Carpe Diem. Cogli l'attimo. Robin Williams nei panni del professor Keating lo insegnava ai suoi ragazzi nell'indimenticato film L'Attimo fuggente. A New York l'austriaco Dominic Thiem, nella finale degli Us Open, ha compreso la lezione meglio del tedesco Alexander Zverev, dopo oltre quattro ore di reale sturm und drang tennistico, sulla falsariga del più puro binomio della corrente letteraria germanica. Tempesta e impeto.
Flushing Meadows ha dunque incoronato finalmente un pezzo da 90: Thiem è il primo a vincere uno Slam in una generazione che è la più tardiva e forse la meno brillante di sempre. C'è un vuoto temporale di almeno dieci anni, se si pensa che il primo nato negli Anni 80 a vincere uno Slam fu Safin a NY nel 2000, il primo Anni 70 Chang a Parigi nel 1989, il primo Anni 60 Wilander nel 1982 sempre al Roland Garros.
È l'effetto della dittatura della dei Tre Tenori. Dal 2004 il trio Federer-Djokovic-Nadal ha trionfato per 56 volte, si è preso circa l'85% degli Slam. A pochi altri fortunati, avanzi e briciole: 3 Slam Murray, 2 Wawrinka, uno ciascuno Gaudio, Cilic, Del Potro e Safin. Il resto del mondo? Solo posti da comparsa. Nella notte italiana fra domenica e lunedì con Thiem si è aggiunto un nome nuovo. L'austriaco rubato allo sci ha però sfruttato un percorso libero: lo Slam Usa era nato orfano di Nadal e Federer e ha perso Djokovic in preda al black-out autolesionista, con la pallata tirata sulla giudice di linea e la conseguente, inevitabile espulsione dal torneo. Anche per questo l'impresa di Dominic non scalda i cuori di chi aspetta un ricambio generazionale. I commenti al match sono stati tutti negativi, quello di Thiem e Zverev è stato considerato un tennis troppo rock e rumoroso, da ammirare certo, ma senza fascino e glamour. Nessuno dei due ha mostrato la personalità per prendersi il torneo, figuriamoci la scena mondiale. E la fine dell'incontro è stata accolta sui social come una liberazione.
La Generazione 90 non convince neppure gli esperti. Davide Sanguinetti, oggi coach, ritiene lo Slam di Thiem "una congiuntura astrale, non ripetibile nell'immediato". Non che l'austriaco non sia un talento, "ma la dinamica del match ha dimostrato come quei tre vecchietti siano ancora una spanna sopra. La finale ha mostrato come gli atleti abbiano pensieri e dubbi che restano sotto traccia solo fino a quando riescono a governarli" aggiunge Diego Nargiso, ricordando come Zverev si sia fatto rimontare avendo due set di vantaggio e un break a favore nel terzo set: non succedeva dal 2004 in una finale Slam, quando a Parigi Gaudio beffò Coria in un derby argentino. Ma l'analisi di Nargiso, ex Davisman e vincitore di uno Wimbledon juniores, non è finita: "Le incertezze dei due finalisti non si vedono nei tre grandi. Con questo voglio semplicemente dire che ad oggi c'è ancora una forbice. Dico bravo a Thiem, però: ha preso la chance che potrebbe anche non avere più in futuro ". Ovviamente non la pensa così Matteo Berrettini, che però ha sacrosanti interessi personali. "Era nell'aria da tempo una vittoria diversa, no? Certo, ci sono state delle situazioni particolari ma speriamo che si ripetano più spesso in futuro", e chiunque può interpretarlo come un auspicio personale.
La sentenza dell'opinione comune dunque è che Thiem non diventerà il simbolo, l'eroe che spezzerà il dominio più duraturo nella storia del tennis, neppure ai utati dai Tsitsipas di turno: gli accessori del tennis hanno permesso di spostare il limite sempre più avanti, generazione dopo generazione. E questa degli Anni 90 rischia di essere già bruciata. Anzi, senza speranze, e lo dice questo dato: Djokovic e Nadal sono rinati dopo i 31 anni (Federer anche dopo i 35), talmente vincenti da affiancare Rod Laver e Ken Rosewall come gli Over 30 più vincenti negli Slam. La fine del libro è lontana.