Australian Open: Sinner e Berrettini, quarti di nobiltà
di Paolo Rossi , di Paolo RossiROMA. Non era una coccinella, ma anche le farfalle portano bene, dicono. E quella farfallina australiana che, ostinata, s'è posata sul cappellino sudato di Jannik Sinner a fine match sul Centrale degli Australian Open, è per certi versi da interpretare come un simbolo della crescita pazza, impetuosa e meravigliosa del tennis italiano. Quasi cinquant'anni dopo quel Roland Garros 1973 che vide nei quarti di finale Adriano Panatta e Paolo Bertolucci, ecco che si manifestano altri due cavalieri: Jannik Sinner che segue a ruota Matteo Berrettini (il quale stamattina alle 11 si gioca l'ingresso in semifinale contro il francese Monfils).
È una corsa a due per prendersi i cuori degli italiani? Può darsi, ma non sperate di vederli litigare. Non accadrà neppure sotto tortura. "Io contro Matteo? Non lo so, non abbiamo mai giocato. Spero che accada tante volte. Ma io sto bene con lui, con il suo entourage. Ho potuto conoscerlo bene durante l…
ROMA. Non era una coccinella, ma anche le farfalle portano bene, dicono. E quella farfallina australiana che, ostinata, s'è posata sul cappellino sudato di Jannik Sinner a fine match sul Centrale degli Australian Open, è per certi versi da interpretare come un simbolo della crescita pazza, impetuosa e meravigliosa del tennis italiano. Quasi cinquant'anni dopo quel Roland Garros 1973 che vide nei quarti di finale Adriano Panatta e Paolo Bertolucci, ecco che si manifestano altri due cavalieri: Jannik Sinner che segue a ruota Matteo Berrettini (il quale stamattina alle 11 si gioca l'ingresso in semifinale contro il francese Monfils).
È una corsa a due per prendersi i cuori degli italiani? Può darsi, ma non sperate di vederli litigare. Non accadrà neppure sotto tortura. "Io contro Matteo? Non lo so, non abbiamo mai giocato. Spero che accada tante volte. Ma io sto bene con lui, con il suo entourage. Ho potuto conoscerlo bene durante l'Atp Cup e ho visto come sia una persona umile dalla quale io posso imparare molto. Un ragazzo normale, e qui nel tennis più sei normale e meglio è". Su quest'ultima affermazione si aprirebbe un cratere da approfondire, considerato che quando parla, Janniskin, non lo fa mai a vanvera.
Per esempio, è inutile cercare di stanarlo per sapere qualcosa di più del prossimo coach/consulente/assistente/collaboratore o quello che sarà. L'indiziato è McEnroe. "Scusa Jannik, non vogliamo sapere il nome, ma cosa pensavi di migliorare quando lo avete scelto?". E lui, che non cade nella trappola: "No, te lo dico quando il nome viene fuori, così neanche ci entro in questa cosa".
Avrà anche soltanto vent'anni, ma ha ragione lui: Jannik Sinner è cresciuto molto in questi mesi e lo confermano i fatti e le parole. Ha capito come funziona il sistema, è finita la fase delle prime volte. Ha fatto i compiti a casa. Se Berrettini ha scritto la storia con una presenza in tutti gli Slam almeno nei quarti di finale beh, lui è a metà dell'opera: dopo il Roland Garros, gli Australian Open. C'è tempo per pensare a Wimbledon e Us Open, domani avrà uno Tsitsipas da domare, e tutto è possibile.
Ma le cose non avvengono per caso: ieri, contro l'australiano De Minaur, quello che le prese a Milano nella finale Next Gen che lanciò l'altoatesino, si è visto un Sinner formato attaccante, a tratti: discese a rete, con tocchi anche pregevoli. Questo è il frutto del cambiamento certosino e quotidiano di Riccardo Piatti, che lo ha "costretto" a giocare i doppi esattamente per una specifica ragione: conoscere un'altra metà del campo, abituarcisi e domarla. Giorno dopo giorno, match dopo match, ecco che Sinner affianca Berrettini in doppio e non è un caso se anche nel clan del romano sono contenti della frequentazione. "Ci si spinge a vicenda, ma è bello stare con chi ti piace. Poi, certo, vuoi vincere e battere chiunque. E comunque ci sono anche altri ragazzi che stanno facendo bene e con i quali io ho un ottimo rapporto" conclude da perfetto cerchiobottista il ragazzo che scese da San Candido.
Sui social gli scenari impazzano, essendo Sinner e Berrettini dalle parti opposte del tabellone. I bookmaker cominciano a considerare le quote aspettando l'esito dei quarti. Questa ipotetica finale italiana di uno Slam, che sarebbe una specie di tsunami nel tennis mondiale (ma in fondo, perché frenarci? Non aspettiamo il nuovo Panatta da più di 40 anni?), è molto in là da venire. Però forse, per una volta Piatti ha torto: Sinner non ha più bisogno di giocare 150 match per essere una star.