Nadal, Alcaraz e la lotta titanica contro un giovane se stesso
di Paolo Condò , di Paolo CondòTre anni fa Ang Lee, il regista di Taiwan vincitore di tre Oscar (due migliori regie, un miglior film straniero), confezionò un racconto iper-realista un po' debole nella trama, ma straordinario per fotografia ed effetti speciali. "Gemini Man", interpretato da Will Smith, è la storia di un killer professionista legato alla Cia che attorno ai 50 anni sente arrivato il momento di ritirarsi. Come sempre succede in questi film, il datore di lavoro del killer stanco non ha alcuna intenzione di lasciargli godere la pensione: quando dici basta devono ammazzarti perché sai un sacco di brutte cose, e la terza età è pericolosa, si chiacchiera troppo, meglio non correre rischi. Siccome però Will Smith nel suo campo è un'autentica leggenda, per farlo fuori occorre un professionista ancora migliore: gli viene così mandato contro il suo clone, che possiede analoghi talenti ma, essendo di 30 anni più giovane, è m…
Tre anni fa Ang Lee, il regista di Taiwan vincitore di tre Oscar (due migliori regie, un miglior film straniero), confezionò un racconto iper-realista un po' debole nella trama, ma straordinario per fotografia ed effetti speciali. "Gemini Man", interpretato da Will Smith, è la storia di un killer professionista legato alla Cia che attorno ai 50 anni sente arrivato il momento di ritirarsi. Come sempre succede in questi film, il datore di lavoro del killer stanco non ha alcuna intenzione di lasciargli godere la pensione: quando dici basta devono ammazzarti perché sai un sacco di brutte cose, e la terza età è pericolosa, si chiacchiera troppo, meglio non correre rischi. Siccome però Will Smith nel suo campo è un'autentica leggenda, per farlo fuori occorre un professionista ancora migliore: gli viene così mandato contro il suo clone, che possiede analoghi talenti ma, essendo di 30 anni più giovane, è molto più in forma.
Il pensiero di "Gemini Man" mi ha accompagnato per tutto lo svolgimento di Nadal-Alcaraz, portentosa semifinale di Indian Wells andata in scena ieri, quando in Italia era ormai notte. Di fuoriclasse ne abbiamo visti parecchi in tutti gli sport, e a un certo punto per ciascuno di loro è stato individuato - più o meno sensatamente - un erede. Diego Maradona ne avrà battezzati una decina, da Ortega in poi, finché l'apparizione di Leo Messi non ha sgombrato il tavolo dalle imitazioni. Michael Jordan è stato un riferimento inavvicinabile per chiunque sino all'avvento di LeBron James. Se leggete con attenzione le cronache dedicate al prodigioso Tadej Pogacar, scoprirete che più di qualcuno immagina per lui una carriera degna di Eddy Merckx. Ecco, questi esempi descrivono un plot classico dello sport, quello dell'erede lontano, che arriva quando l'eroe originale generalmente è in tribuna o in uno studio televisivo. L'erede vicino è quello che ti sconfigge senza assomigliarti: eredita un titolo, al massimo un ruolo, non una personalità.
Il match fra Nadal e Alcaraz è stato una cosa diversa: la lotta titanica di Rafa contro una versione più giovane di se stesso. Più potente, più veloce, ma meno esperta. Se si può dire di uno scontro tra due tigri con la bava alla bocca, meno affamata. O forse ancora impercettibilmente frenata dal rispetto per il vecchio campione: il quale, viceversa, proprio sul rispetto per il giovane fuoriclasse emergente ha fatto leva per prevalere ancora. La seconda su due nel confronto diretto. Forse l'ultima. Un anno fa, a Madrid, Rafa vinse 6-1 6-2: una lezione di tennis, in pratica. Ieri ha prevalso 6-4 4-6 6-3 al culmine di una battaglia che il vento ha reso ancora più dura. La terza volta, quando verrà, potrebbe suggellare il passaggio di consegne.
The Players Tribune è una piattaforma sulla quale i campioni di tutti gli sport, americani ma non solo, raccontano rigorosamente in prima persona quel che accade loro. Il format più riuscito si chiama "Letter to my younger self": in un loop temporale che spesso è di rara efficacia, il campione immagina di potersi rivolgere a se stesso quando era giovane, di potergli raccontare quel che lo aspetta, di dargli dei consigli per evitare gli errori da lui commessi. Sono scritti pieni di tenerezza, perché in genere ogni campione è soddisfatto della propria carriera e ha mantenuto l'amore originale per lo sport che lo ha reso ricco e famoso come conseguenza della sua bravura e della sua dedizione, non come fine. Nadal ha avuto il privilegio di scrivere questa lettera in campo, lottando e sudando e correndo e saltando e perseverando sino alla vittoria contro un ragazzo talmente forte da essere credibile perfino come clone. Se il cerchio è la forma geometrica perfetta, l'altra notte ne abbiamo visto uno.