltato il destino, Andy. Ma non da solo. Ci sono sempre state delle donne accanto, e buon per lui: in primis Judy, sua mamma e primo coach. Poi Amelie Mauresmo, ex collega. “Quando si tratta di attitudini, capacità, intelligenza non c’è ragione al mondo per cui una donna non possa essere brava quanto un uomo. Spero che le cose cambieranno quando ci saranno più opportunità per le donne”. Anche per questo ha giocato il doppio misto a Wimbledon con Serena Williams. Ma la donna più importante resta Kim Sears: compagna prima, moglie poi e infine mamma dei loro figli. È stata lei la spinta motivazionale, sin da quando gli disse: “devi scegliere: o me, o la Ps4”. L’acerbo Murray ebbe il sussulto giusto. Lei, Kim - figlia di ex tennista poi diventato maestro – ha saputo smussarne gli angoli, renderlo più reattivo. “Cosa sarei stato senza Kim? È lei che mi ha sempre spronato, giocato un ruolo grande nella mia rinascita. È stata così brillante, mi ha permesso di proseguire la mia carriera e mi ha incredibilmente supportato. Quindi sono stato molto fortunato”.
Dopo le umiliazioni, i trionfi. E, a seguire, arriva il dolore. E cambiano le prospettive. La percezione e il senso della vita. “Diventi consapevole che il tennis è solo uno sport, che stai arrivando alla fine del capitolo, anche se accettarlo è difficile”. Per queste ragioni arriva il ritiro, il primo. Gennaio 2019. Ma nemmeno il tempo dell’annuncio, lo shock del mondo, i tributi all’atleta, gli omaggi al tennista che arriva l’integrazione, il distinguo, il 'mi piacerebbe': “Vorrei salutare a Wimbledon”. Perché Wimbledon è un sogno obbligatorio, sempre. A volte una canzone straziante, una ballata languida e sconsolata che rappresenta ciò che del torneo spesso non si sopporta: la maestosità, e l'arroganza con gli ultimi arrivati o con i meno talentuosi. Ma Wimbledon resta una terra sacra, ben falciata e mantenuta, un sogno permanente la cui erba verde a volte rischia di accecare e far ammalare di nostalgia. Uno scozzese non può sfuggire a questo.
Ma non vi riesce: la condizione fisica, quella atletica, la classifica non glielo consentono. E allora vai con un'altra operazione chirurgica, ultimo ritrovato tecnologico. Andy ci prova, si sottomette. Ha ancora voglia. Torna in campo. Suda. Sbuffa. Soffre e resiste. Vince anche qualche partita. A New York gli danno una wild card, ma non supera il secondo turno. Wilander tuona contro di lui, Kyrgios insulta lo svedese. Il mondo si divide. Non era quello che immaginava questo scozzese. "Il tennis è bello, ma a tutto c'è un limite". Un altro Wimbledon sarebbe stato bello. Ma l'erba è troppo alta da saltare.