A Shanghai una sfida tra epoche, è Sinner contro Djokovic
di Paolo RossiNon è passato nemmeno un anno. Eppure da quel giorno è cambiato tutto. Quando alle 10.30 Jannik Sinner entrerà alla Qizhong Forest Sports City Arena saranno passati 334 giorni dalla prima volta in cui il suo rivale, Novak Djokovic, ha dovuto arrendersi a lui. Poco meno di un anno. Oppure un’eternità. Sembrava solo una vittoria, era il primo passo di un golpe, di un passaggio di consegne epocale.
Sfida tra epoche
Questa finale del Masters 1000 di Shanghai assomiglia a una sorta di resa dei conti non solo tra due colossi del tennis. Ma tra due epoche. Passato e futuro di fronte: non sono mai stati i più belli da vedere, forse neanche i più amati. Se Novak ha costruito la propria grandezza anche sui battibecchi con il pubblico, che per anni gli ha quasi fatto una colpa di essersi intromesso nella rivalità tra Federer e Nadal, Sinner paga quei milionesimi di grammo di una sostanza proibita rintracciati in un test antidoping a marzo. E se il macigno che il procedimento — tutt’ora pendente — gli ha caricato sulle spalle non ha scalfito la sua competitività, ha probabilmente grattato via il sorriso ingenuo che gli assicurava le simpatie di ogni impianto in cui muovesse i suoi colpi. Jannik ha ridisegnato la propria immagine: non sappiamo cosa ne è stato del ragazzo timido che un anno fa sembrava quasi scusarsi per aver sconfitto il re Djokovic nel girone eliminatorio delle Finals di Torino. Oggi al suo posto c’è un campione che non arrossisce nemmeno se bacia la fidanzata Anna davanti a 23 mila persone, e capace di piegare con un dritto a 150 chilometri all’ora il telaio della racchetta dello sconsolato Machac: «Amico, giochi troppo veloce».
Quei 334 giorni per il passaggio di consegne
Ma a ben guardare l’ascesa è iniziata proprio con quella vittoria di 334 giorni fa a Torino. È come se avesse trasfuso al campione altoatesino una parte dei geni del rivale, o la consapevolezza di poter sedere al tavolo dei grandissimi. Lui, che col serbo aveva perso i primi tre confronti diretti, da quel giorno è stato sconfitto una volta sola — pochi giorni dopo, nella finale di Torino — battendolo altre due volte: prima in Coppa Davis con una rimonta mozzafiato. Poi agli Australian Open: è quella a oggi l’ultima volta in cui i due si sono incontrati e a guardarla da lontano sembra che ignari avessimo assistito al passaggio della corona: battendo Novak, Sinner aprì la strada verso il suo primo Slam. Impossibile immaginare un inizio di 2024 più bello, eppure il meglio doveva ancora venire.
Quella spada di Damocle del Clostebol
Oggi giocherà l’ottava finale da gennaio: la collezione di Sinner è appena all’inizio, ma un anno così è roba da Djokovic, che se vincesse raggiungerebbe quota 100 tornei vinti. Nove anni fa Nole chiuse un 2015 irrazionale con 82 vittorie e solo 6 sconfitte. Le stesse che nel 2024 ha dovuto raccogliere Sinner, a fronte di 59 successi. Numeri da numeri uno. E se il Djoker chiuse il 2023 davanti a tutti, oggi è Sinner ad essere certo di festeggiare la fine dell’anno solare in testa al ranking Atp. A prescindere dal finale che il Tas scriverà alla storiaccia dei massaggi al Clostebol. Ma provateci voi con questa spada di Damocle sulla testa a infilare un successo dietro l’altro fino a contarne 59, arrivando in fondo a ogni torneo, a superare in continuità l’altro marziano, Carlos Alcaraz. A trasferire il senso di tutto ciò è stata Federica Brignone: «Penso che dentro di sé Sinner abbia vissuto un inferno: non possiamo nemmeno immaginare quello che hanno passato lui, la sua squadra e la sua famiglia». Come non bastasse ha cambiato il suo staff, quello con cui aveva fatto il pezzo più importante di strada. Ma da uomo di montagna sa che il cammino per la vetta impone rinunce. E che la finale di oggi contro Djokovic è solo un’altra stazione del percorso. Da vero numero uno.