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David Ferrer: "Malaga, location perfetta per la Coppa Davis"

Intervista all'ex tennista spagnolo, direttore dell'evento al via la prossima settimana: "ANche l'Italia ha una chance"
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Quarant'anni ben portati, ex n. 3 del mondo. 27 titoli vinti, e tre Coppe Davis. David Ferrer, di Alicante, ha posato la racchetta tre anni fa e, a giugno, è stato nominato nuovo direttore della Coppa Davis, al via la prossima settimana. Ci racconta le sue sensazioni della vigilia, e cosa attenderci dall’edizione del 2022.

David, come si sente rispetto al suo recente passato?

Beh, ora le sensazioni sono diverse rispetto a quando giocavo, non ho più quella pressione, che so vedere la gente che tifa e ti supporta. Ma avevo capito che era tempo di fermarmi. Ora ho tanti ricordi, e la Coppa Davis è tra questi.

Era una competizione diversa.

“Beh, sì e no. Nel senso che oggi questo evento ha solo tre partite che si giocano su tre set. Invece quando ho giocato, e anche vinto, erano cinque le partite e su cinque set. Però lo stress, la tensione, la responsabilità so…

Quarant'anni ben portati, ex n. 3 del mondo. 27 titoli vinti, e tre Coppe Davis. David Ferrer, di Alicante, ha posato la racchetta tre anni fa e, a giugno, è stato nominato nuovo direttore della Coppa Davis, al via la prossima settimana. Ci racconta le sue sensazioni della vigilia, e cosa attenderci dall’edizione del 2022.

David, come si sente rispetto al suo recente passato?

Beh, ora le sensazioni sono diverse rispetto a quando giocavo, non ho più quella pressione, che so vedere la gente che tifa e ti supporta. Ma avevo capito che era tempo di fermarmi. Ora ho tanti ricordi, e la Coppa Davis è tra questi.

Era una competizione diversa.

“Beh, sì e no. Nel senso che oggi questo evento ha solo tre partite che si giocano su tre set. Invece quando ho giocato, e anche vinto, erano cinque le partite e su cinque set. Però lo stress, la tensione, la responsabilità sono identici. Credetemi”.

Il nuovo format è stato criticato.

“Ci sono quelli a cui piace, e quelli a cui no. E, come le cose della vita, si fanno sentire soprattutto i critici. Io invece dico che ci siamo ben incamminati e anno dopo anno cerchiamo di migliorare il precedente”.

In che modo?

“Pensiamo ai giocatori: penso che ora hanno più tempo per riposare e, essendo l’ultimo torneo della stagione, la stanchezza si sente. Sono stato tennista, e le memorie di ogni settimana dopo ogni settimana, sono impresse nella mia mente. Come dicevo prima, e ritorno un attimo di nuovo a me stesso, a un certo punto sai che tutte le pagine finiscono e le luci bisogna spegnerle”.

Ora però ha una nuova sfida, di tipo organizzativo.

“So che è difficile, che c’è pressione. La Davis ha questo nuovo formato, e noi vorremmo cercare di rendere felici tutti, ma so che è completamente impossibile: che dire, cercheremo di fare del nostro meglio”.

L’esperienza del torneo di Barcellona aiuta.

“Quante volte, ci ho giocato a Barcellona. E ora vedo le cose da un’altra visuale: quando giocavo ero teso, concentrato solo su quello che ere importante per me. Ora cerco di venire incontro alle esigenze dei giocatori, del pubblico, degli sponsor e degli organizzatori. Un bel puzzle, vero?”.

Ed eccoci a Malaga, Costa del Sol.

“La sua grande prima volta. Vedrete, sarete curiosi di scoprire questo posto, perfetto con la sua posizione perfetta. Certo, per la Spagna in special modo e con Alcaraz che è di Murcia che non è molto lontano. Ma piacerà anche al resto del mondo, ne siamo certi”.

Veniamo al tennis giocato: che dice dell’Italia?

“Penso che abbia una grande possibilità di vincere, davvero”.

Lei è un’amabile bugiardo…

“Ma no, ha davvero dei top player”.

E lo dice anche perché con l’Italia, o con qualche italiano, ha ottimi rapporti.

“Certo, la famiglia Brancaccio. Raul è come un fratello. Il tutto è nato perché è venuto ad allenarsi da me, con sua sorella Nuria, ed è nata una cosa forte negli anni”.

Una cosa da Regno borbonico, essendo i Brancaccio napoletani. Le hanno insegnato il dialetto?

“Ah ah ah. No, no. Solo qualche parola. Ma non parolacce, sia chiaro…”.

E' stato anche coach. Facciamo un’analisi: Federer si è ritirato, e va bene. Ora anche Nadal e Djokovic sembrano avvertire l’età. Ma perché la generazione degli Zverev/Tsitsipas/Thiem non è riuscita a sovvertire il reame?

“Avete un'idea di stiamo parlando? Dei tre migliori giocatori della vita, ragazzi. Questa è la verità. Solo la natura poteva sovvertire il regno, e ancora non è detto”.