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Clerici e l'ammirazione per Lenglen: desiderata e brava, la diva dei misteri

Suzanne Lenglen 
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Ammirava una tennista che non aveva mai visto giocare dal vivo, Gianni Clerici, scomparso il 6 giugno 2022 a 91 anni. Ha scritto di lei in un articolo uscito su Repubblica il 28 febbraio 1994 e che oggi ripubblichiamo.

C'era una volta una tennista francese che si chiamava Suzanne Lenglen. Aveva vinto 5 Wimbledon, per poi morire ancor giovane di leucemia. Era il 1938. C'era anche, nel 1973, un cronista fanatico di tennis che girava il mondo e le sue biblioteche (ma anche i sottotetti, i mercatini, i rigattieri) per Assemblare un libro che non c'era, e che doveva riassumere tutto lo scibile tennistico. Come il libro fu finalmente stampato con il titolo un po' ambizioso di 500 anni di Tennis (il cronista avrebbe preferito "Tè in un pomeriggio di Wimbledon"), lo scriba decise di riposarsi. Era infatti domenica. Il lunedì mattino si risvegliò con una sorta di smania.

Il capitolo di quel librone (2 chili e mezzo) dedicato a Suzanne Lenglen no…

Ammirava una tennista che non aveva mai visto giocare dal vivo, Gianni Clerici, scomparso il 6 giugno 2022 a 91 anni. Ha scritto di lei in un articolo uscito su Repubblica il 28 febbraio 1994 e che oggi ripubblichiamo.

C'era una volta una tennista francese che si chiamava Suzanne Lenglen. Aveva vinto 5 Wimbledon, per poi morire ancor giovane di leucemia. Era il 1938. C'era anche, nel 1973, un cronista fanatico di tennis che girava il mondo e le sue biblioteche (ma anche i sottotetti, i mercatini, i rigattieri) per Assemblare un libro che non c'era, e che doveva riassumere tutto lo scibile tennistico. Come il libro fu finalmente stampato con il titolo un po' ambizioso di 500 anni di Tennis (il cronista avrebbe preferito "Tè in un pomeriggio di Wimbledon"), lo scriba decise di riposarsi. Era infatti domenica. Il lunedì mattino si risvegliò con una sorta di smania.

Il capitolo di quel librone (2 chili e mezzo) dedicato a Suzanne Lenglen non lo soddisfaceva. Era la sola tennista della storia che non avesse mai perduto una partita. Avete letto bene. Aveva sempre vinto, in una carriera iniziata nel 1919 con la vittoria a Wimbledon e terminata con il passaggio al professionismo (allora i tennisti erano dilettanti) nel 1926, 9 ottobre, di fronte ad un Madison Square Garden sconvolto. Il cronista si mise allora a battere Bibliothèque Nationale e dintorni, senza riuscire a trovare una biografia della campionessa. Incredulo, frugò e indagò sinché dovette convincersi che nessuno aveva mai dedicato più di una pagina di giornale al Genio del Gioco.

Prese allora ad avvicinare biografi specialisti, saggisti, romanzieri aficionados e, giù giù, i suoi colleghi francesi, supplicandoli di porre fine a quella vergogna. Ma tutti quegli eccellenti poligrafi non sembravano per nulla interessati alla Lenglen. Il cronista si recò allora da Erich Linder, l'unico agente letterario italiano degno di quel nome. E Linder, che pure gli voleva bene, scosse la testa da uovo dechirichiano per affermare: "Lei ha fatto bene a non occuparsi di affari". Nel suo passato ruolo di conduttore di muli del Morbegno, il cronista aveva però assorbito la migliore qualità di quei nobili animali. Si mise in giro per il mondo. Intervistò non meno di ottantadue vegliardi che avevano avuto dimestichezza con la Lenglen. Riversò il tutto in 420 cartelle, presto sforbiciate e ridotte a 247 dal crudele Linder. E infine si vide respinto da 7 editori francesi più o meno famosi, per essere accettato da una piccola traballante editrice parigina. Con il titolo La Diva du Tennis il libro uscì finalmente in Francia, vendette le sue oneste duemila copie, fu menzionato distrattamente da Bernard Pivot in Apostrophes, e il sipario si richiuse. La grande, immortale Lenglen sembrò dimenticata una seconda volta. Ma vedete com'è la vita.

