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Tennis, Medvedev lo 'sbriciolatore': oltre il talento ora c'è di più

Daniil Medvedev (afp)
Dietro alla crescita del russo, che ha vinto le Finals battendo i primi tre giocatori del mondo, c'è anche la igura del data analyst: ha capito che dietro ogni dato si nascondeva un'opportunità
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Forse è stato davvero merito dell'uomo dell'1%, se adesso Daniil Medvedev è diventato "lo sbriciolatore". Appena Medvedev capisce che l'altro ritrova intensità, riprende a sbatterlo da una parte all'altra. Il russo s'inocula come un veleno che fa effetto lentamente nelle certezze di chi gli sta davanti. E' un tennista che punta a frullare l'avversario, smontandolo pezzo per pezzo. Specie se gli entra la prima, il gioco gli riesce con una facilità a tratti disarmante. L'ha fatto con Nadal. Si è ripetuto con Thiem nella finale delle ultime Finals di Londra (dal 2021 a Torino). Insomma: dopo più di due ore Medvedev è sempre più lucido dell'altro, perché consuma meno.

Prima dell'estate dello scorso anno, i numeri della sua carriera erano soltanto numeri, le giocate soltanto giocate. E il talento un po' si disperdeva. Ossia non prendeva una strada, né una forma. Quasi non conveniva essere tanto bravi. Poi è approdato alla corte del russo, trapiantato da anni in Costa Azzurra, Fabrice Sbarro, il data analyst che, un giorno dopo l'altro e soprattutto un filmato dopo l'altro, schermo alla mano e mano sul cuore, con certosina maniacalità, ha cominciato a sfruttare i numeri. E' così che Medvedev ha scoperto, grazie a Sbarro, l'uomo dell'1%, che dietro ogni dato si nascondeva un'opportunità, che nulla era lì per caso e nulla lasciava andato al caso.

In un attimo quelle che fino ad un certo punto erano rimaste soltanto cifre, per quanto lusinghiere, sono diventati momenti (e movimenti) evolutivi. Il cambiamento è arrivato quando l'analisi del dato, la perseveranza, o se preferite la cocciutaggine, si sono fuse, quando la rapidità s'è combinata alla lentezza. Prendete quei suoi rovesci "mosci" sul dritto dell'avversario. Anche Wilander, in un suo programma accurato, come sempre, non ha potuto fare a meno di notare che quelle palle scariche sono tutto meno che invitanti, tutto meno che casuali. Sono un'aggressione mascherata da invito a nozze. Nemmeno Nadal, che pure è mancino, con quei rimbalzi da dover addomesticare col suo rovescio coperto, è riuscito a restare immune dagli errori. Quelle palle, che portano con sé una ben definita idea di tennis, sono una provocazione pura, che quando la forza diminuisce diventano lance nel costato. Quanti rovesci da caricare finiti a mezza rete, durante la semifinale, per il povero Rafa! E tutto perché dall'altra parte c'era un ragazzo che sembra sempre improvvisare, mentre tutto è ormai calcolato, studiato, persino previsto. A cominciare dal fatto che non sai mai che palla ti ritornerà.

Medvedev gioca più lontano di tutti, in una posizione scomodissima per comandare lo scambio. Ma succede l'esatto contrario. Ha una tale coordinazione e una tale energia da ribaltare ogni situazione, anche la più negativa, anche se ha i piedi attaccati a quelli dei raccattapalle. La verità è che lui è un ladro gentiluomo, uno che negli ultimi due anni ha sconfitto il suo principale nemico: sé stesso. Prima era nervoso e pagava dazio alla propria instabilità emotiva. Quando incontrò e perse con Thiem da giovanissimo, l'austriaco, che ha tre anni più di lui, gli disse: "Per me puoi diventare uno dei più forti di tutti". Non si sbagliava. Per diventare il nuovo "maestro", Medvedev ha dovuto battere in sequenza il n. 1, il n. 2 e il n. 3 del mondo. Senza mai snaturarsi. Anche perché non è facile capire di quale natura sia fatto.

Dicevamo: è un ladro. Si potrebbe dire che, grazie anche all'attenzione quasi maniacale del suo coach francese Gilles Cervara, abbia rubato la capacità di rivoltare lo scambio, da difensivo a offensivo, da protezione a punto, a Djokovic. Che abbia rubato la pazienza al suo connazionale Davydenko. Che abbia imparato da Federer o da qualche francese d'annata l'uso intensivo del back di rovescio o da Roberta Vinci (la finale con Thiem è stato spesso un filmato d'altri tempi...). Che abbia fatto tesoro dei connazionali che lo hanno preceduto, strappando suggerimenti e ripetendo gesti da ognuno di loro (da Kafelnikov a Safin), contribuendo a creare un movimento cruciale per il tennis moderno (con Rublev, Khachanov e poi non dimentichiamoci delle origini russe di Shapovalov e Zverev).

Che abbia aderito per forza di cose  alla logica del tennis dei ragazzi alti quasi due metri perché gli mancano soltanto due centimetri per essere alto due metri: ma pur essendo uno spilungone si flette come una canna di bambù, soprattutto quando deve effettuare dritti lungolinea (o anche incrociati) in corsa, trovando equilibri sconosciuti alla fisica tradizionale. E sempre a Djokovic fa pensare quando le torsioni sono tali da ipotizzare una diversa struttura molecolare delle sue giunture. Lui non festeggia. E' una cosa di cui va fiero: "Credo di essere il primo tennista ad aver scelto questa strada di compostezza". Forse c'è, in questa sua soluzione, un misto di fragilità e di presunzione. Ma è anche un modo per dimostrare di aver metabolizzato quelle tante volte che si è dovuto misurare con dei pubblici avversi (anche questo lo condivide con Djokovic). Il servizio è stato "vivisezionato". Ora la sua prima palla spacca, come il suo gioco imprevedibile. Prima invece era famoso per spaccare le racchette. Ora per batterlo è necessario che dall'altra parte tutto torni. E nel tennis accade raramente.

Ai piani alti c'è confusione: mai i primi quattro (nell'ordine Djokovic, Nadal, Thiem e Medvedev) sono stati tanto vicini per qualità, idee, capacità di trasformazione della "pensata" in campo. Ma certo Medvedev, dopo quel suo mirabile 2019, in cui sembrava inarrestabile, sino alla finale dello Us Open contro Nadal, che spinse comunque al quinto set dopo aver perso i primi due, ha più margini. Soprattutto sa che le sue fantasie di miglioramento sono maledettamente reali. Quando giochi contro lui, non sai mai cosa aspettarti, cosa arriverà e dove. Pare naif. Già, pare.
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