Naomi Osaka torna a casa: "Voglio restituire a New York la gioia della mia infanzia"
di Alyson Krueger , di Alyson KruegerNEW YORK - Pochi giorni prima di scendere in campo nell'Arthur Ashe Stadium di Flushing nel Queens, per la sua prima partita del torneo 2021, Naomi Osaka - campionessa in carica agli Us Open, quattro Slam vinti in carriera - ha fatto tappa in un semplice parco pubblico di Jamaica, un'area sempre nel Queens. Nel 'Detective Keith L. Williams Park', l'attuale numero 3 della classifica Wta ha preso parte all'inaugurazione di cinque campi da tennis appena rimodernati, con reti e superfici nuove, circondati da graffiti e simboli dipinti di fresco. Grazie a un finanziamento di Bodyarmor, azienda di bibite per lo sport con sede a Whitestone nel Queens, la 23enne giapponese ha prestato assistenza come consulente creativa e competente per il rifacimento dei campi da tennis.
Dopo tutto, si tratta di qualcosa che la riguarda in prima persona. Di padre haitiano e madre giapponese, Naomi aveva tre anni quando la sua famiglia lasciò la città di Osaka in Giappon…
NEW YORK - Pochi giorni prima di scendere in campo nell'Arthur Ashe Stadium di Flushing nel Queens, per la sua prima partita del torneo 2021, Naomi Osaka - campionessa in carica agli Us Open, quattro Slam vinti in carriera - ha fatto tappa in un semplice parco pubblico di Jamaica, un'area sempre nel Queens. Nel 'Detective Keith L. Williams Park', l'attuale numero 3 della classifica Wta ha preso parte all'inaugurazione di cinque campi da tennis appena rimodernati, con reti e superfici nuove, circondati da graffiti e simboli dipinti di fresco. Grazie a un finanziamento di Bodyarmor, azienda di bibite per lo sport con sede a Whitestone nel Queens, la 23enne giapponese ha prestato assistenza come consulente creativa e competente per il rifacimento dei campi da tennis.
Dopo tutto, si tratta di qualcosa che la riguarda in prima persona. Di padre haitiano e madre giapponese, Naomi aveva tre anni quando la sua famiglia lasciò la città di Osaka in Giappone (Paese che lei rappresenta quando gareggia) per trasferirsi a Elmont, una frazione di Long Island alla periferia del Queens. Ben presto il padre ha iniziato ad accompagnarla insieme alla sorella Mari ad allenarsi sui campi da tennis del Queens, aperti a tutti senza discriminazioni. Lì le due sorelle hanno imparato a giocare a tennis. E, a partire da lì, nel 2019 Naomi sarebbe diventata la tennista numero uno al mondo.
"Da atleta sempre in viaggio, nel Queens e su questi campi mi sento davvero a casa" ha detto Naomi, che ha giocato a tennis nella zona di Jamaica fino all'età di otto anni, quando la sua famiglia ha deciso di trasferirsi a Pembroke Pines, in Florida. "Da piccole, Mari e io abbiamo trascorso così tanto tempo a giocare e ad allenarci su questi campi che ci sentiamo in connessione profonda non soltanto con loro, ma con tutto il quartiere e la comunità circostante". Prima che Naomi Osaka si presentasse in un campo da tennis nel Queens, nello stadio o nel parco pubblico, il "New York Times" l'ha contattata per posta elettronica per rivolgerle alcune domande. Quelli che seguono sono alcuni brani tratti dall'intervista.
Come mai ha iniziato a giocare a tennis a Jamaica?
"Era troppo dispendioso allenarci e giocare nei club al coperto o in qualsiasi altro circolo tennistico, soprattutto se si tiene conto di quante ore mia sorella e io restavamo a giocare. Così, i miei genitori hanno iniziato a portarmi a Jamaica, l'unica opzione veramente accessibile".
Che cosa le ricordano quei campi da tennis?