Quei bei tipi dei francesi decidono che i 6.000 metri quadrati del Roland Garros gli vanno stretti. E principiano a costruire un nuovo campo centrale. Per abbellirne l' accesso, pensano ad un altorilievo della Lenglen, la prima latina che osò interrompere il predominio anglosassone in un gioco inglese. Molto più onesti di noi italiani, organizzano un concorso, e sapete chi lo vince? Proprio un italiano, Vito Tongiani, fiumano di Massa Carrara. Tongiani è ancor più noto a Parigi che da noi. Ha casa alla Ruche, fianco ad un altro grande che ama il tennis come lui Eduardo Arroyo. Dal suo amore per il gioco (e da un altro concorso) son nate le quattro grandi statue dei Mousquetairs, che scandiscono gli angoli di una piazzetta celeste nel mezzo dello Stadio parigino. Alle statue dei quattro grandi tennisti, Tongiani ha iniziato a lavorare fin dal 1987 nel suo atelier, che è poi un enorme hangar a mezzo tra il cimitero ed il garage. Tra l'89 e il '91, le quattro statue son state collocate nello stadio, e quando Borotra (uno dei quattro) le ha viste ha preso a piangere. Quando Lacoste ha visto la sua ha sorriso per esclamare "Tongiani, lei mi conosce meglio di chiunque". Dal '91 Tongiani lavora all'altorilievo della Campionessa che, secondo le sue parole "deve potersi librare in volo dai punti di fissaggio, e prima o poi riuscirà a farlo". Quel che tormenta Tongiani, nel suo lavoro di maniaco della scultura, è di non aver mai visto la Lenglen se non in spezzoni di film che è andato miracolosamente a procurarsi negli archivi della Pathé Cinématographique parigina.

Ma qualche giorno fa, Tongiani mi telefona d'un tratto, nel mezzo della notte, perché lui è uno di quelli che lavorano mentre i comuni mortali dormono. "C'è", lo sento gridare. "C'è". "Miscredente, ti sei convertito?", riesco a balbettare. "Povero di spirito. Parlo della Lenglen. Balla. Siamo invitati. A Siena". "Chiamo l'ambulanza", rispondo, e butto giù. Il mattino seguente, le Poste recapitano anche a me, per conto dell'assessore alla cultura di Siena Omar Calabrese, un invito ad uno spettacolo dal titolo curioso "Tenez Tennis". Curioso ma non incomprensibile per un aficionado. Tenez è infatti una delle possibili parole da cui sarebbe derivata l'arcana parola tennis. Infatti, prima di lanciar la palla, i francesi del 1400 così avvertivano l'avversario "Tenez", "Prendete". Ci si mette dunque in marcia, l'autore dell'altorilievo della Lenglen e il biografo, alla volta di Siena. E non tardiamo ad apprendere che l'incosciente capace di mettere in scena un simile sacro mostro dello sport è una ex-tennista dilettante, ex nazionale di ginnastica, ex filosofa diplomata ad Heidelberg.

Una bellissima donna che somiglia a Valentina di Crepax, ma che ha dedicato la sua vita a danzare il non danzabile, le poesie di Porta, Balestrini, Orengo, Giuliani, il Bagno di Diana di Klossowsky, trascinando anche il vecchio genio sulla scena parigina. Valeria Magli si chiama il fenomeno, e ha fatto tutto da sola, coreografie, balletti, testi e anche qualcuno dei raffinatissimi costumi, quelli che non sono di Romeo Gigli. A darle una mano sulla scena c'è l'attore Giovanni Battaglia, e presto mi accorgo, con raccapriccio e poi con divertimento, che il giovanotto interpreta un vecchio cronista chiamato Clerici, un tipo che ha l'ossessione della Lenglen. Lo spettacolo, ripreso dalla Tv francese, felicemente ignorato dalla nostra, inizia ora un suo giro in Italia. Ma non prima che lo scultore abbia ottenuto dalla ballerina una "posa a fronte", quella che potete ammirare nella foto di Gianni Ciaccia, lucano di Parigi, fotografo aficionado. Della Lenglen, naturalmente. Sembra, insomma, che l' oblio di quella grande sia ormai alla fine. "Più ammirata di Sarah Berhardt, più desiderata di Josephine Baker, più elegante della Pavlova", l'aveva definita Jacques Henri Lartigue, dedicandole un servizio di 99 foto. L'ultima, quella proibita, non si è più ritrovata, anche se io non dispero.