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Sinner, quel terzo set dall’abisso all’apoteosi

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Il muro di Medvedev, che aveva scelto di dare tutto subito dopo le fatiche dei turni precedenti, ad un certo punto ha iniziato a sgretolarsi. E anche il russo ha capito che non avrebbe avuto più chance
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L’aeroporto più pericoloso del mondo si trova in Nepal e la sua pista - poco più di 500 metri, cortissima - a volte non basta perché i motori vi raggiungano la potenza necessaria al decollo. Succede così che l’aereo svanisca per qualche istante nel vuoto, oltre la fine della pista, per riapparire poco dopo, diretto verso il cielo con i motori a pieno regime. La dinamica della rimonta che inizia prima ancora che la caduta sia finita - l’aereo in Nepal - è stata il più raro dei molti tesori contenuti in questa finale. Sul 5-1 per Medvedev nel secondo set, subito dopo il secondo break subito, anticamera di un 6-1 dopo il 6-3 della prima frazione, Jannick Sinner si è rivolto al suo angolo come il pilota in caduta libera chiama la torre di controllo e chiede quale sia il tasto da pigiare per salvarsi, e se per cortesia glielo potessero dire in fretta.

L’aeroporto più pericoloso del mondo si trova in Nepal e la sua pista - poco più di 500 metri, cortissima - a volte non basta perché i motori vi raggiungano la potenza necessaria al decollo. Succede così che l’aereo svanisca per qualche istante nel vuoto, oltre la fine della pista, per riapparire poco dopo, diretto verso il cielo con i motori a pieno regime. La dinamica della rimonta che inizia prima ancora che la caduta sia finita - l’aereo in Nepal - è stata il più raro dei molti tesori contenuti in questa finale. Sul 5-1 per Medvedev nel secondo set, subito dopo il secondo break subito, anticamera di un 6-1 dopo il 6-3 della prima frazione, Jannick Sinner si è rivolto al suo angolo come il pilota in caduta libera chiama la torre di controllo e chiede quale sia il tasto da pigiare per salvarsi, e se per cortesia glielo potessero dire in fretta.

La telecamera ha inquadrato allora Simone Vagnozzi, il cui ordine - il tono di certi momenti non suggerisce, non consiglia, non invita: ordina, e basta - è stato di provare qualcosa di diverso, ovvero rispondere all’intrattabile servizio del russo allontanandosi dalla linea di fondo, per avere più tempo per organizzarsi. Sinner ha annuito, e il cambio di strategia ha funzionato subito perché sull’onda di una risposta più fluida è arrivato un controbreak. Jannik ha poi tenuto il servizio senza più languori, e sul 5-3 ha avuto una palla-break per riportarsi a tiro di Medvedev. Il quale non ha tremato, portando a casa anche il secondo set e realizzando quindi due terzi della sua strategia: partire a razzo per innescare la possibile fragilità di Sinner - il debutto in una finale slam reca emozioni inedite - e saldargli il conto prima che la fatica accumulata dal russo nei turni precedenti potesse tagliargli le gambe.

Due set a zero vuol dire essersi molto allontanati, ma quel che è accaduto negli ultimi giochi ha scavato una crepa nell’intonaco di Medvedev. Molto sottile, ma lunga. Rimontare due break consecutivi era un’impresa, e infatti a Sinner non è riuscita: ma dal 5-1 ha giocato meglio lui. Ha cominciato a fare punti col servizio, a rispondere con continuità, a vincere alcune delle interminabili diagonali di rovescio, un infernale giochino di precisione e perseveranza che sin lì il russo aveva dominato, e dal terzo set scivola invece sempre più spesso dalla parte di Jannik. Ecco, il terzo set fa pensare a un match di boxe perché è chiaramente il terreno di scontro tra un Sinner che ha raggiunto la piena potenza anche emotiva, e un Medvedev ancora ricco di energie, ma che ha iniziato un impercettibile declino.

Adesso che tutto è finito è facile capire che questa finale poteva finire in due modi soltanto: tre set a zero per Daniil, oppure tre set a due per Jannik. Ovvero, chi vinceva il terzo set avrebbe vinto la partita. Forte della comprensione di come si fa, raggiunta negli ultimi giochi della seconda frazione, l’azzurro comincia infatti a picconare il muro del russo, a ogni rovescio incrociato, a ogni dritto lungolinea, a ogni servizio vincente hai la sensazione che da Medvedev venga giù qualche calcinaccio, e ogni palla-break valga un mattone, e la vittoria nel terzo set faccia crollare una sezione di muro.

Se guardi dall’altra parte, ci vedi un paio di occhi non più spavaldi, ma smarriti. Forse Medvedev pensa che sarebbe saggio “riposare” nel quarto set per conservare tutte le energie rimaste per il quinto: gli ballano attorno i fantasmi di Ruusuvuori (che era avanti due set), di Hurkacz (battuto 6-4 al quinto), di Zverev (pure lui scappato 2-0), e sono tutti lì a succhiargli energie, la vendetta degli sconfitti. Forse lo pensa, ma del magnifico tennista dei primi due set è rimasto il grande lottatore, e quello spende ulteriori riserve per trovarsi con un pugno di mosche all’inizio del quinto, e lo capiamo tutti che ormai è tardi, l’occasione per Daniil è passata e sfumata, per il trionfo di Jannik è soltanto questione di tempo.

L’aereo è risalito dall’abisso e viaggia deciso verso il cielo. Il clan di Sinner non sta più nella pelle in tribuna, è fantastico vedere una vecchia pellaccia come Darren Cahill emozionato e commosso. Papà e mamma Sinner la seguono da casa loro, e chissà se in quegli ultimi giochi di passaggio verso la coppa si aspettano la dedica che verrà, e che tutti i genitori che accompagnano i figli a fare sport sognano di ricevere, che li abbiano lasciati liberi di seguire il loro talento come si dovrebbe fare o che si siano inventati allenatori in seconda come in genere si fa. Siglinde e Hanspeter, siete tutti noi.

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