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Wimbledon: Berrettini resta umano, Djokovic imbattibile. Ma il futuro è azzurro

Matteo Berrettini con il piatto del finalista sconfitto (ansa)

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Nella prima storica finale ai Championship di un italiano il tennista romano vince il primo set e poi si arrende a Nole, al terzo titolo di fila."Sono deluso perché non ho giocato al meglio, ma ora so che posso vincere il titolo"
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LONDRA. È che a un certo punto ti svegliano, anche se non lo vuoi. A Matteo Berrettini hanno dato un maledetto pizzicotto, lo hanno ridestato di soprassalto, e lui s'è ritrovato con qualcosa che non voleva: un piatto d'argento invece di una coppa, a Wimbledon. Davanti a nobili di sangue blu, al mondo che guarda in diretta tv.

Ha vinto Djokovic, che corre per la storia. Matteo invece cercava l'estate, un pomeriggio tutto azzurro. Purtroppo è stato picchiettato. Come si fa sul vetro, il serbo con il suo dai e dai ha prodotto una serie di piccole incrinature che hanno portato il nostro tennista a sbriciolarsi. Dopo quattro set (6-7, 6-4, 6-4, 6-3) e quasi tre ore e mezza di gioco. Dopo quel primo set strappato da Berrettini (era 2-5) che aveva illuso.

LONDRA. È che a un certo punto ti svegliano, anche se non lo vuoi. A Matteo Berrettini hanno dato un maledetto pizzicotto, lo hanno ridestato di soprassalto, e lui s'è ritrovato con qualcosa che non voleva: un piatto d'argento invece di una coppa, a Wimbledon. Davanti a nobili di sangue blu, al mondo che guarda in diretta tv.

Ha vinto Djokovic, che corre per la storia. Matteo invece cercava l'estate, un pomeriggio tutto azzurro. Purtroppo è stato picchiettato. Come si fa sul vetro, il serbo con il suo dai e dai ha prodotto una serie di piccole incrinature che hanno portato il nostro tennista a sbriciolarsi. Dopo quattro set (6-7, 6-4, 6-4, 6-3) e quasi tre ore e mezza di gioco. Dopo quel primo set strappato da Berrettini (era 2-5) che aveva illuso.

Peccato, ma cosa importa? Un giorno così, questo Wimbledon 2021, lo ricorderemo come una luce abbagliante e il sorriso - certo, anche amaro - di Matteo resisterà alla storia. E i colpi del serbo - che volavano atterrando sulle righe come avessero una vita propria, guidati da correnti gravitazionali - sbiadiranno nella memoria collettiva. Resterà il ricordo del primo italiano che si è battuto per la corona sull'erba, non certo le statistiche sulle percentuali delle prime palle oppure gli errori non forzati, o le palle break non sfruttate.

La vita, alla fine, è plasmata dalle emozioni, esattamente quelle che ha trasmesso in queste due settimane questo ragazzo. Una dote inestimabile, senza prezzo, un regalo al tennis per i posteri, per i ragazzini che oggi hanno sentito parlare di questa impresa, e magari in casa si immagineranno sul Centrale di un torneo dello Slam. Ma, oggi, ecco la lucidità, fuori dal comune di Matteo. "Sono deluso anche perché non ho giocato al mio meglio. Ma so una cosa però: posso vincere questo titolo. Non sono sicuro di farcela, ma so che posso farcela. Ecco cosa farò nelle prossime settimane, nei prossimi mesi e anni: cercherò di sollevare il trofeo".

Così si fa. Così parla un leader. Oggi Matteo Berrettini andrà dal presidente Mattarella, e porterà con sé la fierezza di aver meravigliato l'Italia. Un sentimento, la meraviglia, che è l'unica reazione possibile quando mancano le parole. Le emozioni sono tante, troppe. Irresistibili. E sgorgano le lacrime. "I pensieri stanno uscendo fuori adesso, ma devo fare ancora chiarezza. Non so, il ricordo che mi tengo è che alla fine del primo set urlavo e non mi sentivo, tanto era il tifo della gente. So che sono sulla strada giusta, che queste sono le partite che mi servono. Mi sono reso conto di come Djokovic riesca a studiare il gioco altrui nella partita. Io devo prendere questo, ispirarmi a lui per migliorare, come lui ha fatto avendo contro Federer e Nadal in tutti questi anni. Potrei dire che sono stanco, il corpo mi chiede riposo. Lo farò per qualche giorno, ma non è ancora il momento. Ci sono le Olimpiadi. Ci tengo, punto a una medaglia, posso provarci".

Il risveglio può essere stato brusco ma non è stato un sogno, caro Matteo, come avrebbe scritto il signor H.G. Wells in uno dei suoi capolavori: "È una realtà abbastanza plausibile: aspetta fino a domani. Aspetta il buonsenso del mattino". Hai soltanto venticinque anni: il futuro è una cosa che ti appartiene. Hai detto: "Questo non è una fine. È un inizio".