Sport

Così Medvedev soffia ad Alcaraz l’appuntamento con Djokovic

Così Medvedev soffia ad Alcaraz l’appuntamento con Djokovic
(reuters)
Il russo supera lo spagnolo dopo un match spettacolare in 4 set
3 minuti di lettura

Novak Djokovic è di Belgrado, mica di Berna, ma è puntuale come uno svizzero. Tre settimane fa a Cincinnati aveva dato appuntamento a tutti - in primis a Carlos Alcaraz - per la finale di Flushing Meadows ed eccolo qui, già bell’e pronto a due giorni dall’ultimo atto degli Us Open. Oggi, nella prima semifinale nell’Arthur Ashe Stadium, il virtuale numero 1 ATP è messo in qualche difficoltà dal giovane Ben Shelton soltanto nel terzo parziale, durante il quale concede persino un set point, mentre per il resto è nel pieno controllo degli scambi, fisicamente alla pari e mentalmente dominante sul giovane americano (6-3 6-2 7-6 in 2 ore e 41 minuti).

Tutta un’altra storia Alcaraz vs. Medvedev, l’altra semifinale. Dopo il primo set equilibrato e assegnato dall’ultima fuga nel tie break (7-3), il russo costringe alle corde lo spagnolo e gli impedisce di tornare al centro del ring. Daniil usa la strategia vecchia come il tennis di impedire all’avversario di esprimere il suo gioco. Per riuscirci, ha probabilmente studiato a fondo le sconfitte subite per mano di Carlos quest’anno in finale a Indian Wells (6-3 6-2) e in semifinale a Wimbledon (6-3 periodico).

Si avvicina alla linea di fondo durante gli scambi, bombarda con lunghi colpi di intensità variabile l’altra metà del rettangolo togliendo spazio alle variazioni che sono la specialità del numero 1 della classifica mondiale ufficiale, ferma al 28 agosto. In sostanza, Medvedev non fa avanzare Alcaraz finché non lo costringe a sbagliare oppure ha la certezza di poterlo passare.

L’inerzia del match cambia dopo il prolungato pit stop (lo chiamerei pee stop) che Alcaraz si prende per riordinare le idee. Poi serve meglio e risponde con più efficacia, assumendo il comando delle operazioni. Il moscovita classe 1996 non si fa intimidire e accetta i rischi che comporta la nuova situazione. Tuttavia non trova il guizzo che lo riporterebbe sotto dopo il break subito, forse anche perché infuriato con il pubblico che gli è apertamente e ingiustificatamente ostile.

Il quarto set ripropone il copione firmato dal murciano di El Palmar e adottato nell’ultima ora. Adesso però Daniil è inappuntabile perché ha capito cosa fare. Nel sesto game, che conta 19 punti, trasforma il secondo break point a disposizione e si porta sul 4-2. Quattro minuti dopo va servire avanti 5-3 e, a fatica, si garantisce un primo match point seguito da due doppi falli. È una fase scomposta e confusa, che vede entrambi sbagliare troppo. Sfumano tre break point e altrettanti match point prima dello smash che manda Daniil in finale con il punteggio di 7-6 6-1 3-6 6-3. Carlos mancherà dunque l’appuntamento con Djokovic, che se ne farà una ragione, mica come Cesare nella pioggia con il suo amore ballerina.

I due sconfitti e il futuro del tennis

Non saranno protagonisti domenica a New York ma resta valida la constatazione, che non è solo mia, di come Carlos Alcaraz e Ben Shelton siano dei toccasana per il tennis professionistico. Non parlo della qualità del gioco, che è ovviamente eccelsa in uno e più che buona, al momento, nell’altro. Mi riferisco all’empatia con gli spettatori. Per dare un termine di paragone, il loro coetaneo Holger Rune - i tre sono nati tra l’ottobre 2002 e il maggio 2003 - non è per nulla empatico e sembra costantemente intenzionato a far pagare qualche torto a chi ha pagato per vederlo. La gioia di giocare a tennis che sprizza da Carlitos e Ben si riflette sui loro match e trasmette energie positive ai tifosi. Lo stesso non accade con colleghi, perché nei rapporti interpersonali intra ed extra match il murciano e l’americano non hanno lo stesso approccio.

La telefonata di Shelton e Djokovic che non ne apprezza lo stile

Per capirci: a Cincinnati, nella finale del Masters 1000, quando lo spagnolo piazzava alcuni dei suoi vincenti, Djokovic sorrideva e applaudiva invece di aggrottare le sopracciglia. Oggi, invece, il serbo è sempre cupo durante la partita con il mancino nato ad Atlanta e cresciuto in Florida, del quale non apprezza lo stile, improntato all’imprevedibilità, le dichiarazioni della vigilia e nemmeno gli atteggiamenti. Capita infatti che, mercoledì, prima di stringere la mano a Frances Tiafoe al termine del suo vittorioso quarto di finale, Ben mimi una telefonata con tanto di cornetta riattaccata, probabilmente per dire “ho finito quel che dovevo fare” al suo angolo, dove siedono la mamma, che è stata una junior di livello, e il padre, finalista al Roland Garros e semifinalista a Wimbledon nel doppio misto trent’anni fa, poi unico coach universitario ad aver vinto i titoli NCAA maschile e femminile. Un gesto giudicato troppo spavaldo anche da Nole che oggi, per lo spasso degli autori di meme, lo ripropone mentre si avvia verso la rete a vittoria acquisita: chiude una sua immaginaria telefonata e sbatte il ricevitore.

Intanto guarda fisso l’avversario sconfitto, senza sorrisi o abbracci. La stretta di mano è gelida.

Eppure sono ragazzi educati, Carlitos e Ben, e questo piace assai a un ultrasessantenne come me. Alcaraz è sempre rispettoso nei confronti di chi si ritrova dall’altra parte della rete. Shelton, che ho visto in campo una manciata di volte, dà l’idea di comportarsi nello stesso modo. Questa attitudine dei due ragazzi promuove tra i giovanissimi la cultura del fair play che ha avuto per decenni in Federer e Nadal due straordinari testimonial e maestri.

Un collega americano ha commentato giorni fa: “Alcaraz e Shelton alzano il tasso di divertimento nel tennis professionistico” e “tutto in Carlitos è troppo bello per essere vero”. Tra qualche tempo potrebbe usare le parole del secondo giudizio per elogiare anche Ben, se continuerà come ha cominciato e, soprattutto, se saprà smussare gli eccessi caratteriali.

Torneo junior

La combinazione perniciosa caldo + pioggia + tuoni & fulmini condiziona la semifinale del torneo maschile junior. Al momento della seconda sospensione del gioco, né il palermitano Federico Cinà, 16 anni, né il brasiliano Joao Fonseca, 17, prevalgono: 4-6 6-3 1-2, vantaggio dell’azzurrino. Alla ripresa, dopo ore, l’esperto sudamericano, che dispone già di punti ATP, è più svelto ad allungare e chiudere sul 6-4. Il figlio di Francesco, coach storico di Roberta Vinci, torna in Italia con l’intima certezza che tra qualche anno sarà di nuovo al Queens, nel main draw del torneo maggiore.
 

I commenti dei lettori