Berrettini e quel peccato di impazienza
di Paolo Condò , di Paolo CondòSe è vero che l’anima pesa 21 grammi, Matteo Berrettini arriva al dunque con lo spirito un po’ affaticato: 23 sono i punti consecutivi sul suo servizio che improvvisamente si interrompono, 23 i colpi dello scambio che gli permette di sopravvivere al primo match-point (travestito da palla-break, ma lo riconoscono tutti). Di lì a poco Rafa Nadal, al culmine di una prestazione immensa, coglierà il secondo per poi chiudere a braccia alzate. Ma è la repentina pesantezza dell’anima di Matteo a risolvere il rebus, che da trasparente che sembrava nei primi due set s’era ingarbugliato non poco, per poi girare ancora nel settimo game del quarto set. È quello, l’attimo fuggito a Berrettini. Il quarto punto, ad aumentare il dettaglio del microscopio puntato sul match. Un dritto lungolinea che finisce in rete sul 15-30 servizio Nadal, un peccato di impazienza che Matteo sottolinea rivolgendosi a Vincenzo Santopadre, suo coach e mento…
Se è vero che l’anima pesa 21 grammi, Matteo Berrettini arriva al dunque con lo spirito un po’ affaticato: 23 sono i punti consecutivi sul suo servizio che improvvisamente si interrompono, 23 i colpi dello scambio che gli permette di sopravvivere al primo match-point (travestito da palla-break, ma lo riconoscono tutti). Di lì a poco Rafa Nadal, al culmine di una prestazione immensa, coglierà il secondo per poi chiudere a braccia alzate. Ma è la repentina pesantezza dell’anima di Matteo a risolvere il rebus, che da trasparente che sembrava nei primi due set s’era ingarbugliato non poco, per poi girare ancora nel settimo game del quarto set. È quello, l’attimo fuggito a Berrettini. Il quarto punto, ad aumentare il dettaglio del microscopio puntato sul match. Un dritto lungolinea che finisce in rete sul 15-30 servizio Nadal, un peccato di impazienza che Matteo sottolinea rivolgendosi a Vincenzo Santopadre, suo coach e mentore, con una domanda gridata: “Giusto?”. Era giusto rischiare quel colpo, o avrebbe dovuto aspettare un’occasione migliore?
Preso a pallate per due set dal formidabile spagnolo, implacabile sui punti deboli dell’avversario come nei giorni migliori, Berrettini aveva rivolto decine di sguardi interrogativi al suo allenatore in uno straziante scambio di impotenze: Matteo subiva in campo (6-3 6-2 i primi due set) e Vincenzo, che non aveva risposte a una crisi in larga parte indotta dalla perfezione tattica di Nadal, si masticava l’anima come la madre che nulla può davanti all’improvviso mal di denti del bambino. Poi, all’ennesimo colpo contro un muro che pareva inscalfibile, è caduto un primo calcinaccio. Poi un secondo. E un terzo. E al primo break la sensazione che qualcosa in Nadal si stesse sgretolando è stata impetuosa. Allora Vincenzo ha rimarcato un portentoso dritto sulla linea del suo pupillo col gesto che si riserva alle giocate di gran qualità, e per una ventina di minuti è stato tutto un caricarsi a vicenda fra allievo e maestro, col servizio che fluiva e lo spagnolo che si rifugiava negli angoli più lontani del campo per guadagnare ai suoi colpi un po’ di tempo in più. È durato poco, ma è stato un attimo fuggente di suprema intensità e bellezza. Un attimo fuggito su quel “giusto?” al quale Santopadre probabilmente ha risposto sì - la telecamera non l’ha inquadrato - nel tentativo di non spezzare il flusso di entusiasmo di Matteo, ma consapevole che la risposta esatta era un no, come Nadal di lì a poco avrebbe certificato. Giocare contro un simile fuoriclasse equivale a camminare su una corda tesa tra due grattacieli: 21 grammi sono l’equilibrio perfetto, a 23 pendi impercettibilmente da una parte, e cadi.