È partito tutto in un piccolo paese medievale nelle Fiandre. È diventato lo scandalo più grande nella storia delle scommesse sportive. “Il più grande per estensione, quantità di soldi, numero di partite truccate e giocatori coinvolti”, secondo l’avvocato che ha rappresentato la parte lesa, cioè il tennis professionistico, in tribunale.
Davanti a lui c’era quello che soprannominavano “il Maestro” e che per molto tempo non ha avuto né un nome né un volto. Il Washington Post ne ha ricostruito passi e dettagli, tracciando il suo percorso dal 2017 al 2023, i cinque anni che ci sono voluti per incastrarlo definitivamente e smantellare la più grande rete di partite truccate mai scoperta: 181 giocatori da 30 Paesi diversi, 375 match. “E se il giudice sapesse quello che so io, ci sarebbero molte più persone in questo processo”, ha sogghignato il Maestro.
Il tennis e le scommesse
Il tennis è, da sempre, lo sport più semplice per chi vuole imbrogliare con le scommesse e il più difficile per stanare i colpevoli. Questo perché si può scommettere su un’enorme quantità di eventi all’interno di una partita e molti di questi potrebbero anche non essere influenti sul risultato finale. Una golosa esca per i tennisti lontani dall’élite, che hanno l’opportunità di tirar su un po’ di soldi sporchi nel mezzo di una carriera in cui i costi sono tanti e assicurati; le entrate, saltuarie e non sempre sufficienti.
L’indagine
Di tutto questo ne sapeva poco o nulla Nicolas Borremans, investigatore belga di 45 anni. “Il Pitbull”, per i suoi colleghi. L’unico che alzò la mano quando chiesero chi volesse occuparsi di questo caso minore, creduto irrilevante proprio perché relativo allo sport. Lui annusava che ci fosse di più: che quella serie di scommesse sospette, operate da un gruppo di armeni nella provincia belga, avrebbe portato a scoprire nuove piste per arrivare alla malavita.
Li chiamava “i muli del denaro”, gli armeni. Non erano loro le menti dietro lo scandalo: ricevevano messaggi, portavano piccole somme — poche centinaia di euro — nei centri scommesse. Borremans arriverà a scoprire 1,671 conti per il gioco d’azzardo collegati al caso in tutta Europa.
La svolta dell’indagine arrivò con l’ingresso in campo l’Unità per l’Integrità del Tennis, fondata dai circuiti professionistici nel 2008 per combattere casi come questo. La soffiata era vincente: prendete Karim Hossam, giocatore egiziano che gravitava nella top 400. Pescato in un torneo ITF in Tunisia, vuotò il sacco, scoperchiando il vaso di Pandora. L’errore più grave? Non aver eliminato i messaggi sul cellulare.
L’arresto
Gregory. Era questo il nome del contatto che gli inviava ordini su cosa fare o non fare in campo. Si trovava a Brussels. Ma presto sarebbe diventato chiaro, quando altri pezzi del domino iniziavano a cadere e le informazioni su di lui diventavano sempre più sostanziose, che il suo vero nome era Grigor Sargsyan. “Un uomo di trent’anni, altezza media, abbastanza corpulento, dai capelli castani corti, barba, tratti mediorientali”, come lo descrisse Mick Lescure, giocatore francese che truccò “20 o 30 partite per ordine del Maestro”. Il Maestro. Ora andava solo trovato.
Borremans lanciò alla ricerca 10 investigatori privati. Rintracciarono i suoi telefoni, scandagliarono le sue ricerche internet. Voleva sapere di più su di sé (“Maestro tennis”, digitava), sul suo mondo (“Mafia armena”) o su cosa fare con i soldi che guadagnava senza sosta (“Escort Ginevra”). Iniziò a comportarsi in maniera strana, scomparire, nella paura di essere tracciato. “Torna a casa”, gli scriveva preoccupata la madre.
Borremans lo scovò il 5 giugno del 2018, a quasi due anni dall’inizio delle indagini. Fece irruzione in casa sua alle 6:30 del mattino. Prese lui e i cellulari. “Sorrideva e basta. Era chiaro che non si vergognasse di ciò che aveva fatto. Per lui non era un crimine, era essere furbo”, ha ricordato l’agente.
Il sistema
Borremans, intanto, aveva trovato tutti gli altri pezzi del puzzle. L’allenatore cileno Sebastian Rivera reclutava giocatori da tutto il mondo — arrivarono a 180 — Sargsyan in persona scriveva a ogni singolo scomettitore, armeni di estrazione umile, cosa fare, poi girava per l’Europa a distribuire il cash che non riusciva a trasferire con piattaforme bancarie online. “Prendevo 10.000 euro a partita”, ha ricordato una giocatrice
Il Maestro è rimasto in prigione per 10 mesi fra il 2018 e il 2019. Il processo è finito solo lo scorso agosto. Sargsyan, che non ha mai negato la sua parte nello schema, è stato condannato a cinque anni per aver condotto un’associazione criminale, riciclaggio di denaro e frode. “Una tragica fine per questa avventura”, nelle parole del Maestro. Anche se, come lui stesso vanta, diverse figure centrali rimangono ancora nell’ombra.
Il salario minimo, una soluzione?
Per evitare casi come questi, ma anche proteggere gli sportivi dai periodi di assenza prolungata dal circuito, l’associazione del tennis professionistico maschile (ATP) ha da poco lanciato un’iniziativa che offre un salario minimo per i tennisti, ma solo i primi 250 al mondo. Restano scoperti, però, tanti giocatori che, nei bassi fondi della classifica, hanno bisogno di qualcosa in più per mantenersi in uno sport spietato. “Non è ancora abbastanza”, ha commentato l’australiano Nick Kyrgios sui social.