Nadal e quel game che ha cambiato la partita: dalla sconfitta (quasi) sicura al trionfo
di Paolo Condò , di Paolo CondòL'attimo fuggente di questa storica finale è lungo in realtà un game, il sesto del terzo set. Dopo aver perso i primi due set, il secondo malgrado un break di vantaggio, Rafa Nadal si trova sotto 2-3 e 0-40 sul suo servizio. Difficile dire cosa abbia pensato in quel momento, ma a voler scrivere la sceneggiatura di questa partita, di questo torneo, della sua intera carriera, non si va lontani dal famoso monologo di Al Pacino in Ogni maledetta domenica, il discorso che l'allenatore rivolge alla squadra di football quasi sconfitta: "Siamo all'inferno signori, e ora possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi, oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell'inferno un centimetro alla volta". Ecco, un centimetro alla volta. Un colpo alla volta. Precipitato in fondo al pozzo, con tutto il mondo pronto all'abbraccio mortale del "bravo lo stesso" per l'ormai ragguardevole età, per la lunga inat…
L'attimo fuggente di questa storica finale è lungo in realtà un game, il sesto del terzo set. Dopo aver perso i primi due set, il secondo malgrado un break di vantaggio, Rafa Nadal si trova sotto 2-3 e 0-40 sul suo servizio. Difficile dire cosa abbia pensato in quel momento, ma a voler scrivere la sceneggiatura di questa partita, di questo torneo, della sua intera carriera, non si va lontani dal famoso monologo di Al Pacino in Ogni maledetta domenica, il discorso che l'allenatore rivolge alla squadra di football quasi sconfitta: "Siamo all'inferno signori, e ora possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi, oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell'inferno un centimetro alla volta". Ecco, un centimetro alla volta. Un colpo alla volta. Precipitato in fondo al pozzo, con tutto il mondo pronto all'abbraccio mortale del "bravo lo stesso" per l'ormai ragguardevole età, per la lunga inattività dalla quale veniva, per il Covid che ne aveva interrotto la preparazione, per la capacità di resistere e respingere giovani talenti in crescita come Shapovalov e Berrettini; malgrado tutto questo peso sulle spalle, Nadal è riuscito a risalire alla luce un colpo alla volta, un punto dopo l'altro, dapprima fedele al suo cliché di irriducibile ma poi andando molto, molto oltre viste le circostanze.
Il grande aiuto che lo sport sa dare alle nostre vite, l'ispirazione che ci solleva dalle miserie del quotidiano, consiste esattamente in questo: rifiutarsi di uscire dal campo senza prima aver dato qualcosa in più di tutto ciò che abbiamo nel serbatoio, di aver usato anche l'ultima recondita riserva di energia, quella misteriosa a noi stessi, quella che non avremmo mai pensato di avere. Daniil Medvedev è un tennista-scacchista, l'impermeabilità all'errore in palleggio gli permette di organizzarlo e prevederlo come il grande maestro fissa precisa nella mente l'evoluzione del gioco per le venti mosse successive. Finché la finale viaggia su binari normali non c'è quasi match, e tutto ciò che vien da pensare è un commosso addio al fuoriclasse invecchiato. Ma quando la potenza emotiva della rimonta trasforma la partita in corrida, e poi in ordalia, e infine in un'inumana maratona lunga più di cinque ore, sono gli stessi errori - alcuni marchiani - a definire la selvaggia grandezza di quel che si sta svolgendo davanti ai nostri occhi. Sia Nadal che Medvedev sbagliano smash facili e volée scritte, si sfidano alla smorzata più maligna, al pallonetto malvagio, alla diagonale inesausta.
Il quinto set non si svolge a game. Si svolge a round perché è un incontro di boxe, e gli ultimi giochi, il break e il contro-break e il contro-controbreak vivono di colpi che sono pugni, uno dopo l'altro a guardia abbassata, "non mi fai male" gridava Rocky ai suoi rivali sopportando colpi micidiali, e gli sguardi fra Nadal e Medvedev questo dicono, "non mi fai male" dopo rincorse che alla sesta ora di gioco hanno pochissimo di umano. Qualche rimasuglio. Qualche brandello. Volate a perdifiato perché le gambe hanno dichiarato una dolorosa indipendenza: la ragione ha detto basta, dopo questa partita dormiranno entrambi per tre giorni, ma il desiderio di vittoria vive ormai di vita propria. Non fa male. Ed è come se dal polverone della battaglia uscisse la sagoma traballante ma in piedi di Rafa Nadal. Last man standing.
Il 21º titolo dello Slam è una specie di Sacro Graal. Roger Federer a Wimbledon 2019 servì due match-point per salire a 21, e Djokovic glieli dissolse. Lo stesso Djokovic avrebbe fatto 21 più Grande Slam se avesse vinto a New York lo scorso settembre, e proprio Medvedev gli sbarrò la strada. Nadal infine ci è riuscito, risalendo le pareti dell'inferno un colpo alla volta. È lo sport, signori: il reparto giocattoli della vita, ma anche - a saperla vedere - la sua fonte di ispirazione più limpida.