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Quel che resta di Djokovic senza Federer e Nadal

Novak Djokovic nel giorno della sconfitta con Matteo Arnaldi a Madrid

 

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Ognuno dei Big Three aveva bisogno dell’altro per essere felice. Dopo il ritiro dei rivali a Nole manca uno specchio
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Il tennis non è un selfie. È una foto di gruppo con dominatori. La gerarchia dello sport ha bisogno degli altri. Sono il tuo specchio, sono il riflesso della tua faccia, sono il tuo male che ti porta a fare bene. Non passi da Big Three a Big One (ora forse Big Once) senza conseguenze. Se per vent’anni hai fatto parte di un triumvirato che si è spartito il mondo, quando resti solo non senti la voglia di allargarti, al contrario avverti che i confini si stanno restringendo. Dovresti avere più aria, allora perché il tuo respiro è più corto? Forse perché sei un grande sopravvissuto e le altre stelle comete non ci sono più, resti solo tu a emanare quel tipo di luce. I nemici hanno altre facce, non hanno vissuto né le tue guerre né le tue ferite, vengono da un’altra epoca. Puoi ammirarli, ma non faranno mai parte della tua, se anche qualche volta porti a casa i loro scalpi dove li metti? Hai già quelli di Roger Federer (31-29 nei confronti diretti) e di Rafa Nadal (27-23), non hai più spazi…

Il tennis non è un selfie. È una foto di gruppo con dominatori. La gerarchia dello sport ha bisogno degli altri. Sono il tuo specchio, sono il riflesso della tua faccia, sono il tuo male che ti porta a fare bene. Non passi da Big Three a Big One (ora forse Big Once) senza conseguenze. Se per vent’anni hai fatto parte di un triumvirato che si è spartito il mondo, quando resti solo non senti la voglia di allargarti, al contrario avverti che i confini si stanno restringendo. Dovresti avere più aria, allora perché il tuo respiro è più corto? Forse perché sei un grande sopravvissuto e le altre stelle comete non ci sono più, resti solo tu a emanare quel tipo di luce. I nemici hanno altre facce, non hanno vissuto né le tue guerre né le tue ferite, vengono da un’altra epoca. Puoi ammirarli, ma non faranno mai parte della tua, se anche qualche volta porti a casa i loro scalpi dove li metti? Hai già quelli di Roger Federer (31-29 nei confronti diretti) e di Rafa Nadal (27-23), non hai più spazio. Se poi hai lottato e vinto nella più lunga finale nella storia degli Slam, quella in Australia (2012) contro lo spagnolo, 7-5 al quinto dopo 5 ore e 53 minuti, qualsiasi altra maratona non ti sembrerà così infinita.

Djokovic e Mensik dopo la finale di Miami vinta dal ceco 

I numeri di questa stagione del serbo

Novak Djokovic compie 38 anni tra tre settimane. Ha dichiarato forfait a Roma dove ha vinto sei volte per concentrarsi su un’altra terra, quella di Parigi. Ma al Roland Garros non farà parte della prime quattro teste di serie (salvo che per improvvisa assenza di Sinner, Zverev, Alcaraz, Fritz) e questo significa che l’uomo dai 24 Grandi Slam nei quarti dovrà incrociare proprio uno di quei quattro. Djokovic in questa stagione non ha numeri incoraggianti: 7 sconfitte in 19 incontri, è arrivato in finale solo a Madrid dove ha perso dal ceco Mensik, ma soprattutto è uscito all’esordio quattro volte, due sulla terra. Gli era capitato solo nel 2018, ma quell’anno vinse Wimbledon e Us Open. Gli sono stati ostili anche the Italians. Nelle ultime due stagioni Novak ha perso 4 volte con Sinner, una con Musetti, Arnaldi, Berrettini e Nardi, che ha iniziato a giocare nell’anno (2011) in cui il campione serbo vinceva 10 titoli. Quando nello sport perdi da uno che da ragazzino ti vedeva in tv vuol dire che hai cambiato secolo.

Navratilova e Sukova in doppio a Wimbledon nel torneo per veterane del 2008 

La beffa subita da Martina Navratilova nel 1984

Martina Navratilova andò vicina a completare il Grande Slam nell’anno solare ‘84, perse l’occasione perché in Australia in semifinale fu battuta da una ex connazionale, Helena Sukova, che da bimba le aveva fatto da raccattapalle quando sua madre Vera a Praga allenava Martina. Tra loro c’erano solo dieci anni di differenza. Navratilova l’aveva sconfitta già tre volte senza problemi, aveva perso solo un incontro in quella stagione e veniva da 70 successi consecutivi. Considerava Helena “una ragazzina come tante”, non aveva la densità storica di Chris Evert. Per Paolo Bertolucci quelli di Djokovic sono segni di un deciso declino. “Ritardo di condizione fisica, difficoltà negli spostamenti frontali e laterali, poca resistenza negli scambi, scarsa velocità di palla”. Poco fisico, ma soprattutto senza più testa, incapace di fare scintille. Un corpo che non segue più la mente. Un re che porta con indolenza il suo mantello, ormai incapace di agitare la spada. Dove sono gli altri due con cui ti divertivi a comandare? A nanna, a casa.

Mike Tyson messo al tappeto da Kevin McBride 

Il paragone tra Djokovic e Tyson

Mike Tyson, re dei massimi, lasciò la boxe a 39 anni, era ormai un killer in pensione, si fece spedire a terra da uno qualsiasi, l’irlandese Kevin McBride, e la chiuse lì. Abbandonò alla fine della sesta ripresa dicendo: “Non posso offendere il mio sport perdendo con gente così scarsa”. La verità era che McBride non era Holyfield, al quale aveva mozzicato un orecchio e non era nemmeno l’allora imbattuto Michael Spinks mandato ko in 91 secondi. Era solo un avversario senza passato e senza futuro.

Federer, Nadal e Djokovic 

Djokovic ha trasformato una coppia in trio

Djokovic ha fatto sforzi e sacrifici per migliorarsi. Aveva una motivazione: “Sono arrivato a scardinare un binomio enorme dello sport mondiale. Per me era importante investire energie per salire al loro piano, dialogare, far capire alla gente che anch’io ero all’altezza dei tornei dello Slam” Roger era la classe, Rafa la potenza, Novak, il guastafeste, ma anche la capacità di gestire i momenti fondamentali. Insieme erano i campioni mentali, ognuno aveva bisogno dell’altro per riconoscersi, per affermare la sua identità e la sua felicità. Eri quello che l’altro ti permetteva di essere, ma comunque capace di superiorità e di bellezza. Djokovic era elastico, leggero, sapeva cambiare il tracciato di una partita. Meritava la sua fetta di mondo in quel trio divino. Ha detto: “Non vedo altri posti dove posso evolvere se non in un campo da tennis. Quello che imparo dalla vita, io me lo gioco lì”. Ma ora l’evoluzione si è fermata, lo specchio non riconosce più i volti, per rimettersi in moto bisognerebbe sentirsi (ancora) parte di una storia. E non è così. La storia sono loro, la nuova generazione: Sinner, Alcaraz, Musetti, Fonseca. Loro sono la nuova misura di grandezza e Djokovic solo una vecchia bandiera da amare.

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