Chi ha vinto la partita fra Sinner e la Wada? Per capirlo basta mettere sulla bilancia le reciproche concessioni nell’accordo fra il tennista altoatesino e l’agenzia mondiale antidoping che lo sospende per tre mesi. Jannik porta a casa molto: esce dal limbo del dubbio che lo tormenta da mesi e l’ha condotto sull’orlo della crisi di nervi in Australia, evita un nuovo processo e una (teorica) squalifica più dannosa, salva gli Slam e la possibilità di restare sul tetto del mondo o comunque di tornarci presto. Soprattutto ribadisce, stavolta insieme alla Wada, che non ha barato né ci ha provato, e che la concentrazione di clostebol nel suo corpo non era idonea ad alterare le sue prestazioni. È scritto in modo talmente chiaro che lo capirebbe persino Kyrgios, capofila dei suoi accusatori. Infine, Sinner salva la sua immagine anche perché accetta comunque la dura lex della responsabilità oggettiva e paga per un errore altrui. Colpevole d’innocenza: non sarà un martire, di sicuro non è un ra…
Chi ha vinto la partita fra Sinner e la Wada? Per capirlo basta mettere sulla bilancia le reciproche concessioni nell’accordo fra il tennista altoatesino e l’agenzia mondiale antidoping che lo sospende per tre mesi. Jannik porta a casa molto: esce dal limbo del dubbio che lo tormenta da mesi e l’ha condotto sull’orlo della crisi di nervi in Australia, evita un nuovo processo e una (teorica) squalifica più dannosa, salva gli Slam e la possibilità di restare sul tetto del mondo o comunque di tornarci presto. Soprattutto ribadisce, stavolta insieme alla Wada, che non ha barato né ci ha provato, e che la concentrazione di clostebol nel suo corpo non era idonea ad alterare le sue prestazioni. È scritto in modo talmente chiaro che lo capirebbe persino Kyrgios, capofila dei suoi accusatori. Infine, Sinner salva la sua immagine anche perché accetta comunque la dura lex della responsabilità oggettiva e paga per un errore altrui. Colpevole d’innocenza: non sarà un martire, di sicuro non è un raccomandato. Al contrario, l’Agenzia che minacciava uno o due anni porta a casa una minima sospensione, non può neanche chiamarla squalifica ma almeno la tutela dall’accusa di inerzia e la aiuta a riaffermare un principio: ogni atleta è responsabile del suo corpo.
Non c’è spazio per i retropensieri
La modalità con cui si chiude la storia non deve lasciare spazio a retropensieri: l’accordo non è un’ammissione di colpa. Andrebbe ricordato anche al di fuori dello sport ogni volta che un imputato accede a un rito premiale. Il partito anti-Sinner vi cercherà comunque una lettura giustizialista: se accetti una sanzione, hai qualcosa da nascondere. Ma il ragionamento può valere anche per la Wada: se si accontenta di tre mesi è perché non crede di ottenere di più al Tas o, peggio, teme una figuraccia. Resta però un risvolto inquietante. La funzione dell’antidoping è duplice: tutelare la salute degli atleti e garantire la lealtà della competizione. Ebbene, la ricostruzione di Sinner e dei suoi legali non è stata contestata, la quantità irrisoria della sostanza incriminata è un’evidenza scientifica. Il nuovo codice tra due anni sarà più flessibile sulla contaminazione e sulla soglia di non punibilità: nel 2027 un caso analogo potrebbe non avere conseguenze.
Cosa c’è dietro l’inseguimento della Wada
Ma allora se Jannik non voleva né poteva imbrogliare, qual è stato il senso di quest’inseguimento terminato in ritirata? C’è la sensazione di una mossa politica e mediatica che si inserisce nello scontro feroce fra la Wada e l’Usada, l’agenzia statunitense che la accusa di non contrastare il doping di massa. Al centro, il caso dei nuotatori cinesi positivi in ventitré alla trimetazidina prima di fare incetta di medaglie ai Giochi di Tokyo: si erano contaminati al ristorante, colpa della cappa lasciata sporca. La Wada non ha fatto appello al Tas. Su queste cose, lo chef Alessandro Borghese è assai meno indulgente.