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Australian Open, Darderi: “Credevo in questo momento da quando avevo 9 anni. Ma è solo l’inizio”

Darderi in azione 

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Il giocatore di origine argentina sarà il primo azzurro a giocare a Melbourne: “Sono uno da terra rossa, ma l’80% dei migliori tennisti è forte soprattutto sul cemento, è lì che devo crescere”
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MELBOURNE - E’ sempre stato precoce. Non a caso, quando in Italia sono le 6 di domenica mattina, è il primo tennista italiano a scendere in campo agli Australian Open. Luciano Darderi, 22 anni: nato a Villa Gesell, provincia di Buenos Aires, una città sul mare a 3 ore d’auto dalla capitale argentina. «Ma avevo un anno, la prima volta che sono venuto in Italia. Ho fatto avanti e indietro per un po’, nel frattempo papà mi ha messo una racchetta in mano. Nel 2011 ho giocato il mio primo torneo, all’Aquila. C’erano anche Cobolli e Gigante, che sono qui a Melbourne. Avevamo 9 anni».

Così piccolo, ma già le idee chiare.

«Sapevo che avrei vissuto di tennis. Da allora, ho sempre e solo avuto un pensiero in testa. Sognavo di finire tra i migliori del mondo, come tanti bambini: ma non potevo immaginare – nessuno può immaginarlo - quanto lavoro e impegno, quanti sacrifici e rinunce ci sarebbero voluti per arrivare a questo livello. Ed è solo l’inizio».

Di solito, dall’Argentina si viene in …

MELBOURNE - E’ sempre stato precoce. Non a caso, quando in Italia sono le 6 di domenica mattina, è il primo tennista italiano a scendere in campo agli Australian Open. Luciano Darderi, 22 anni: nato a Villa Gesell, provincia di Buenos Aires, una città sul mare a 3 ore d’auto dalla capitale argentina. «Ma avevo un anno, la prima volta che sono venuto in Italia. Ho fatto avanti e indietro per un po’, nel frattempo papà mi ha messo una racchetta in mano. Nel 2011 ho giocato il mio primo torneo, all’Aquila. C’erano anche Cobolli e Gigante, che sono qui a Melbourne. Avevamo 9 anni».

Così piccolo, ma già le idee chiare.

«Sapevo che avrei vissuto di tennis. Da allora, ho sempre e solo avuto un pensiero in testa. Sognavo di finire tra i migliori del mondo, come tanti bambini: ma non potevo immaginare – nessuno può immaginarlo - quanto lavoro e impegno, quanti sacrifici e rinunce ci sarebbero voluti per arrivare a questo livello. Ed è solo l’inizio».

Di solito, dall’Argentina si viene in Italia per via del pallone.

«La mia è un’altra storia. Mio nonno è partito da Fano che aveva la mia età oggi, per cercare lavoro dall’altra parte del mondo: non ha mai imparato lo spagnolo, è con lui che ho cominciato a parlare italiano da piccolo. Mio padre, Tino, ha fatto il percorso inverso: per un quarto di secolo ha vissuto a Roma, maestro di tennis e giocatore di serie C. Ed è diventato il mio allenatore. Ottimo asador, cucina la carne da dio e mi fa bere il mate: le sole due abitudini ‘argentine’ che ho conservato».

Lo scorso anno ha fatto progresso impressionante: puntava a entrare nei primi 100, poi nei 50. Oggi è numero 32 Atp. E non le basta.

«Alla fine del 2025 vorrei stare coi primi 20 del mondo. Però devo lavorare tanto, soprattutto sul cemento. Mi piace la terra rossa, ci sono cresciuto. Ma l’80% dei migliori tennisti è forte soprattutto sul cemento, è lì che mi serve diventare competitivo. Per poi vincere su tutte le superfici».

Appunto. A Melbourne si gioca sul cemento.

«Arrivo da una lunga fase di preparazione, sono uno che si allena in maniera maniacale. Però poi ho bisogno di sciogliermi attraverso le partite, riacquistare fiducia. Speriamo di andare più avanti possibile».

In Italia il tennis è esploso, c’è una incredibile generazione di ragazzi poco più che ventenni con un gran talento. E poi, c’è Sinner.

«Quest’estate al Foro Italico sono rimasto a bocca aperta: migliaia di bambini con la racchetta! Molto è merito di Jannik, siamo fortunati a ritrovarci con lui: ci ha fatto vincere la Davis, porta pubblico e sponsor. Cresciamo tutti insieme: al punto che potremmo tranquillamente schierare due squadre azzurre competitive. In nessun altro posto al mondo si gioca bene come in Italia».

Dicono meraviglie del suo fratellino minore, Vito Antonio, 14 anni.

«E’ sicuramente più bravo di quanto ero io alla sua età. Ma col passare del tempo non bastano il talento e l’ambizione. Ci vogliono testa e tanto cuore. Mi auguro ce la faccia, l’ho avvertito: arrivare qui è già un traguardo straordinario».

Però il sogno di Luciano Darderi continua.

«Ne ho uno che voglio assolutamente realizzare, un giorno: vincere a Roma, al Foro Italico, sulla terra rossa. E allora potrei anche accontentarmi. O forse no».

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