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Wimbledon, il trionfo di Alcaraz: Djokovic cede al quinto dopo una finale romanzesca

Straordinaria partita e successo meritato del fuoriclasse spagnolo, sempre più numero uno del mondo
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LONDRA. Dio è morto a Wimbledon, per mano di un übermensch spagnolo, un “super hombre” di 20 anni da Murcia. Re Novak è nudo, dopo sette corone a Londra e dieci eterni anni da imbattuto al campo centrale. Perché Don Carlos Alcaraz è stato troppo forte. Nole Djokovic, di 15 anni e 349 giorni più vecchio, nato a Belgrado, iniziato a Kopaonik e cresciuto sotto le bombe sull’ex Jugoslavia, ieri è rovinosamente caduto dopo aver combattuto contro i mulini a vento. Una brutale illusione.

Alcaraz a 12 anni: "Il mio sogno? Vincere Roland Garros e Wimbledon"

Nole, al crepuscolo della sua carriera, mastica amarissimo. Nel giorno in cui Wimbledon lo ha finalmente amato e acclamato, dopo tante beccate. Forse perché, per una rarissima volta, Djokovic è sembrato fragile e umano, scagliando la racchetta mentre ribolliva di inaudita frustrazione, commuovendosi dopo una sconfitta di fronte ai figli Stefan e Tara. Ma soprattutto, Nole ha ispirato tenerezza…

LONDRA. Dio è morto a Wimbledon, per mano di un übermensch spagnolo, un “super hombre” di 20 anni da Murcia. Re Novak è nudo, dopo sette corone a Londra e dieci eterni anni da imbattuto al campo centrale. Perché Don Carlos Alcaraz è stato troppo forte. Nole Djokovic, di 15 anni e 349 giorni più vecchio, nato a Belgrado, iniziato a Kopaonik e cresciuto sotto le bombe sull’ex Jugoslavia, ieri è rovinosamente caduto dopo aver combattuto contro i mulini a vento. Una brutale illusione.

Alcaraz a 12 anni: "Il mio sogno? Vincere Roland Garros e Wimbledon"

Nole, al crepuscolo della sua carriera, mastica amarissimo. Nel giorno in cui Wimbledon lo ha finalmente amato e acclamato, dopo tante beccate. Forse perché, per una rarissima volta, Djokovic è sembrato fragile e umano, scagliando la racchetta mentre ribolliva di inaudita frustrazione, commuovendosi dopo una sconfitta di fronte ai figli Stefan e Tara. Ma soprattutto, Nole ha ispirato tenerezza, da matusalemme del tennis a tratti umiliato da un ragazzino bestiale. Un nuovo Picasso, che lo ha bombardato con il suo tennis cubista, multiforme e irriducibile.

Certo, i rimorsi di questo ennesimo duello omerico lo affliggono. Djokovic avrebbe potuto raggiungere Margaret Smith Court a 24 slam, il record assoluto. Nei primi due set aveva vinto la sua guerra mentale, con quella palla che rimpallava infinite volte prima del servizio, che sbagliava a lanciare per far aumentare la tensione. Epperò di fronte ha trovato un colosso “di incredibile resilienza mentale”, come ha ammesso. Ma soprattutto, Djokovic si tormenta dei due errori che avrebbero potuto renderlo immortale: “Il tiebreak del secondo set”, il primo perso dopo 15 consecutivi vinti in uno slam, “e poi quello smash sbagliato sulla palla break al quinto, quando ero sull’1-0. Quella chance avrebbe cambiato la partita, ma c’era vento, stavo correndo all’indietro ed è andata così…”.

“Devo ammetterlo”, confessa il 36enne serbo ai giornalisti post match in una quella che suona come una resa straordinaria e generazionale, “in tutta la mia carriera non ho mai incontrato uno come Carlos. Riesce a incarnare il meglio di Federer, Nadal e del sottoscritto. Di me, la capacità di adattarsi all’avversario o il gioco di rovescio. Oggi è il più forte di tutti”. Possiamo sperare in una rivalità? “Non so quanti anni mi restano...”, ride, “Alcaraz invece ha tutta la carriera davanti. Però, perché no? Spero di poterlo incontrare di nuovo agli Us Open. Farebbe bene al tennis, come abbiamo dimostrato qui a Wimbledon”.

Djokovic, il piccolo buddha serbo, vuole la rivincita e ci proverà. Ma contro l’Alcaraz visto ieri sarà un’impresa sempre più esponenziale. Non a caso, a fine partita, dopo aver fatto i complimenti a Carlos, Nole cita nostalgicamente i suoi successi passati, incolpa il karma: “Beh, qui ho vinto alcune finali che sembravo aver già perso, come quella”, epica, “contro Federer nel 2019. Per me questa è un’altra pagina di storia”. Ma la Storia la scrivono i vincitori.
 

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