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Federico Buffa: "La Davis del '76. I gesti bianchi si fecero rossi a casa di Pinochet"

Paolo Bertolucci e Adriano Panatto in maglia rossa durante il doppio della finale a Santiago del Cile 
Il giornalista e scrittore su Sky in due puntate (da venerdì 12) con la storia del trionfo di Panatta e compagni a Santiago, un evento controverso tra sport e politica che fece tanto discutere. "Il Paese era spaccato, andare o no a giocare a casa del dittatore Pinochet? È bello ritornare con la memoria a eventi così lontani"
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TORINO. C'è questo stadio del tennis scavato nella terra e nel tempo, i mattoni rossi in stile anni Quaranta. Circolo dello Sporting: qui si allenano i campioni delle Nitto Atp Finals che cominciano domenica, gli otto migliori al mondo. Un uomo in dolcevita nera, scarpe di vernice dello stesso colore, cappotto scuro e zainetto è venuto a raccontare una remota avventura di sport e politica, "società e costume", come si diceva una volta: la finale di Coppa Davis del 1976 che Panatta e i suoi fratelli vinsero in Cile tra mille polemiche, tre anni dopo il golpe di Pinochet. Quest'uomo è Federico Buffa.

Raccontare, raccontare. Storytelling è una parola orrenda, non trova?
"Non bellissima. Lo vedo come un derby tra Homo Sapiens e Neanderthal: ha vinto il primo 3-0, merito dell'immaginazione. Narrare e ascoltare ci permettono di considerarci vivi".

Le storie di sport lo sembrerebbero più che mai, persino quelle …

TORINO. C'è questo stadio del tennis scavato nella terra e nel tempo, i mattoni rossi in stile anni Quaranta. Circolo dello Sporting: qui si allenano i campioni delle Nitto Atp Finals che cominciano domenica, gli otto migliori al mondo. Un uomo in dolcevita nera, scarpe di vernice dello stesso colore, cappotto scuro e zainetto è venuto a raccontare una remota avventura di sport e politica, "società e costume", come si diceva una volta: la finale di Coppa Davis del 1976 che Panatta e i suoi fratelli vinsero in Cile tra mille polemiche, tre anni dopo il golpe di Pinochet. Quest'uomo è Federico Buffa.

Raccontare, raccontare. Storytelling è una parola orrenda, non trova?
"Non bellissima. Lo vedo come un derby tra Homo Sapiens e Neanderthal: ha vinto il primo 3-0, merito dell'immaginazione. Narrare e ascoltare ci permettono di considerarci vivi".

Le storie di sport lo sembrerebbero più che mai, persino quelle lontane e quasi dimenticate.
"Ero uno sbarbatello di quarta ginnasio al Manzoni di Milano. 'Per una settimana non si fa lezione!' decisero i più grandi, i liceali. Ottobre 1973: 'C'è appena stato il golpe in Cile', ripetevano quelli. Il cosa?, pensavo io. La parola stessa - golpe -  era sconosciuta. Ma quell'evento divenne per me un'ossessione".

Il 1976, l'anno del terremoto in Friuli.
E dei 21 morti per terrorismo. L'Italia viveva la settima reincarnazione del governo Andreotti, alla Farnesina c'era Forlani. Ampio e articolato dibattito nel Paese: andare in Cile a casa del dittatore per giocare a tennis, oppure no? Il Coni era per il sì, ma se ne lavò le mani perché allora il tennis non era disciplina olimpica. Berlinguer voleva andare, Craxi no. Il Pci temeva che un nostro rifiuto avrebbe reso più facile la posizione voluta dai golpisti: loro, contro il resto del mondo. I nostri giocatori sapevano di vincere, temevano una lunga squalifica e alla fine si andò. Titolo di Repubblica: Ha vinto Pinochet".

Squadra molto interessante, quella azzurra.
"La sporca mezza dozzina: quattro giocatori più Pietrangeli e Belardinelli. Il tennis è uno sport di uomini soli, ma la Davis è il contrario del tennis perché si gioca a squadre. La nostra era spaccata, Panatta stava con Bertolucci, e Barazzutti con Zugarelli, anche politicamente. Il più stimolante, di certo Zugarelli. Crebbe poverissimo in una casa di lamiera. Il padre, muratore disoccupato, costruiva trappole per passerotti per sfamare la famiglia".

