Clerici, quando Wimbledon abbracciò Federer. La vittoria del profeta del bel tennis
di Gianni Clerici , di Gianni ClericiIl 6 giugno 2022, a 91 anni, se n'è andato "lo scriba" del tennis Gianni Clerici. Ripubblichiamo un suo articolo uscito su Repubblica il 5 luglio 2004, dopo la vittoria del torneo Wimbledon di Roger Federer, tra i suoi tennisti preferiti.
WIMBLEDON — Raramente la finale è la miglior partita del torneo, per ragioni facili da intuire. L'importanza del match soverchia spesso almeno uno dei giocatori, e non consente comunque di liberare i propri colpi con la disinvolta leggerezza di un turno eliminatorio. Questo non accade soltanto a Wimbledon, ma anche negli altri Gran Slam. A Wimbledon, inoltre, il prato, ormai malconcio, limita gli scambi che, sul rosso, sono comunque assicurati, e anche sul cemento meno sfuggenti. È quindi piuttosto insolito assistere a due finali, la maschile e la femminile, che siano giocate al meglio. Altrettanto difficile che le finali vadano contro pronostico. Queste regole, che potrebbero offrire uno spunto a qualsia…
Il 6 giugno 2022, a 91 anni, se n'è andato "lo scriba" del tennis Gianni Clerici. Ripubblichiamo un suo articolo uscito su Repubblica il 5 luglio 2004, dopo la vittoria del torneo Wimbledon di Roger Federer, tra i suoi tennisti preferiti.
WIMBLEDON — Raramente la finale è la miglior partita del torneo, per ragioni facili da intuire. L'importanza del match soverchia spesso almeno uno dei giocatori, e non consente comunque di liberare i propri colpi con la disinvolta leggerezza di un turno eliminatorio. Questo non accade soltanto a Wimbledon, ma anche negli altri Gran Slam. A Wimbledon, inoltre, il prato, ormai malconcio, limita gli scambi che, sul rosso, sono comunque assicurati, e anche sul cemento meno sfuggenti. È quindi piuttosto insolito assistere a due finali, la maschile e la femminile, che siano giocate al meglio. Altrettanto difficile che le finali vadano contro pronostico. Queste regole, che potrebbero offrire uno spunto a qualsiasi appassionato della statistica, e insieme della storia del gioco, sono state contraddette, se non in toto, quanto è bastato a farci trascorrere due giorni di inatteso divertimento, piovaschi a parte. A mia conoscenza, il solo degli addetti ad aver puntato una somma importante sulla Sharapova fin dall'inizio è stato Pancho Segura, uno dei primi fenomenali professionisti della Troupe Kramer, nell'immediato dopoguerra. Pancho ha vinto undicimila dollari arrischiandone mille, e la tredicesima favorita ha non solo stabilito un record assoluto, ma ha giocato una stupenda partita, facendo apparire invecchiata, a soli 23 anni, una recente campionessa mondiale.
Ieri il novanta per cento degli addetti attendeva la seconda vittoria consecutiva a Wimbledon di Roger Federer, nel quale noi spiritualisti intuiamo la reincarnazione dello Spirito del Gioco. Contro pronostico andavano i contropiedisti, come li chiamava San Gioan Brera, e i più nazionalisti tra gli americani. Tra quanti pensavano che Roger vincessero facilmente era John McEnroe, sempre più bauscia, inventore di un'arroganza tennistica che ha il solo pregio di esser fuor dai denti, in un panorama di commentatori anglosassoni tanto scoraggiante da suggerire un documentario denominato Stolidità. Poiché Mac pensa solo ad un mondo in funzione della sua prodigiosa persona, sembra chiaro che ritenere Federer il più grande mai visto non giovi a tennisti che son stati molto meglio di lui, come Laver, come Borg.
La sua tattica, molto rischiosa , l'ha portato infatti avanti di un set, e poi di un break nel terzo, a punteggio riapparigliato. Batteva sì in modo omicida, come spesso gli accade, Andy. Ma, al seguito della percentuale elevata delle prime (61% a fine match), bruciava l'erba con i rimbalzi di diritto, e addirittura scivolava a rete al seguito di rovesci sorprendenti, per uno che il rovescio, per solito, lo evita. Anche a causa di quello scatenato avversario, Federer non pareva quello di sempre. Difficile affermare se fosse più sorpreso o indispettito, più scosso o incredulo. Il suo gioco perdeva continuità, e, specie con il rovescio, passava da un colpo vincente a un altro scentrato. Giusto abusando di rovesci con rotazione in avanti, sembrava quasi incapace di tagliare, tener giù la palla. Sulle parabole insolitamente alte dei suoi colpi, Roddick si avventava, esplodendo diritti non meno spaventosi della battute, spesso sopra i duecento, sino ad un record di 234.