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Matteo 'scopre' Berrettini: "Il successo mi ha cambiato, gestirlo non è facile"

Il tennista romano analizza la sua nuova realtà: "Vorrei restituire l'affetto che sento attorno, ma la sera mi scopro distrutto dopo esserci riuscito pochissimo". Dopo l'infortunio proverà Parigi ("Ma solo se penso di arrivare in fondo"), ma il vero pensiero è Wimbledon: "L'anno scorso ho preso il palo, ora voglio fare gol"
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MILANO  — Matteo Berrettini racconta la convivenza con un personaggio, un ingombro, una fascinazione e un'esaltazione di nome Matteo Berrettini. I due si conoscevano da un po', ma hanno cominciato a frequentarsi davvero dopo la finale di Wimbledon raggiunta da Berrettini, e Matteo ne ha preso atto. Da quel momento è iniziata una mutazione della quale non è noto l'epilogo neppure ai diretti interessati. Ovvero Matteo. E Berrettini.

È difficile essere diventato un personaggio?
"Non me l'aspettavo, forse non ero pronto. Ma la mattina, quando mi sveglio penso a come battere Djokovic e Nadal, soltanto a questo. Tutto il resto è da gestire e non è facile. Vorrei restituire l'affetto che sento attorno, è un dovere, ci provo e la sera mi scopro distrutto dopo esserci riuscito pochissimo. Sono cambiato. È cambiato tutto".

Come va la mano? Che le è successo, alla fine? Ci parli di questo cerotto t…

MILANO  — Matteo Berrettini racconta la convivenza con un personaggio, un ingombro, una fascinazione e un'esaltazione di nome Matteo Berrettini. I due si conoscevano da un po', ma hanno cominciato a frequentarsi davvero dopo la finale di Wimbledon raggiunta da Berrettini, e Matteo ne ha preso atto. Da quel momento è iniziata una mutazione della quale non è noto l'epilogo neppure ai diretti interessati. Ovvero Matteo. E Berrettini.

È difficile essere diventato un personaggio?
"Non me l'aspettavo, forse non ero pronto. Ma la mattina, quando mi sveglio penso a come battere Djokovic e Nadal, soltanto a questo. Tutto il resto è da gestire e non è facile. Vorrei restituire l'affetto che sento attorno, è un dovere, ci provo e la sera mi scopro distrutto dopo esserci riuscito pochissimo. Sono cambiato. È cambiato tutto".

Come va la mano? Che le è successo, alla fine? Ci parli di questo cerotto tra anulare e mignolo.
"Ho sentito una fitta dopo un rovescio, lo scatto del tendine uscito dal suo binario. Mi faceva male e ci ho giocato sopra. A quel punto, meglio operarsi. I dottori dicono che ora sarà tutto più resistente e non vedo l'ora di ricominciare".

Da Parigi?
"Non prenderò rischi che non hanno senso, io gioco un torneo solo se penso di poter arrivare in fondo. Se così non sarà, vuol dire che passerò all'erba".

Scalerà ancora la montagna di Wimbledon?
"L'anno scorso ho preso il palo, stavolta spero di fare gol".

Meglio vincere uno Slam o la Davis?
"Domandona difficile. Forse, ora dico Slam ma anche la Davis è lì, non troppo lontana. Penso che la nostra squadra sia fortissima e che possa riportare in Italia l'insalatiera dopo tantissimi anni: noi, come i trionfatori del '76. E abbiamo un dovere e un onore: far giocare i bambini a tennis. Dobbiamo essere il traino della loro passione".

È vero che tanti ragazzi le scrivono?
"Anche i genitori. Mi dicono che grazie a me e ai miei compagni, i loro figli hanno cominciato a fare sport. La sento come una responsabilità grande".

Tra l'altro, lei appartiene al meglio della generazione che giocherà dopo i leggendari.
"Intanto, è bellissimo avere vissuto la loro era, una delle più grandi nella storia del tennis: io l'ho goduta prima in tivù, da spettatore, e poi in campo. Ma se mi aveste detto che sarei diventato il numero 6 al mondo e avrei giocato una finale di Wimbledon, vi avrei riso in faccia. Tenete presente che oltre a Nadal, Djokovic e Federer ora arrivano i più giovani, incalzano e non resteranno ad aspettarci, non ci faranno passare. Per me, comunque, quei tre rappresentano ancora la più grande sfida del tennis".

La sua esplosione mediatica è un avversario supplementare?
"Non posso prendere un caffè a Milano o a Roma, anche se la mascherina aiuta. La testa deve restare attaccata al corpo e ai suoi gesti: le vittorie cominciano lì, non nella misura dei colpi. Sono fortunato perché ho imparato a gestire la pressione già da bambino".

Mano a parte, ha fatto uno studio sul perché di questi infortuni addominali? Saranno il suo tallone d'Achille?
"Abbiamo cercato di capire e non abbiamo trovato nulla di particolare, anche se la parte sinistra dell'addome è più sviluppata a livello muscolare della destra. Tutto è cominciato con lo strappo dopo la quarantena in Australia, e la cicatrice ha innescato la reazione a catena. Non drammatizzo, ma non sarò mai un tennista da 35 tornei l'anno".

Come si gestisce il successo?
"Con l'educazione e la misura. Il tennis è la mia vita, ti lega così tanto che rischi di riconoscerti soltanto in quello: però non l'ho mai vissuto come un lavoro, e ciò significa che è proprio un lavoro bellissimo. Tuttavia, negli anni a venire non voglio essere solo quello con la racchetta, so che esiste una vita anche fuori dalla bolla. Non andrò mai avanti per inerzia e ascolterò dentro di me la domanda che ogni tanto mi gira in testa: ma io, senza il tennis cosa sono?"

Com'è andata al Festival di Sanremo?
"Bene, però avevo il terrore di dire stupidaggini".

La stagione è lunga: quali i desideri?
"Essere sano, giocare bene, vincere, fare un grande Wimbledon e un bel giro americano tra Canada e Cincinnati, e poi qualificarmi di nuovo per le Atp Finals di Torino, sperando vadano un po' meglio dell'ultima volta. Bisogna lavorare sull'essere felici".

Matteo, cosa la mette in crisi?
"Quando nonna mi chiama al telefono, e un po' piangendo mi dice che le manco, confesso di vacillare un po'".