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Alcaraz ha capito come si fa sull’erba di Wimbledon: “Ma Federer non è venuto a vedermi”

Carlos Alcaraz, 20 anni

 (reuters)
Lo spagnolo ha confermato di essersi adattato ai prati londinesi: “Certo, voglio vincere”
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Londra. Qui giace un uomo il cui nome è scritto nell’acqua, ieri una pioggia incessante a Wimbledon. Non è un poeta romantico come John Keats, eppure Carlos Alcaraz è il predestinato, non solo a vincere a Church Road forse già quest’anno, ma a dominare il tennis dei prossimi due decenni. Vent’anni, come la sua età. Nadal è azzoppato. Roger Federer è pensionato nel Royal Box con la principessa Kate. Resta solo Nole Djokovic, che lo aspetta in finale dall’altra parte del tabellone, sorprese permettendo. Allora, dopo la sgambata del primo turno con il 36enne francese Chardy (6-0, 6-2, 7-5), ieri gli chiediamo se si sente l’erede di quella leggendaria generazione e forse pure fortunato, perché al suo livello, della sua classe, forse oggi non c’è nessuno: “No, non mi sento il migliore della mia generazione”, ci risponde con un cappellino bianco da pescatore sulla testa e il sorriso da trota, “ci sono tanti bravi come me: Sinner, per esempio, o Rune. Quando ci scontriamo è sempre una battag…

Londra. Qui giace un uomo il cui nome è scritto nell’acqua, ieri una pioggia incessante a Wimbledon. Non è un poeta romantico come John Keats, eppure Carlos Alcaraz è il predestinato, non solo a vincere a Church Road forse già quest’anno, ma a dominare il tennis dei prossimi due decenni. Vent’anni, come la sua età. Nadal è azzoppato. Roger Federer è pensionato nel Royal Box con la principessa Kate. Resta solo Nole Djokovic, che lo aspetta in finale dall’altra parte del tabellone, sorprese permettendo. Allora, dopo la sgambata del primo turno con il 36enne francese Chardy (6-0, 6-2, 7-5), ieri gli chiediamo se si sente l’erede di quella leggendaria generazione e forse pure fortunato, perché al suo livello, della sua classe, forse oggi non c’è nessuno: “No, non mi sento il migliore della mia generazione”, ci risponde con un cappellino bianco da pescatore sulla testa e il sorriso da trota, “ci sono tanti bravi come me: Sinner, per esempio, o Rune. Quando ci scontriamo è sempre una battaglia. Ci divertiremo, tutti”.

Umile? Mica tanto. Quando gli si chiede l’obiettivo di questo torneo, il 20enne spagnolo è lapidario: “Vincere, ovvio. Sento tanta sicurezza in me”. È spiaciuto del fatto che Federer fosse al centrale, e non a vedere lui: “Sono un po’ geloso!”. Se la ride Carlos, e fa bene. Al londinese Queens, dove ha trionfato qualche giorno fa dopo la vittoria a Flushing Meadows a settembre, ha dimostrato una crescita esponenziale sull’erba, con quel suo baricentro basso, il rovescio a due mani che è una goduria sul “grass”, un servizio ricalibrato dalla terra rossa e quel gioco a rete che, almeno in fenomeni come lui, sta tornando di moda.

Poi, ovvio, Alcaraz gioca al Centrale o al campo n. 1 come ieri, quelli con i tetti, e quindi pure con la pioggia battente la sua cavalcata non ha intoppi, come invece accaduto alla periferia dell’impero di Wimbledon: Berrettini e Sonego torneranno a sfidarsi oggi sul campo n. 12 (6-7 il primo set), e potranno completare i loro match pure Fritz, Zverev e Tsitsipas, ieri sotto di un set contro Thiem. “Certo, noi che giochiamo nei due campi principali siamo più fortunati”, ammette. Ma poi eccolo, l’istinto di perfezione. “A inizio partita oggi ho avuto problemi perché con il tetto chiuso il rumore della pallina era ritardato. Ma mi sono abituato presto”.

Ci mancherebbe. Alcaraz ammette che al terzo set non è stato un cannibale proprio a causa dell’erba: “È una superficie dove appena molli un attimo perdi il passo”. Certo, Djokovic resta il re di Wimbledon e quest’anno potrebbe raggiungere otto titoli, proprio come Sua Maestà Roger. Qualche settimana fa ai quarti del Roland Garros abbiamo già visto una battaglia incredibile tra Carlos e Novak. Qui, se tutto andrà come deve andare, sarà epica. Ma mancano ancora dieci giorni. L’OK corral può aspettare. Nole no. Come ha sentenziato l’esperto David Law: “A Djokovic restano due anni per vincere. Poi il mondo sarà di Alcaraz”. This is the end. Anzi, solo l’inizio.

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