La possibilità che Jannik Sinner scelga Andre Agassi come futuro coach contiene una spiegazione e una profezia. C’è qualcosa nel tennista visto in Australia che richiama il suo predecessore, non tanto per come appariva mentre giocava, ma per come si è svelato più tardi nella famosa autobiografia Open. Osservando Sinner nei cambi di campo, nei momenti in cui si fa massaggiare, nelle conferenze stampa dopo ogni inesorabile vittoria, più d’uno, se dotato di sensibilità, ha avuto l’impressione che stia cercando di dire qualcosa al di là delle parole, che chieda aria, spazio, tempo. “Ho preso decisioni difficili già all’età di tredici anni” è di per sé un’affermazione definitiva, nel senso che definisce una storia, un carattere: quello degli uomini che sono stati padri di sé stessi, hanno scambiato i consigli con le riflessioni, la tradizione con l’intuito, cercando di non cadere, come scrive Agassi, “in quel luogo oscuro, molto sotto la superficie” in cui si prendono le decisioni “deliber…
La possibilità che Jannik Sinner scelga Andre Agassi come futuro coach contiene una spiegazione e una profezia. C’è qualcosa nel tennista visto in Australia che richiama il suo predecessore, non tanto per come appariva mentre giocava, ma per come si è svelato più tardi nella famosa autobiografia Open. Osservando Sinner nei cambi di campo, nei momenti in cui si fa massaggiare, nelle conferenze stampa dopo ogni inesorabile vittoria, più d’uno, se dotato di sensibilità, ha avuto l’impressione che stia cercando di dire qualcosa al di là delle parole, che chieda aria, spazio, tempo. “Ho preso decisioni difficili già all’età di tredici anni” è di per sé un’affermazione definitiva, nel senso che definisce una storia, un carattere: quello degli uomini che sono stati padri di sé stessi, hanno scambiato i consigli con le riflessioni, la tradizione con l’intuito, cercando di non cadere, come scrive Agassi, “in quel luogo oscuro, molto sotto la superficie” in cui si prendono le decisioni “deliberatamente sbagliate”.
Nell’ultimo anno Sinner si è preso tutto
Chi è maturo a 13 anni a 23 scorge un orizzonte in cui ogni gesto felice è una replica. Il campo si restringe, neppure il tie-break rappresenta un’incognita. Per questo si può ricorrere a qualcuno che non “voleva cambiare il tennis, ma evitare che il tennis cambiasse lui”. Nell’ultimo anno, dalla prima alla seconda finale di Melbourne, Sinner si è preso tutto: primato, successo, ricchezza, amore privato e adorazione pubblica. È diventato un idolo, un modello, un testimonial di prodotti e atteggiamenti. Insieme ha inevitabilmente avuto, poiché si tratta di un pacchetto che il destino confeziona: l’invidia, la critica, le accuse che soltanto il diritto (inteso come legge) e lui stesso sanno quanto fondate. Ha cominciato perfino a ri-vincere: la seconda Davis. E, se leggerete questo articolo dopo pranzo, saprete se anche gli Open d’Australia. Nel caso, avrà fatto, diranno, il suo dovere, oppure, diranno invece, avrà incrinato il suo mito.
La differenza tra la vittoria e la sconfitta
Agassi gli ha rivelato “un piccolo ignobile segreto: una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta”. Per questo, e non da ieri, Sinner reclama la vita oltre il tennis, come se questa non gli assomigliasse, non fosse punteggiata dai Kyrgios che non sanno e quindi dicono; dai Djokovic che hanno atteso troppo per invecchiare da saggi; dai Pietrangeli che alzano la rete dopo che hai tirato; dai colpi, perfino quelli magici, che non risolvono altro che un gioco. Nessuno si salva da solo e il miglior aiuto può venire da chi non ce l’ha fatta, ma può raccontarcelo.