La passione di Nole e il fascino sottile dell'imperfezione
di Gabriele Romagnoli , di Gabriele RomagnoliE alla fine, imprevedibilmente, davanti al pubblico di New York, Nole Djokovic compose la sua Turandot e conquistò i loggionisti che mai l'avevano amato. La perfezione è un cerchio chiuso, ma c'è un fascino irresistibile in quel minuscolo vuoto che non lo porta a compimento. Lì, più che nella sequenza ininterrotta, si adagia il fattore umano, il superman si spoglia e si fa riconoscere. Sorpresa: è uno di noi. Poi ricomincerà a vincere, ma il gioco, la partita e più di ogni altra cosa l'incontro, saranno stati fatti. Giacomo Puccini non finì mai di musicare la Turandot. Arturo Toscanini diresse la prima rappresentazione e la interruppe a metà del terzo atto annunciando: "Qui termina, perché a questo punto il maestro è morto". Sul palco moriva invece Liù, suicida per non tradire l'amato.
E alla fine, imprevedibilmente, davanti al pubblico di New York, Nole Djokovic compose la sua Turandot e conquistò i loggionisti che mai l'avevano amato. La perfezione è un cerchio chiuso, ma c'è un fascino irresistibile in quel minuscolo vuoto che non lo porta a compimento. Lì, più che nella sequenza ininterrotta, si adagia il fattore umano, il superman si spoglia e si fa riconoscere. Sorpresa: è uno di noi. Poi ricomincerà a vincere, ma il gioco, la partita e più di ogni altra cosa l'incontro, saranno stati fatti. Giacomo Puccini non finì mai di musicare la Turandot. Arturo Toscanini diresse la prima rappresentazione e la interruppe a metà del terzo atto annunciando: "Qui termina, perché a questo punto il maestro è morto". Sul palco moriva invece Liù, suicida per non tradire l'amato.
Secondo una teoria romantica, che non tiene conto dei successivi abbozzi di partitura, la vera intenzione dell'autore era di chiudere in tragedia, senza assecondare il libretto che proseguiva verso il lieto fine, il trionfo dell'amore, la chiusura del cerchio, appunto. Il romanticismo anela all'irraggiungibile, costruisce mete fuori d'ogni portata e s'arresta nella loro contemplazione, struggendosi di nostalgia per quel che non è stato, celebrando il limite esistenziale. E dunque l'insospettabile Nole si è fabbricato un percorso da eroe romantico.
Ha cominciato all'ombra di due grandi che oscuravano ogni scena. Federer e Nadal si prendevano i ruoli chiave, impersonavano la fantasia e la forza, il classico e il moderno, il principe e il povero. Ogni sport, ogni epica consente una diarchia, ma tertium non datur. Divide equamente il tifo, i capitoli del racconto, il bottino. Nell'ombra, Djokovic ha accumulato fredda statistica: risultati e tempo a favore. Ha atteso il suo momento, il tramonto degli dei, il varco per il sorpasso definitivo. La pecca era che a renderlo possibile fosse il rallentamento degli altri e non il suo scatto, che non ci fosse consacrazione. Per questo occorreva un feticcio, il sacro Graal: il Grande Slam. Esattamente come il Graal, non esiste: è una convenzione, anelli infilati l'uno nell'altro anziché posseduti separatamente. Eppure quella successione era la prova, decretava il fregio altrettanto feticistico di "più grande di tutti i tempi" (quello, per intenderci, che ancora fa impazzire Messi e Ronaldo, oscurando Neymar, in attesa che arrivi a spazzarli un Haaland qualsiasi).
Dal tunnel della pandemia, con comportamenti spesso incomprensibili, ma con un tennis che appariva invincibile, è sbucato Djokovic con tre quarti del lavoro fatto e la strada spianata per completarlo. Non c'era più nessuno davanti a lui, nessuno al suo fianco. È dietro che avrebbe dovuto guardare, ma non era abituato. È sempre il tempo a fregarti: quando sembra arrivato il tuo, in un pomeriggio sfolgorante, ecco che arrivano i figli dell'alba. Djokovic mirava al sole nel tramonto della sua generazione ed è rimasto accecato da un raggio di novità, lungo un metro e novantotto, impronunciabile e violento: Mevdevev. E se riproverà ci sarà Zverev. O Tsitsipas. O altri che non concedano nulla ai predecessori o agli anagrammi.
Per questo sul campo senza miracoli, mentre gli sfuggiva il trionfo, ha trovato la passione del pubblico. Ci si riconosce in quel momento traumatico e fanciullesco quando il castello di carte è arrivato a un'altezza mai raggiunta e un due di picche lo fa crollare. L'America poi ha nel cuore uno sport, il baseball, che costruisce il più grande castello di sabbia in riva al mare (dopo l'amore per Ivano Fossati): basi piene, eliminato al piatto, tutto azzerato, tutto da rifare. La perfezione è la prosa dei gesti. Turandot incompiuta termina con la parola: "Poesia!".