In America ci avrebbero fatto almeno una miniserie tivù.
"Eccome! Solo da noi non succede, forse perché molti atleti di oggi non hanno più storie forti, è un'epica diversa. Penso a Berrettini, a Tamberi: dal punto di vista della narrazione, campioni normali. Adriano Panatta era figlio di Ascenzio, il custode del club dei Parioli, e infatti Pietrangeli lo chiamava Ascenzietto".

In Cile, i "gesti bianchi" si colorarono del rosso di una maglietta, la nostra, nella finale del doppio.
"Bertolucci non voleva, Panatta che era più a sinistra invece sì. Ma il quarto set lo giocarono di nuovo in azzurro. Di quel rosso si parlò molto in seguito, non allora. Mi disse Panatta: 'Se ne saranno accorti? Se no, è grave. Se sì, e non c'è stata reazione, è pure peggio'. Fu il regista Calopresti a sdoganare la cosa, parecchi anni più tardi. Ma vorrei dire dei gesti bianchi".

Forse la più bella definizione del tennis di sempre: appartiene a Gianni Clerici.
"Lo scriba è il convitato di pietra di queste mie due puntate. Scrittore sublime, tutto 'in levare'. A Santiago rimase chiuso in un postribolo alle due di notte. L'Olivetti Lettera 22 faceva quel bel rumore musicale, le sale stampa erano un auditorium".

La usavano tutti, e alla fine soltanto Mura.
"Le parole possedevano un suono: il corpo del gesto meccanico. Scrivere come esercizio fisico, picchiando su tasti che non di rado di sfasciavano".

Perché dedicare ancora attenzione a quella romantica preistoria? Adesso, nel flusso del "digital first"?
"In questo, Sky è coraggiosa. Cerca i contenuti, non solo gli ascolti facili. A parte che la narrazione popolare piace sempre molto, e sinceramente fatico a spiegarmelo: è tutto così lontano. Forse dipende dal fatto che genitori e figli guardano insieme la tivù, e i più giovani capiscono che certe cose sono accadute davvero. Come per la maglietta di Di Biagio in mano a Cristiano Ronaldo".

Anche quello, a suo modo, un romanzo generazionale.
"Di Biagio mi disse che un giovanissimo Ronaldo gli aveva chiesto la maglietta dopo un Inter-Sporting Lisbona in Coppa dei Campioni. Lo raccontò al figlio che gli rispose "Siii, figurati, lui che domanda la maglia a te..." Quando la storia passò in tivù, divenne vera anche per il ragazzo".

Però non crede, Federico, che la forza dello sport sia superiore a ogni riproduzione artistica? Neppure Brera, che era il più grande di tutti, seppe scrivere il grande romanzo sportivo, a parte le prime cinquanta pagine di Coppi e il diavolo.
"Nessun dubbio che il gesto atletico prevalga su qualunque fiction. Diverso il racconto giornalistico che rievoca e collega, sprigionando scintille dal fondo della caverna. Il mestiere di un bastardo privilegiato come me, che qualcuno paga per narrare storie in una telecamera e a teatro".

Si direbbe che anche questo stadio del tennis sia pieno di fantasmi.
"Ne vedo dappertutto. E ne ho trovati pure in Cile, andando alle origini della vicenda: un paese ancora lacerato e fascinosissimo. A me piace tutto. Anche riguardarmi le tribune televisive dove si discuteva di quella Davis, mi colpisce il linguaggio forbito e colto dei politici di allora, come articolavano ogni argomentazione. E c'erano giornalisti giganteschi come Arrigo Petacco".

Il tennis resta un buon argomento?
"Inventato dagli inglesi su una parola francese e lanciato dagli americani, possiede una sacralità intoccabile. Volendo, lo giocano i settantenni, quasi da fermi, eppure può essere feroce e sanguinario. E c'è un filo teso che va dai Finzi Contini a Panatta".

Certo, non è l'amato basket.
"Ah, quello mi ha rapito e non mi ha mai più rilasciato. Come diceva Aldo Giordani, è atletismo giocato. Nel basket non puoi accettare l'idea di casualità, a differenza del calcio, e il primo fondamentale tecnico è il passaggio: una visione dell'universo. Un gioco di squadra assoluto, dove il lupo è la forza del branco e il branco è la forza del lupo. Questa è di Hermann Hesse, tuttavia escluderei che pensasse alla pallacanestro".