"Era mio padre ad allenarci. Perlopiù, Mari e io ci esercitavamo, ma ricordo di aver disputato vere partite contro giocatori che frequentavano quel posto, uomini di età compresa tra i 30 e i 50 anni. Poiché eravamo lì molto spesso, ci conoscevano tutti e ci sentivamo parte della comunità. All'inizio, quando ho iniziato a giocare, ricordo che alcuni si divertivano a sconfiggerci. Crescendo, però, ho imparato a lottare con tutte le mie forze. Ricordo un tennista alto e allampanato: lo sconfissi così tante volte che mio padre mi dette alcune regole da seguire, per esempio rimandargli la palla vicino, così che non dovesse correre troppo, oppure fare in modo da non metterlo in svantaggio per 0 a 30 ogni singolo set".
Ha altri ricordi della New York di allora?
"Nel fine settimana mia madre ci portava a Chinatown e lì acquistavamo lo scallion bread, il tipico pane allo scalogno, caldo e soffice. Non ricordo in quale negozio lo comprassimo, ma di certo è il mio cibo preferito e ogni volta che penso a New York mi ritorna in mente".
Può essere difficile trovare un campo da tennis accessibile in città. Molti costano troppo o hanno lunghe liste d'attesa. Come le piacerebbe che funzionassero quei campi?
"Mi piacerebbe che su questi campi giocassero persone di questa comunità, e non mi riferisco obbligatoriamente a chi non ha i mezzi per pagare l'iscrizione a un circolo di tennis. Parlo di persone che hanno voglia di provare a dare qualche colpo con la racchetta per puro divertimento, oppure di bambini che hanno un sogno da inseguire e cercano di realizzarlo. Quando eravamo piccole siamo state allontanate più volte dai campi da tennis, perché restavamo a giocarci troppo a lungo o non pagavamo abbastanza. Spero che in questi campi lasceranno giocare la gente a tennis in base al principio del 'chi prima arriva meglio alloggia'".
Quando ha rimodernato i campi, ha deciso di lasciare alcuni simboli particolari. Ci racconta che cosa significano?
"Non soltanto volevo creare un campo da tennis bello, con il quale fosse facile per i ragazzi instaurare un rapporto e provare il desiderio spontaneo di giocarci, ma volevo anche lasciarmi dietro un messaggio che mi auguro possa ispirare tutta la comunità, in particolare i bambini. Mari è un'artista bravissima e mi ha aiutato con un murale nel quale confluiscono molte cose del nostro vissuto personale, ma anche posti e simboli significativi. Quando si entra in campo, si è accolti da un cartello di benvenuto scritto in inglese, haitiano e giapponese che rappresenta le nostre origini. Anche la musica è una componente di rilievo nella mia vita: ascoltarla rientra nel mio rituale prima di disputare una partita, e quindi ai margini dei campi abbiamo fatto dipingere delle note musicali. A un'estremità compare un trofeo, a ricordo della mia carriera e per ispirare gli altri a perseguire i loro obiettivi. Fuori dal campo da tennis, la pace è importante e conta molto per me, quindi c'è anche il simbolo della pace. Se i colori che abbiamo usato per il campo sono vivaci, quelli dei simboli sono in tinte più tenui e rilassanti. Mi piacciono in particolare le sfumature del blu e del viola".
Sarebbe interessata a curare la realizzazione di altri campi da tennis e a seguire programmi in altri quartieri poco serviti nel Paese?
"Con la mia fondazione, la Play Academy, sto già lavorando a parecchi progetti simili. Vogliamo offrire alle bambine e alle ragazze l'opportunità di fare esperienze positive giocando e praticando sport negli Stati Uniti, in Giappone e a Haiti. I miei genitori hanno fatto costruire un campo da tennis presso una scuola di Jacmel, a Haiti. La famiglia di mio padre vive ancora lì, non molto distante dalla capitale, e la scelta è stata quanto mai appropriata. In definitiva, spero che tutti rammentino sempre che il tennis è un gioco e deve essere divertente".
Traduzione di Anna Bissanti
© 2021, The New York Times