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Jimmy Connors, i 70 anni del selvaggio e antipatico che ha incantato più generazioni

Jimmy Connors 
Ha vinto il primo torneo nel 1972, l'ultimo nel 1989. Sempre sopra le righe, probabilmente il più grande agonista - anche caratterialmente - di sempre
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Chissà se a settant'anni - li compie oggi - il ghigno gli si è addolcito o invece è rimasto una posa, un marchio di fabbrica, una firma come il taglio di una lametta sotto le tante opere d'arte che Jimbo Connors ha firmato nel corso della sua carriera. Nativo dell'Illinois, sobborgo urbano, cresciuto senza il padre, tirato su a urla e dosi di autostima da parte della battagliera madre Gloria; James Scott Connors - Jimmy forever - ha attraversato gli anni 70 e 80 del tennis mondiale con il furore di un cavallo che scalpita battendo gli zoccoli e mollando calci a destra e a sinistra, nel chiaro intento di ribadire che quello - il campo - è il suo regno e che nessuno - ma proprio nessuno - deve permettersi di mettere su una tenda. Cattivissimo me: la sua comfort zone è sempre stata la giungla. Non contano tanto i 109 trofei messi in bacheca - il primo a Jacksonville nel 1972 e l'ultimo a Tel Aviv nel 1989 - ma quanto il modo in cui li ha…

Chissà se a settant'anni - li compie oggi - il ghigno gli si è addolcito o invece è rimasto una posa, un marchio di fabbrica, una firma come il taglio di una lametta sotto le tante opere d'arte che Jimbo Connors ha firmato nel corso della sua carriera. Nativo dell'Illinois, sobborgo urbano, cresciuto senza il padre, tirato su a urla e dosi di autostima da parte della battagliera madre Gloria; James Scott Connors - Jimmy forever - ha attraversato gli anni 70 e 80 del tennis mondiale con il furore di un cavallo che scalpita battendo gli zoccoli e mollando calci a destra e a sinistra, nel chiaro intento di ribadire che quello - il campo - è il suo regno e che nessuno - ma proprio nessuno - deve permettersi di mettere su una tenda. Cattivissimo me: la sua comfort zone è sempre stata la giungla. Non contano tanto i 109 trofei messi in bacheca - il primo a Jacksonville nel 1972 e l'ultimo a Tel Aviv nel 1989 - ma quanto il modo in cui li ha vinti. A morsi. Trasformando ogni partita in una spettacolare battaglia. Cavalcando un'arroganza senza pari. A costo di risultare antipatico, un Gargamella nella città dei Puffi dove ognuno dei suoi avversari marcava una differenza. La genialità assoluta di McEnroe, l'eleganza naturale di Panatta, la disumana ferocia di Borg, il violento risentimento verso il mondo che nutriva Lendl, l'istinto del predatore di Nastase, la gioventù sfacciata dell'Agassi che incrociò a fine carriera.

Era un altro tennis, l'omologazione non era ancora il rifugio dei mediocri. Connors giocava come chi ha infilato la testa in un cono ad alto voltaggio, mostrando il dito medio alla platea, così, a prescindere e per mettere subito le cose in chiaro. L'esultanza era sempre rabbiosa, la collera inevitabile, gli insulti all'arbitro il pezzo forte del suo repertorio. Far saltare i nervi agli avversari era la sua regola. I colleghi lo detestavano, ma non potevano fare a meno di ammirarlo. Adriano Panatta ha raccontato che "quando l'ho battuto ho goduto moltissimo", mentre quando chiesero ad Arthur Ashe se davvero "Connors è così stron** come sembra" lui rispose: "Sì, lo è. Ogni volta che lo incrocio in spogliatoio devo trattenermi per non tirargli un pugno in faccia. Ma è comunque il mio stron** preferito". Giocava un tennis brutale, della serie: Wilma, passami la clava. Brandiva la racchetta - la mitica Wilson T2000 in alluminio - come una spada. Il suo colpo preferito è stato il rovescio bimane piatto, giocato sempre in anticipo, diabolico e senza rotazione. Era un attaccante da fondo campo, in pochi rispondevano al servizio con la sua precisione.

Ha vinto otto Slam: cinque volte l'Us Open, il suo giardino dei delitti, due volte Wimbledon e una volta l'Australian Open. Ha chiuso per cinque anni consecutivi - dal 1974 al 1979 - da numero 1 del tennis mondiale, è stato re per 268 settimane. Ha vinto l'80% delle partite giocate, ed è un dato spaventoso. L'anno da poster il 1974: 99 vittorie, 15 tornei vinti e solo 4 sconfitte. Mostruoso. Ha raggiunto alla bellezza di 39 anni una semifinale a New York, quando tutti lo davano per finito. Storica è stata la rivalità con John McEnroe, il suo gemello diverso. Il loro è stato il film di un periodo indimenticabile del tennis. 34 sfide in 14 anni, a partire dal 1977: 20-14 per McEnroe e una frase (di Jimbo) a segnare una distanza. "McEnroe è quel tipo di giocatore che posso vedere zoppicare in campo e sentirmi bene dicendogli vaffa*****".

Divenne presto una star mediatica, grazie anche al fidanzamento con la stella del tennis femminile, Chris Evert. La Golden Couple del tennis, la Bella e la Bestia. Lusingato dal glamour, Jimbo fu americano all'ennesima potenza. Un maschio alfa alla conquista di Iwo Jima, un John Wayne con la pistola sempre carica. Jimbo il Selvaggio che una volta - contro l'haitiano Agenor - mise mille dollari nella rete e lo sfidò in un tie-break. E' stato il più grande agonista nella storia del tennis. Tutto è riassumibile nel suo manifesto esistenziale: "Odio perdere più di quanto ami vincere". Ci si sedeva davanti alla tivù non per vederlo vincere o perdere, ma per vederlo combattere. Sangue e arena, cose così. Come un  angelo caduto dal cielo, Connors giocava con il fuoco di Dio e in campo era - davvero - pronto a morire. Nessuno come Jimbo, nessuno.