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De Groot l’imbattibile del tennis paralimpico: “A Sinner lascerei qualche game”

Diede De Groot, 27 anni 
Olandese, non perde da 138 partite e ha vinto gli ultimi 13 slam disputati
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Chiedete in giro chi sia il tennista più grande della storia. Gli esteti diranno Federer, al polo opposto qualcuno risponderà Nadal, chi conta le vittorie parlerà di Novak Djokovic e Serena Williams. Ma nessuno è mai stato così dominante come lo è oggi l’olandese Diede de Groot, 27 anni, vincitrice degli ultimi 13 Slam consecutivi e dal destino inciso nel cognome, che in italiano significa “La Grande”. Ha 39 major fra singolare e doppio, è la campionessa in carica di qualsiasi cosa da tre stagioni, inclusi i Giochi di Tokyo in entrambe le specialità. E se non entra nel discorso dei migliori è solo perché gioca a tennis in carrozzina, essendo nata con una gamba più corta dell’altra.

De Groot, l’ha festeggiato il suo anniversario?

“Non saprei, di che parli?”.

Sono appena passati tre anni dalla sua ultima sconfitta.

“Sicuro?”.

Sì: 11 febbraio 2021. Almeno il numero di vittorie consecutive se lo ricorda?

“Avrò superato le 130? Non ne sono certa”.

Sono 138. Ma non le conta perché ormai son…

Chiedete in giro chi sia il tennista più grande della storia. Gli esteti diranno Federer, al polo opposto qualcuno risponderà Nadal, chi conta le vittorie parlerà di Novak Djokovic e Serena Williams. Ma nessuno è mai stato così dominante come lo è oggi l’olandese Diede de Groot, 27 anni, vincitrice degli ultimi 13 Slam consecutivi e dal destino inciso nel cognome, che in italiano significa “La Grande”. Ha 39 major fra singolare e doppio, è la campionessa in carica di qualsiasi cosa da tre stagioni, inclusi i Giochi di Tokyo in entrambe le specialità. E se non entra nel discorso dei migliori è solo perché gioca a tennis in carrozzina, essendo nata con una gamba più corta dell’altra.

De Groot, l’ha festeggiato il suo anniversario?

“Non saprei, di che parli?”.

Sono appena passati tre anni dalla sua ultima sconfitta.

“Sicuro?”.

Sì: 11 febbraio 2021. Almeno il numero di vittorie consecutive se lo ricorda?

“Avrò superato le 130? Non ne sono certa”.

Sono 138. Ma non le conta perché ormai sono troppe o per allontanare la pressione?

“La seconda, direi. Io voglio solo giocare il mio miglior tennis e continuare a migliorare, ma se inizio a pensare che sarà, per dire, la centesima vittoria o che sono passati non so quanti anni dall’ultima sconfitta andrò in campo con la mentalità sbagliata. Certo, con tutto il seguito che sto avendo ultimamente è difficile dimenticarsi dei record”.

Tredici Slam consecutivi: vincere diventa mai noioso?

“Vincere uno Slam non è mai noioso, o non lo è ancora per me, anche perché le vittorie creano dipendenza. Ma mi manca quella sensazione che hai quando succede per la prima volta, i nervi degli esordi. In un certo senso, ti ci abitui”.

E che effetto le fa vedere i tennisti impazzire di gioia quando vincono il primo major?

“Oh, sì, vorrei tanto poter tornare al mio primo Slam, Wimbledon 2017, avere 19 anni, sentirmi un po’ come Sinner in Australia. Ma ogni vittoria ha un suo peso, ogni torneo ha una storia diversa, tanto lavoro dietro, e andando avanti li apprezzi in altri modi”.

Com'è il suo rapporto con la sconfitta, ormai?

“Il mio cuore e la mia testa rispondono in modi diversi. La mia testa è molto razionale, sa che è normale perdere per un atleta, sa che può accadere in qualsiasi momento, e le va bene. Il cuore, invece, non vuole che succeda. Sa che sentirebbe un po’ di tristezza, ma magari anche sollievo per tutta la pressione che mi toglierei di dosso”.

Come si fa a rimanere motivati dopo tutti questi successi?

