✕

Un 2024 da record di Sinner: come lui nessuno mai nello storia dello sport italiano

Jannik Sinner 

Ascolta l'audio

Due Slam, il numero uno al mondo e e il trionfo in Davis: il campione azzurro chiude i dodici mesi più esaltanti, non solo per il tennis italiano. È in un pantheon con Pantani, Tomba e Rossi
3 minuti di lettura

Una stagione da 73 vittorie, ivi compresi due Slam, le Atp Finals, la coppa Davis e – conseguenza logica – lo status di numero uno del mondo con discreto margine, non ci racconta soltanto l’eccezionalità del 2024 di Jannik Sinner. No. Ci dice pure che potrebbe essere stato l’anno più grande di sempre per uno sportivo italiano. Fa un certo effetto parlare di storia a proposito di un ragazzo di 23 anni, e dunque entrato ora nel prime di una carriera che promette – senza esagerare – una decina di altri anni di vertice. Eppure i dati cantano, assieme a quella sensazione di invincibilità che negli sport individuali ha pochissimi riscontri. Quando Sinner va in campo il pensiero degli appassionati e dei tifosi — questa è un’autodenuncia — è avvolto in una rilassatezza che con l’angoscia del fan non ha proprio nulla a che spartire. Sinner va al servizio, e a meno che di fronte non ci sia Carlos Alcaraz – il deuteragonista di cui ogni grande storia ha bisogno – sappiamo che vincerà. Poi magari…

Una stagione da 73 vittorie, ivi compresi due Slam, le Atp Finals, la coppa Davis e – conseguenza logica – lo status di numero uno del mondo con discreto margine, non ci racconta soltanto l’eccezionalità del 2024 di Jannik Sinner. No. Ci dice pure che potrebbe essere stato l’anno più grande di sempre per uno sportivo italiano. Fa un certo effetto parlare di storia a proposito di un ragazzo di 23 anni, e dunque entrato ora nel prime di una carriera che promette – senza esagerare – una decina di altri anni di vertice. Eppure i dati cantano, assieme a quella sensazione di invincibilità che negli sport individuali ha pochissimi riscontri. Quando Sinner va in campo il pensiero degli appassionati e dei tifosi — questa è un’autodenuncia — è avvolto in una rilassatezza che con l’angoscia del fan non ha proprio nulla a che spartire. Sinner va al servizio, e a meno che di fronte non ci sia Carlos Alcaraz – il deuteragonista di cui ogni grande storia ha bisogno – sappiamo che vincerà. Poi magari non succede, perché il colpo quest’anno è riuscito anche a Tsitsipas, Medvedev e Rublev. Ma sono eccezioni, ciascuna con un piccolo o grande alibi, in un mare di vittorie. Il 2024 di Sinner, col 92.4% di successi (73-6, Davis esclusa), è la nona migliore stagione di un tennista nella storia. Chissà se John McEnroe, che nel 1984 ottenne un apparentemente insuperabile 96.5% (82-3), dorme sonni tranquilli.

Marco Pantani al Tour de France 1998 

Il 1998 di Pantani, con l’accoppiata Giro-Tour

Rovistando nel passato si trovano poche alternative paragonabili. Il 1998 di Marco Pantani, naturalmente, con l’accoppiata Giro d’Italia e Tour de France (due tappe a corsa, quel che bastava per scavare un fossato in classifica fra sé e gli altri): un’impresa straordinaria, ma costruita nell’arco di 57 giorni e dunque strutturalmente diversa dagli undici mesi filati di Sinner. Il ciclismo, del resto, è il punto d’incontro fra gli sport di squadra (senza squadra non vinci) e quelli individuali (alla fine il campione se ne va da solo al traguardo): la programmazione di una stagione segue criteri che assai di rado permettono a un campione di competere lungo l’intero arco dell’annata. Di certo quando Pantani gettava via la bandana annunciando lo scatto crudele (per gli avversari), la certezza della sua vittoria non era molto diversa da quella che si prova oggi guardando Sinner.

Pietro Mennea vince i 200 metri alle Olimpiadi di Mosca 1980 

Pellegrini e Mennea, i grandi olimpionici

Gli altri due esempi che non è blasfemia accostare a Jannik sono quelli di Alberto Tomba e Valentino Rossi. Perché non Federica Pellegrini o Pietro Mennea? Perché gli sport olimpici sono un’altra cosa ancora, difficilmente misurabili con le grandi discipline professionistiche che in quanto tali si dipanano lungo un calendario più o meno uguale ogni anno. Il ciclo olimpico è riempito da Mondiali ed Europei, certo, ma il picco emotivo assoluto della singola gara che dà un senso oppure no a un quadriennio è riservato a chi appunto lavora quattro anni per farsi trovare pronto quel giorno a quell’ora. Sia Mennea che la Pellegrini hanno vinto “soltanto” una medaglia d’oro olimpica in carriera: ma i piazzamenti che ci hanno aggiunto nel tempo, e la longevità agonistica che ne deriva, li elevano al pantheon del nostro sport.

Alberto Tomba nel Gigante delle Olimpiadi di Calgary del 1988 

Il 1988 di Tomba, con gli ori di Calgary

Alberto Tomba è durato molto, perché dall’87 al ’98 ha sempre vinto gare di Coppa del mondo, ma dovendo scegliere un anno da incorniciare, più del 1995 in cui finalmente vince la coppa di cristallo, va citato il 1988 in cui aggiunge ai primi otto successi adulti della carriera le due medaglie d’oro di Calgary, una delle quali passa alla storia minima d’Italia per aver interrotto il Festival di Sanremo, e quel “ho di meglio da fare” opposto da Sinner alla domanda sull’eventuale ospitata al Festival pare quasi una citazione (ma con le analogie fermiamoci qui, “Jannik l’ariete” non lo vedremo mai).

Valentino Rossi dopo la vittoria in Australia nel 2004 

Il 2024 di Rossi: un nuovo trionfo a sorpresa

Valentino, infine, è un mito per i 9 titoli mondiali e per l’allegra tracotanza con la quale batteva i rivali: il 2004 non è l’anno in cui ha vinto più gran premi (9, contro gli 11 ottenuti altre quattro volte), ma quello in cui il cambio dalla Honda alla Yamaha doveva costargli un anno di apprendistato, e invece vinse lo stesso dopo duelli omerici con Biaggi e Gibernau. E la formula magica delle pieghe di Valentino in curva era la stessa degli scambi da fondo di Sinner, degli scatti in salita di Pantani, delle discese fra i paletti di Tomba: se la vita è un’eterna battaglia, almeno sul divano ci piace vincere facile.

Leggi i commenti