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Lasciate a Sinner la sua libertà

Jannik Sinner, 22 ann 
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Quante volte ci hanno raccontato che viaggiare leggeri è la cosa migliore da fare? Ovunque tu vada, meno peso porti dietro nella vita, sulla strada o in montagna e più spedito procedi. Ma quante volte ci hanno detto anche il contrario, soprattutto nello sport: a contare è la pesantezza della tradizione, è quel tremendo bagaglio di secoli che sbaraglia gli avversari ancor prima che la gara inizi: loro sono tutto, tu non sei nessuno. Tu naufraghi, loro no.

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La casa del rugby inglese a Londra si chiama Twickenham e quello che pensa di voi lo ha espresso con una scritta nei corridoi: «Non siete i benvenuti». Così, tanto per mettere le cose in chiaro, altro che poesia If di Kipling nello spogliatoio di Wimbledon, che comunque fu ispirata nel 1895 dall’operazione militare di Leander Starr Jameson e non da un giocatore. Infatti lo stadio in Rugby Road è soprannominato La Fortezza perché il mito è sempre lì pronto a bastonarti con la memoria.

Sono tanti i luoghi della tradizione molto ostili che non prevedono nessun genere di ospitalità: resti un nemico, non un avversario. Il vecchio stadio del Millwall, lungo il Tamigi, nato in una penisola dell’East End che però si chiama Isle of Dogs, Isola dei Cani, era conosciuto come The Den, il covo. Un avvertimento per chi teneva alla propria incolumità. Le buone maniere? Inesistenti e forse anche inopportune. Quando nel 1910 fu inaugurato l’impianto il presidente della Football Association, Lord Arthur Kinnaird, che doveva dare il via, era molto in ritardo. Qualcuno lo scovò dall’altra parte dello stadio, lo sollevò di peso sopra il muro e ops lo lanciò dentro l’impianto. Vai, vola, che così fai prima. Il paradiso può attendere, la partita no. Non bastasse, i tifosi portarono in campo un leone di ottone con la scritta We Will Never Turn Our Backs To The Enemy. Non volteremo mai le spalle al nemico. Avevate dubbi?

Anche Carisbrook, il vecchio santuario del rugby di Dunedin, estremo sud della Nuova Zelanda, era conosciuto come The House of Pain, la Casa del Dolore. Quello che toccava agli ospiti, nel ruolo delle vittime. Dunedin, più carattere che charme, era inespugnabile: il suono della banda delle cornamuse serviva a ricordare radici, lacrime e battaglie. Memorie da sopravvissuti. Era sempre una sporca ultima meta: tra mischie e placcaggi sotto la pioggia gelata.

Quando finite con la faccia nel fango non c’è bisogno di chiedere. Siete al Giro delle Fiandre, De Ronde per i fiamminghi, una via crucis di pietre che si materializzano dal nulla, una delle cinque classiche più famose, evento dell’anno in Belgio, orgoglio e dna. Qui si scontano i peccati, qui non ci si libera dalla croce, ma la si porta fino in fondo. Pedalare sopra il pavé è un martirio, a trapassarvi non sono le frecce del quadro di San Sebastiano, ma le martellate che vi arrivano sui muscoli dai cubi di porfido e dai muri di acciottolato resi più aguzzi dalla storia. Rampe dure, salite carogne, l’inferno felice di esserlo. Nella classifica per nazioni il Belgio l’ha vinto 69 volte, l’Olanda 12, l’Italia 11. Tra i corridori che hanno vinto più Fiandre ci sono 4 belgi, un italiano e uno svizzero. È roba loro, ma non più tanto, l’ultimo successo nel 2017 è di Philippe Gilbert che tra l’altro è vallone. Ricordate David Bowie quando cantava Ch-ch-ch Changes?

Non camminerai mai solo promette l’inno (adottato) della squadra del Liverpool. Solidarietà, condivisione, marea emotiva. Ti spingeremo, dietro avrai sempre più di un villaggio, anzi un mondo. Un bel vantaggio, ma anche un peso, non si diceva meglio viaggiare leggeri? I quotidiani sportivi in Italia sono tre, sapete quanti avevano l’inviato in Australia per seguire Sinner? Less than zero. Nessuno. Anche i giornali generalisti non hanno rischiato. Melbourne non solo è lontana, ma è veramente downunder, con un fuso orario capovolto. Il resto lo fa la crisi (economica e delle idee) e una diversa fruizione dello spettacolo sportivo. Sinner non aveva media italiani presenti in Australia, non aveva genitori al seguito, né altri gruppi a lui dedicati come i Carota Boys. Era solo, forse libero, abbastanza leggero. Senza impicci.

C’era il suo team di specialisti, un gruppo essenziale di otto angeli custodi. Sulle spalle nessuna tradizione da perpetuare: per il tennis azzurro l’Australia non è casa nostra. Sinner infatti è il primo italiano a vincere gli Australian Open, il primo ad aggiudicarsi uno Slam sul cemento, il primo a battere il numero uno del mondo, Djokovic, in un torneo del Grande Slam. È riuscito a diventare re al 17esimo tentativo. Proprio come accadde a Wimbledon 2003 per Roger Federer. Quando il tennista britannico Fred Perry si prese il primo dei suoi tre titoli a Londra (nel ’34-’35-’36 senza perdere nemmeno un set) sentì un membro dell’ All England Club chiedere scusa all’australiano Jack Crawford, sopranominato Gentleman Jack, secondo classificato, cocco della regina Mary (forse per l’abitudine di bere whiskey durante le pause della partita): «Oggi è uno di quei giorni in cui non ha vinto il migliore». E sapete perché? Perry non aveva sangue blu, era figlio di un sindacalista laburista di Stockport e non di un aristocratico. Nello spogliatoio, come da tradizione, George Hillyard avrebbe dovuto consegnargli la cravatta ufficiale del club ma Fred la trovò appoggiata sciattamente su una sedia. Era un intruso, non gli spettava nessun rito, non faceva parte dalla family.

«Ringrazio i miei genitori che mi hanno lasciato la libertà di scegliere» è stata la prima cosa che ha detto Sinner. Pareva quasi di ri-sentire Freedom, l’interminabile urlo musicale di Richie Evans al festival di Woodstock nel ’69. La tradizione imprigiona, ma non scherza nemmeno l’affetto soffocante. È per il tuo bene, ma finisce per essere il tuo male. L’amore come castigo che punisce. Libertà continua a chiedere Sinner. Da tutti quei magnifici pesi che non sono essenziali, che complicano ogni passo e fanno sbagliare righe. Da soli a volte si sente meglio il rumore della palla e anche quello della nostra vita. Non è lontananza, ma giusta distanza. Saremo capaci di lasciare a Sinner questa libertà?

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