“Cerco di immaginare la mia carriera come se fosse un viaggio in treno. È iniziato quando avevo 17 anni e ogni obiettivo, grande o piccolo, è una fermata: prima c’è lo Slam, poi il numero uno al mondo, e così via. Ovviamente il viaggio prima o poi finirà, ma non ho ancora voglia di scendere dal treno. Perché mi diverto e perché, da quando ho vinto gli ori a Tokyo, non ho mai tempo di annoiarmi, fra obblighi con gli sponsor, eventi, attività con i bambini…”.

Lei ha iniziato a sette anni, quando il tennis in carrozzina ancora negli Slam non c’era. Chi era il suo modello?

“Esther Vergeer, è stata lei la prima atleta paralimpica a portare alla ribalta questo sport quando nei giornali di noi non ce n’era nemmeno una riga. Ha gettato le basi per la crescita di un movimento e ha mostrato a una bimba come me che era possibile fare la storia”.

È destinata a superarla, visto che condividete il record di 21 Slam in singolare. Ora è lei il modello delle bambine.

“Sì, è fantastico essere d’ispirazione per le nuove generazioni, fargli capire che tutto è possibile, anche se sei in sedia a rotelle o hai una gamba protesica. Ma è pure una responsabilità, perché le conquiste da fare nel nostro sport sono ancora tante”.

E chi lo ha visto sa quanto è difficile, il suo sport. Per dire, se facessimo giocare Sinner su una carrozzina contro di lei perderebbe 6-0, 6-0.

“Mhh. Lui ha un gran servizio quindi qualche game in battuta potrebbe farlo. Per il resto mi basterebbe mettere la palla a un metro da lui, perché muoversi è complicatissimo. Per questo ho scelto un coach che viene dal tennis classico: io so come funziona la parte della sedia a rotelle, lei mi ha aiuta nella tattica”.

Il suo coach, Amanda Hopmans, è una donna. Nel tennis però quasi tutti gli allenatori sono uomini. Come se lo spiega?

“Per me lavorare con lei ha solo aspetti positivi. Le donne hanno un modo diverso di guardare le cose, che è fondamentale per relazionarsi con altre donne, sa come portarmi calma. Non so spiegarlo, ma il nostro rapporto è di gran vicinanza e non sono sicura che potrei arrivare a tanto con un uomo. Collaboro con altri coach uomini in Olanda, ma ho anche bisogno della dolcezza e della prospettiva femminile per gestire questa vita”.

Come la guardano negli spogliatoi le sue avversarie, visto che le batte sempre?

“Domanda difficile. Quando avevo un ranking più basso avevo tante amiche nel circuito, ma da cinque anni le cose sono un po’ cambiate. Anche per colpa mia: sono diventata più professionale, più concentrata su me stessa, sul mio team. È diventato complicato avere un gran rapporto con le colleghe, per lo meno quelle che non vengono dal mio Paese. Sai, giocando sempre fino all’ultimo giorno non riesci nemmeno a trovare il tempo per andare a cena fuori con loro”.

Solo lei e Steffi Graf avete completato il Golden Slam. Quest’anno non può ripetersi: hanno annullato gli US Open in carrozzina per non sovrapporsi con i Giochi di Parigi.

“È sempre stato così, è stata una coincidenza che nel 2021, per il Covid, si potessero giocare entrambi i tornei. Da una parte, il fatto che sia impossibile ripeterlo rende più speciale aver vinto tutti i major e l’oro paralimpico nel 2021, anche più di quanto credessi al tempo. D’altro canto però, sì, è triste non poterlo fare di nuovo”.

Nel suo sport saltare uno Slam non è per molti un problema economico?

“Per alcuni magari sì, perché gli Slam sono la nostra fonte di ingressi principale. Allo stesso tempo, però, le Paralimpiadi ti ripagano con la visibilità. È l’unico momento in cui abbiamo il 100% dell’attenzione. Negli Slam quanto sarà, 5% rispetto agli altri tennisti? Penso che Parigi aiuterà a superare le perdite di un major saltato in quattro anni”.

Sui social si fa chiamare Diede The Great, la grande. Sarà ora di cambiare a The Greatest, la più grande di sempre?

“Si fa per ridere, visto che The Great è la traduzione letterale di de Groot, il mio cognome. Ma mi sa che non è il momento di cambiarlo, non vorrei portare sfiga”.

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